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Santon e i suoi fratelli
Passione e classe del terzino

Un libro uscito in questi giorni racconta il più oscuro tra i ruoli, il più antico, il più ingrato. Il cammino di Santon, e un'infinità di storie laterali, tanta bellezza spesa avanti e indietro sulla fascia
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ROMA - Gregari, seconde linee, soli e belli, lavoratori instancabili eppure lontani dal cuore del gioco, raramente decisivi, i terzini non godono sostanzialmente di buona stampa. Non è un ruolo felice, molto laterale, sbrigativo, da "colpisci quello che passa, se è il pallone pazienza" e poi succede invece che un terzino che si chiama Fabio Grosso spezzi un equilibrio che prometteva di essere eterno in una semifinale mondiale, 36 anni dopo la "palla di neve" scagliata in qualche modo da un altro terzino, Tarcisio Burgnich, in un'altra porta tedesca.

E finisce che la memoria riprenda dal bianco e nero Rosetta e Caligaris, Ballarin e Maroso, difensori duri, artiglieri, uomini di sostanza, marmisti in un mondo di fini scultori. E poi, con un viaggio in avanti, Facchetti, e poi Cabrini, Maldini - visto nel momento della sofferenza, in quella posizione dello zoppo, in quell'incredibile Italia-Norvegia - e poi il futuro, Davide Santon. Vite laterali, come r…
ROMA - Gregari, seconde linee, soli e belli, lavoratori instancabili eppure lontani dal cuore del gioco, raramente decisivi, i terzini non godono sostanzialmente di buona stampa. Non è un ruolo felice, molto laterale, sbrigativo, da "colpisci quello che passa, se è il pallone pazienza" e poi succede invece che un terzino che si chiama Fabio Grosso spezzi un equilibrio che prometteva di essere eterno in una semifinale mondiale, 36 anni dopo la "palla di neve" scagliata in qualche modo da un altro terzino, Tarcisio Burgnich, in un'altra porta tedesca.

E finisce che la memoria riprenda dal bianco e nero Rosetta e Caligaris, Ballarin e Maroso, difensori duri, artiglieri, uomini di sostanza, marmisti in un mondo di fini scultori. E poi, con un viaggio in avanti, Facchetti, e poi Cabrini, Maldini - visto nel momento della sofferenza, in quella posizione dello zoppo, in quell'incredibile Italia-Norvegia - e poi il futuro, Davide Santon. Vite laterali, come racconta in un libro il giornalista dell'Unità Cosimo Cito (Solitudine e bellezza del terzino sinistro, Lìmina edizioni, 18 euro). Un libro intenso, colmo di ricordi, di storie, un'immersione nel calcio che era, che è stato, un calcio in cui i difensori erano difensori, le ali esistevano ancora e il centromediano metodista, beh, era l'ago della bilancia, spesso sovrappeso - do you remember Dino Sani? -, di una squadra di calcio.

Una galoppata all'indietro e poi nel futuro, con la storia di Santon, dalla genesi al presente, dai primi calci alle prime gioie, e poi giù, le panchine, le tribune, l'infortunio e il ritorno. Un'infinità di storie, tanto "pallone", l'attrezzo del mestiere, il sogno rotondo. C'è la storia di Ruben Buriani, stessa origine di Santon, ma altra epoca, un'era in cui un infortunio, anche uno solo, era la fine. La storia di Filippini, la prima "vittima" di Santon, suo compagno nella Primavera, terzino titolare, espulso e soppiantato per sempre dal giovane talento di Bosco Mesola. La storia del ruolo, i suoi protagonisti e l'unico italiano di prospettiva rimasto nell'Inter dopo l'addio del gemello Balotelli. Le frasi di Mourinho, gli inviti a crescere, il bastone e la carota, i "vai bambino" e i momenti neri, la rincorsa e le fermate di una carriera che in fondo deve ancora decollare. E intorno, l'Inter del triplete, e poi i luoghi di Santon, le giornate padane. Non una biografia, ma una storia d'immagini. Una storia di sentimenti, di fatiche, di sudori, di sogni, di sangue. Una storia bella, una scrittura gustosa, e in mezzo le canzoni degli splendidi Novanta, amarcord e futuro.