La storia

Il triplo salto di Edwards
''Dio? Ora credo in Darwin''

Il 44enne britannico, primatista mondiale con 18.29 e oggi commentatore tv, si racconta tra fede e record: ''Ero figlio di un pastore, non gareggiavo la domenica. Oggi sono evoluzionista, ateo, stupito della mia stupidità. Ma lo sport mi restringeva i confini, un doping naturale''

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LONDRA - Era quello che non gareggiava alla domenica. "Perché è un giorno consacrato a Dio". Proprio come Eric Liddell in Momenti di Gloria. Jonathan Edwards credeva che la fede venisse prima dello sport. "Il mio destino è nelle tue mani". Ai mondiali di Tokyo nel '91 rifiutò di saltare, appunto di domenica. "Non mi vendo per una medaglia". Nel '95 atterrò nel triplo a 18.29 metri, record del mondo. Nel duemila vinse l'oro olimpico a Sydney. Quindici anni dopo nessuno ha fatto meglio di lui. Edwards ora è commentatore sportivo per la Bbc. Capelli ossigenati, infradito, abbigliamento casual, pensieri che sono andati a posto, ma in un'altra direzione.

Edwards, com'è che il salto triplo non progredisce?
"Perché la nostra generazione aveva più talenti. Non avrei mai pensato che il mio record sarebbe durato così tanto, anzi francamente pensavo che sarei stato io stesso a migliorarlo. Ero nervoso quel giorno lì, tanto che per calmarmi giocai a scacchi con un compagno".
Prima della gara?
"Sicuro. E dopo non mi resi conto di aver fatto un salto strepitoso. Ma la sensazione di volare, di restare appeso in aria, quella la ricordo ancora. Come la scatola di sardine che portai con me nella borsa ai Giochi di Sydney, alla ricerca della mia prima medaglia d'oro olimpica".
Che c'entrano le sardine?
"Gesù moltiplicò pane e pesci. Fece il miracolo. Anch'io ne avevo bisogno. E una leggenda dice che erano sardine. Ero figlio di un pastore anglicano, mio padre, reverendo, mi aveva insegnato a credere. In Dio, nello sport, in me stesso. È anche grazie al confronto con lui che nel '93 decisi di gareggiare alla domenica. Dio mi aveva fatto capire che l'esercizio del talento era un modo per onorarlo".
E oggi come va?
"Bene. Ho 44 anni, mi sono ritirato a 37. Senza rimpianti, avevo dato. Ah, sono ateo".
Niente più Dio?
"No. Sono diventato evoluzionista. Darwinista. Credo che la vita progredisca. Come potevo credere all'esistenza di un essere superiore che ha creato l'universo? Non c'è prova. Sono stupito dalla mia ingenuità, anzi dalla mia fesseria. Però mi perdono. Il mondo dello sport rimpicciolisce tutto".
Nel senso?
"È un piccolo mondo con le sue certezze: allenamento, gara, coach, squadra, massaggiatore. Non c'è altro che conti, non serve, perché lo sport ti ripaga con l'adrenalina. Ma ti restringi i confini. In più se vuoi arrivare in alto devi avere fede. Devi credere a qualcosa e a qualcuno. Consacrarti. È una forma di doping naturale. Non puoi essere libero".
Quando è arrivata la crisi?
"Quando ho smesso con l'atletica. Ho cominciato a frequentare altre persone, ad avere ritmi di vita diversi, il mondo si è allargato, non l'avevo mai visto così. Mentre giravo dei documentari sulle chiese e su San Paolo mi sono venuti dei dubbi: non sarà che la chiesa offre false promesse?".
Niente più paradiso.
"No. Si muore. La vita finisce e si spegne. Non mi sento un traditore, né ho sostituito la fede con altro, non sono disperato, non mi sono dato al buddismo. Ho solo aperto gli occhi".
Parlando di credenze: l'atletica è sempre più nera.
"Non faccio discorsi genetici, ma credo che i neri hanno qualcosa di più, forse è la vita che hanno fatto. Per i bianchi è una corsa persa. È giusto che ci provino, ma possono inseguire, non sorpassare".
Sebastian Coe dice che non c'è ragione al mondo perché un bianco non possa correre veloce come un nero.
"Allora spieghi perché 72 neri hanno corso dal '68 ad oggi i 100 metri in meno di 10" mentre un solo bianco c'è riuscito. Con molta fatica. E solo quest'anno. Si dice: una volta i bianchi vincevano nel fondo e mezzofondo. Vero. Ma la qualità di vita in Africa, nei Caraibi, nel Centroamerica era bassa e le possibilità di movimento erano poche. Oggi che il mondo si mischia il bianco perde terreno. Io sono nato nel '66 e gli sport che potevi scegliere erano 4-5, oggi c'è molta più concorrenza, l'atletica non riesce più a selezionare e a trattenere i migliori talenti. In più ora i ragazzi vogliono divertirsi, fare cose pazzesche come lo snowboard o lo ski-cross, non subire una disciplina. Io ho due figli e nessuno è voluto venire al meeting a Crystal Palace, preferiscono giocare alla playstation".
Edwards strains belief, scriveva la stampa. I suoi credo inossidabili.
"Ora credo nella realtà e nell'evidenza. Voglio confrontarmi con la vita, non con le favole".