La storia

Tennis, addio alla Top Ten
Il declino dell'impero americano

Fuori dai big il paese di Tilden e Sampras. Sempre presenti dal 1913, ma ora gli americani pagano un sistema in cui l'università limita i campioni

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Non c'è più un americano tra i Primi Dieci tennisti del Mondo! Questo fatto è sicuramente buono per farci un titolo glamour, e altrettanto sicuramente sorprende gli Statistici, almeno quelli che ritengono che il mondo del tennis sia nato contemporaneamente alla Classifica prodotta - stavo per scrivere, da obsoleto, stilata  -  da Mr. Computer, a partire dal 1973. Ma posso rassicurare anche gli storici, osservando che, da quando il mio collega Wallys Myers iniziò, lui sì, a stilare i rankings mondiali sul Daily Telegraph, a partire dal 1913, un americano, uno nato negli United States, c'è stato sempre.

Il fenomeno era più che atteso, per chi segua un tantino il tennis. Negli ultimi nove anni e mezzo, dal 2002 incluso, gli americani erano stati sempre rappresentati da almeno un giocatore, Andy Roddick. Era entrato tra i First Ten, Roddick, nel 2002, con il Numero Dieci, in anno di mediocre vendemmia, quand'era primo addirittura quel lanciapalle di uno Hewitt, e Agassi si manteneva a galla. L'anno seguente sarebbe addirittura balzato a Numero Uno, vincendo lo Us Open, uno dei quattro Majors che costituiscono il Grand Slam. Ma non si trattava di un trampolino di lancio, come avevano capito tutti quanti vedessero quel bel ragazzo, quel buon a sportivo, a disagio su un rovescio malfermo, inadatto sia all'attacco che alla difesa. E così lo avremmo rivisto via via ai Numeri 2, 3, 6, 8 e 7, ammirandolo, io per la sportività, le donne per l'erezione agonistica, come la definiva Gioan Brera. A far coppia con lui sarebbe rimasto sino al 2005 Agassi, e di lì in avanti Roddick sarebbe divenuto il solo uomo a rappresentare un paese che era stato, dalla fondazione del Lawn Tennis nel 1874 , il primo del mondo.

Non è che alla crisi di vertice non corrisponda quella della base. Rino Tommasi mi ha appena fatto notare che mai, nella storia, tra i Primi Cento ci son stati solo cinque yankees, a fronte di 13 spagnoli, 11 francesi, 9 argentini, 9 tedeschi e alla fine, quattro italiani. Ma non è che vedere gli Usa conciati come noi sia un sollievo. Un altro bravo statistico, Luca Marianantoni, mi ricorda a sua volta che, dietro all'isolatissimo Roddick, si trovano, con il n.19 il gigante Isner, che passa alla storia solo grazie al match maratona di Wimbledon contro Mahut. Querry n.21, Fish n.34, Dent n.81 e Russel n.82. Gente mediocre, senza dubbio. Tennisti alla Clerici, mio Dio.

Per tentare, senza essere un sociologo, di dare una spiegazione, ricorderò quel che osservai a uno sconcertato intervistatore della Cbs una decina di anni fa: "I giovani americani - osservai - dovrebbero smettere di studiare, di rincorrere la laurea, com'è nelle migliori tradizioni del basket e del football, sport in cui è indispensabile una speciale esenzione dall'università per divenire professionisti. Al di là dello Isner di oggi, che inizia di fatto il tennis a 25 anni per aver inseguito un diploma in Scienze delle comunicazioni, gli ultimi passati campioni (di tennis e maleducazione), Connors e McEnroe, si limitarono a far da matricole disattente, per poi buttarsi tra i "pro" non appena strappati due titoli universitari Ncaa.

A conferma di quanto affermavo, fu proprio il basso livello culturale di Sampras e Agassi a consentir loro grandi affermazioni muscolari. Il tennis rimane, in Usa, uno sport certo praticato più di quanto non sia in ogni altro paese. La macchina è la sola a poter offrire un Major (Us Open) tre tornei di prima fascia (sopra i tre milioni di dollari) Indian Wells, Miami e Cincinnati, quattro di seconda fascia (più di mezzo milione). Ma ormai, per avvicinarsi se non proprio ad uno Slam, ai First Ten, è indispensabile una sana ignoranza. Che non vuol significare mancanza di intelligenza. Vuol solo significare super-professionismo. E basta là.
P. s. Spero vivamente che gli americani non lo capiscano.