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"Società e sport a braccetto
per un Paese migliore"

A Roma il convegno mondiale di Filosofia dello Sport. Da Platone a Gramsci, le idee e le provocazioni per una società migliore, incentrata su regole certe. Ne abbiamo parlato col professor Emanuele Isidori, ordinario di Pedagogia dello Spor all'Università di Roma-Foro Italico
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ROMA - Lo sport come etica, come legge morale, come esercizio, forza, spirito. Se ne parla al Foro Italico in questi giorni nel Convegno mondiale dell'Associazione internazionale di Filosofia dello sport (fino al 19 settembre presso lo Iusm). Platone scriveva nella Repubblica che "con i corpi resi forti dallo sport e dalla vita all'aria aperta, il nostro stato ideale avrebbe una solida base psicologica e fisiologica, capace di ogni possibilità di sviluppo". I successivi 2500 anni hanno confermato l'idea platonica: più una società è fisicamente attiva, più progredisce. In tempi di pensiero "debole", cosa ne resta di questa idea?

Emanuele Isidori, professore di Pedagogia dello sport presso l'Istituto Universitario di Scienze Motorie, Roma Foro Italico: dove va la nostra società italiana che, anziché fare sport, preferisce il comodo divano, nemmeno più lo stadio?
"Il problema italiano è da sempre la man…
ROMA - Lo sport come etica, come legge morale, come esercizio, forza, spirito. Se ne parla al Foro Italico in questi giorni nel Convegno mondiale dell'Associazione internazionale di Filosofia dello sport (fino al 19 settembre presso lo Iusm). Platone scriveva nella Repubblica che "con i corpi resi forti dallo sport e dalla vita all'aria aperta, il nostro stato ideale avrebbe una solida base psicologica e fisiologica, capace di ogni possibilità di sviluppo". I successivi 2500 anni hanno confermato l'idea platonica: più una società è fisicamente attiva, più progredisce. In tempi di pensiero "debole", cosa ne resta di questa idea?

Emanuele Isidori, professore di Pedagogia dello sport presso l'Istituto Universitario di Scienze Motorie, Roma Foro Italico: dove va la nostra società italiana che, anziché fare sport, preferisce il comodo divano, nemmeno più lo stadio?
"Il problema italiano è da sempre la mancanza di una cultura sportiva di base. Da noi lo sport non è quasi mai stato considerato un fattore di soddisfazione sociale. Semmai, è sempre stato relegato agli ultimi posti della scala, e nella considerazione generale lo sport è l'ultima risorsa possibile del paese. Così l'insegnamento dello sport è totalmente carente, non ci sono insegnanti seriamente specializzati, si va avanti per inerzia da sempre, l'importante è far divertire i ragazzi durante l'ora di educazione fisica, gli si dà un pallone, alla fine dell'ora tutti in classe di nuovo. Questa non è formazione sportiva, ma devastazione dell'idea  decoubertiana della pratica sportiva, che è impostata sull'idea dello sport come modus vivendi, lealtà giocata o lottata o rincorsa".

Cos'è il "pensiero debole" e come lo sport entra in questo sistema?
"Il discorso è molto semplice. Nella società postindustriale è evidente la scomparsa dei valori tradizionali, delle idee forti, dell'appartenenza, è sempre meno forte l'idea di Stato, di razza, di cultura, di autonomia. Lo sport invece continua a svolgersi per nazionali, con divisioni di sessi, di specialità, di capacità. E'evidente la discrasia tra il pensiero diffuso e dominante e i modi tradizionali dello sport. Qui lanciamo una provocazione: uno sport iperdemocratico, dal basso, senza selezioni, senza bandiere, senza sessi, senza lotte. Uno sport per lo sport, pratica pura. Chiaramente è impensabile, in questo momento, immaginare un prodotto diverso, anche per il sistema economico e per l'indotto che lo sport come l'abbiamo sempre immaginato, con l'idea della sfida sanguinosa, produce e conduce con sé. Ma lo sport non può restare l'unica isola di conservazione in un mondo che si muove rapidamente verso l'avvenire globale".

Uno sport senza bandiere, sì. Però senza punteggi, gare, sfide, vincitori e vinti, non lo si può immaginare. Viene in mente una frase del grande Vince Lombardi: "se vincere non è tutto, perché tengono i punti?". Cos'è, forse lo sport è diventato la prosecuzione della guerra con altri mezzi?
"Bisogna dire che lo sport, così come lo intendiamo oggi, è un mondo a sé, con le sue regole, il suoi sistemi. Regole e sistemi perfetti, infinitamente rispettati. Spiego: sullo sport il controllo "sociale" è molto forte. Un dopato è uno stigmatizzato per sempre, un delinquente quasi per l'opinione pubblica. Il doping non si fa, è così, è giusto. Per la gente doparsi, però, è assai peggio che rubare, corrompere, ricattare, è assai peggio di tutti quei reati comunemente accettati in ogni altro contesto della vita, spesso tacitamente accettati e spessissimo idoleggiati. Lo sport subisce dunque un controllo fortissimo da parte dell'opinione pubblica. A cosa serve lo sport allora? A ricordarci cosa sarebbe la società, se regolata in maniera indiscutibile. L'arbitro, del resto, all'inizio dello sport moderno, pensiamo al calcio, era il pedagogo, il precettore dei ragazzi che giocavano. L'arbitro è la regola, la società dei giocatori ne accetta la supremazia. Chi non l'accetta, se ne va a fare altro. Nel gioco non ci può stare".

In genere prevale l'idea che nello sport si debbano sfogare istinti, tensioni, talenti naturali. Ma lo sport può essere insegnato come la grammatica, come la logica, come l'algebra?
"Lo sport è un complesso di valori spirituali e pratici, è fisica e metafisica, è solitudine e complessità. La struttura che ci ospita (lo Iusm, 2000 iscritti, la settima università italiana per qualità ed efficienza, la terza in Europa nel suo genere per risultati scientifici raggiunti) dimostra come lo sport sia tutt'altro che il luogo del dilettantismo, dell'improvvisazione. Qui si studiano fisiologia, medicina dello sport, pedagogia, psicologia, biomeccanica. Lo sport è tutto questo insieme. A marzo partirà il primo corso universitario italiano di filosofia dello sport. Un'occasione formidabile per approfondire lo speciale rapporto tra mente, corpo e società e capire le ricadute psicologiche e dunque sociali che può avere la pratica sportiva".

Gramsci parlava del calcio dicendo "questo regno della lealtà, praticata all'aria aperta".
"Una delle più nobili tra le esperienze umane, lo sport praticato con coscienza e lealtà".