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Trenta leggende del ciclismo
e il "giorno" scolpito nella memoria

In 'Campionissimi', Maurizio Crosetti attraversa un secolo di gesta epiche del pedale, narrando le 24 ore che segneranno per sempre, nel bene ma non solo, la vita e la carriera di tanti fuoriclasse
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ROMA - Ogni uomo nella propria vita attraversa un giorno che non dimenticherà più, quello che segnerà la svolta del proprio destino o più semplicemente gli rimarrà indelebilmente scolpito nella memoria. Trenta leggende del ciclismo, ventiquattro ore metafora della loro esistenza: un sogno che si realizza, un sogno che svanisce, il campione solare, quello introverso che corre soprattutto contro le proprie inquietudini, la vittoria attesa dalle prime pedalate della tenera adolescenza, o il re che improvvisamente si trova nudo, alle prese con la crisi che ne chiude la carriera, di quelle striscianti, che senza avvertire presentano il conto. In ''Campionissimi'', Un giorno nella vita di trenta grandi ciclisti, Maurizio Crosetti attraversa un secolo di ciclismo. Da Maurice Garin a Marco Pantani, passando per Coppi, Bartali, Magni, van Looy, Merckx, Hinault, Moser, Indurain, Armstrong e tanti altri. Tutti compresi, ci passano quasi 100 anni: le biciclett…
ROMA - Ogni uomo nella propria vita attraversa un giorno che non dimenticherà più, quello che segnerà la svolta del proprio destino o più semplicemente gli rimarrà indelebilmente scolpito nella memoria. Trenta leggende del ciclismo, ventiquattro ore metafora della loro esistenza: un sogno che si realizza, un sogno che svanisce, il campione solare, quello introverso che corre soprattutto contro le proprie inquietudini, la vittoria attesa dalle prime pedalate della tenera adolescenza, o il re che improvvisamente si trova nudo, alle prese con la crisi che ne chiude la carriera, di quelle striscianti, che senza avvertire presentano il conto. In ''Campionissimi'', Un giorno nella vita di trenta grandi ciclisti, Maurizio Crosetti attraversa un secolo di ciclismo. Da Maurice Garin a Marco Pantani, passando per Coppi, Bartali, Magni, van Looy, Merckx, Hinault, Moser, Indurain, Armstrong e tanti altri. Tutti compresi, ci passano quasi 100 anni: le biciclette via via sono diventate più comode, è vero, i rapporti, le ruote da cronometro ecc. Eppure il ciclismo non diventerà mai del tutto uno sport moderno: impossibile che succeda per una disciplina che ha vissuto, vive e vivrà sulla fatica, compagna a volte tragica di calure pazzesche o di cupi cieli da tregenda, perché come è scritto in un passo nel libro ''l'epica ha bisogno di umidità''.

'Campionissimi' è anche un viaggio tra epoche di profonde trasformazioni. I pionieri come lo spazzacamino valdostano Garin, i due polli, le tre bistecche, la frittata, i due litri di rosso buttati in corpo dopo aver vinto la prima tappa della storia del Tour de France, 467 km da Parigi a Lione. 'Culo di ferro' era il soprannome di Garin. Indubbiamente il culo nella società contadina dei primi del '900 è un elemento fondamentale, rende perfettamente l'idea di chi sgobba. Lo è anche per il leggendario Louisòn, Luigi Ganna, il primo trionfatore al Giro d'Italia. La passione popolare è già enorme, i media si interessano, e quando un cronista chiede a Ganna le prime sensazioni dopo il trionfo, questi risponde senza scomporsi: ''La mia impressione a caldo? Me brusa tanto el cu.''.
Andando avanti si incontra Costante Girardengo, probabilmente il primo campionissimo con il suo rapporto di amore eterno con la Milano-Sanremo, per arrivare ad Alfredo Binda. Il fuoriclasse di Cittiglio è il primo a sostituire la figura del martire con quella dell'eroe elegante, che non si scompone, resta pulito anche quando gli avversari vengono schiaffeggiati impietosamente dalla tormenta, come accade in occasione del memorabile Giro di Lombardia del 31 ottobre del 1926. Binda dà anche vita al primo grande dualismo che divide l'Italia, quello con la 'Locomotiva umana' Learco Guerra. A seguire ci penseranno Bartali e Coppi a spaccare le folle. Più sanguigno, popolare, 'ginettaccio' viene dipinto in maniera atipica, giù dalla bicicletta, dentro una macchina della carovana pubblicitaria nel Giro del 1987, un modo per restare sé stesso ancora una volta, per ricevere l'ovazione della sua gente.

Più introverso, pieno di tormenti Coppi, come nella tappa decisiva del Giro del 1953, il 1° giugno, con arrivo a Bormio. Un patto tacito del giorno prima con Hugo Koblet (a Fausto la tappa, allo svizzero il Giro), da infrangere. Lo svizzero in crisi, la scelta dell'Airone di puntare sul collega tifoso Nino Defilippis nel ruolo del killer agonistico per eliminare l'avversario. La gioia del bel vivere o il demone dell'inquietudine, anche in questo si distinguono tanti corridori. Per esempio, la maggior parte degli scalatori sembra liberarsi della propria sofferenza esistenziale quando si scatena sui pedali. E' così per Marco Pantani, ma è così anche per l''Aquila di Toledo' Federico Bahamontes, che quando quando arriva in cima ed inizia la discesa sente la terra mancare sotto le ruote, si smarrisce, ha paura al punto tale da diventare oggetto di studio.

I silenzi di Bahamontes e quelli di Bobet, sdraiato nel buio di una stanza in compagnia del fratello dopo che il mostro Mont Ventoux ne ha saccheggiato le energie dal fondo dell'anima. E poi ci sono i 'viveur' con Jacques Anquetil e la sua algida classe, la sua distanza dal resto degli altri corridori, il freddo cinismo con il quale maltratta l'eterno secondo, l'amatissimo Raymond Poulidor, 'battuto' anche nel momento in cui l'angelo biondo si arrende al cancro a soli 53 anni. ''Vedi, Raymond, - dice l'ormai morente Anquetil all'eterno rivale - anche questa volta sono arrivato prima io''. Ovviamente viene rivisitato anche uno dei giorni simbolo del più vincente di tutti i tempi, Eddy Merckx. Intorno alla figura del 'cannibale' si agitano quelle di un altro eroe tragico come Louis Ocana o di un grande campione che oltre alla classe ha tanta, tanta pazienza: non è stata l'unica volta in cui ha battuto l'uomo che gli ha condizionato la vita, ma esserci riuscito sul rettilineo mondiale di Barcellona 1973, per Felice Gimondi rimane probabilmente l'impresa della vita.