l Bolt prima di Bolt, di Pechino e di Berlino. Prima che diventasse l'unico atleta, nel senso di praticante di atletica leggera (di discreto livello), attrezzato per competere su Facebook con Federer e Obama, Bolt era un gigante dai piedi fatti con l'esatto contrario dell'argilla: "Sentivo di avere un'elasticità da canguro. Non potevo, con un balzo, salire su un albero: dovevo". E ci riusciva. Lo venivano a prendere con le buone. Lui niente. Con le cattive. Lui niente. La sera, quando decideva che bisognava pur smettere di andare da un ramo all'altro della sua libertà quotidiana, con un altro salto piombava giù e scivolava nel letto dopo aver mangiato quel che capitava durante il breve tragitto. Trelawny. Giamaica. Bolt nasce il 21 agosto del 1986 da Jennifer e Wellesley Bolt. La sua terra vive nel culto di Bob Marley. A Kingston si spara per le strade e le radio rhythm'n'blues della Florida continuano a martellare il sogno di un'altra vita. Gli stessi sogni che il reggae aveva ritmicamente riadattato, dissolvendone in parte la portata colonizzatrice.
La famiglia Bolt, racconta Usain nella sua autobiografia (My Story - 9.58: Being The World's Fastest Man), era un insieme di collettivi: casa, scuole, campetti, mare, amache, animali. Ma soprattutto amici: "Il mio amico del cuore era NJ. Io ero VJ e non ho mai saputo perché". Il libro non è il suo titolo. Contiene le storie della velocità recente, ma il suo bello sono le velocità lontane: "Il nostro allenatore, Mr. Nugent, era anche il nostro prof di matematica alla Waldensia School. Un giorno invece di studiare ci chiudemmo in classe a giocare a pallone: quando arrivò scappammo. Credo che fu allora che corsi per la prima volta in 9"58".
Fra le tante prima volte cui Usain torna, c'è l'incontro con la morte, come Brancaleone. "La vidi là che galleggiava sull'acqua". Stava per annegare nel fiume, sulle cui rive andava ogni giorno con gli amici. "Ma quel giorno nuotai a dorso troppo a lungo. Ero sicuro di trovare un appoggio per rifiatare e invece qualcuno aveva spostato il sasso!". La bocca cominciò a imbarcare acqua, Usain stava affondando: "Per fortuna smisi di respirare e risalii". Da quel momento però solo piscine. Un altro Bolt. Alle prese con la realtà dei normali. Paura, silenzi e incertezze: "Soltanto quando feci 19"93 nel 2004 ebbi la sensazione che avevo trovato la chiave per liberarmi dai miei piccoli incubi". Fra i quali però non c'è mai stata la povertà: "Perché non sapevamo cosa fosse la ricchezza, quella degli altri, non di noi giamaicani, della nostra comunità". Dei primi soldi guadagnati non tratteneva nulla: "Spedivo tutto qui. A me bastava quel che mi davano per allenarmi: la prima cosa che fecero i miei fu di allargare un po' la casa e il giardino". Canne? Niente. Almeno così dice lui. Musica tanta. Ragazze?: "Mi facevano un po' paura. Ho avuto pochissime fidanzate". La prima, certo non la scorderà, si chiamava Kimilin Matteson: "Il problema era: come restiamo in contatto? Vivevamo lontani. Ci vedevamo solo a scuola". A casa non c'era telefono. Lui ancora un anno fa, un po' burbero, rimproverava la sua compagna di squadra Shelley Ann Fraser "perché è una di quelle che girano con tre cellulari, ma che cavolo!". Adesso l'uomo più veloce del mondo è un benestante (guadagna sette milioni l'anno). Ma con un sassolino da togliersi: "La Puma mi mise sotto contratto approfittandosene perché ero ancora junior". Dieci anni fa a Nassau, durante i Carifta Games, i tifosi bahamensi lo ribattezzarono "Lighting Bolt": "Un lampo e spariva". Più che un figlio del vento.
La famiglia Bolt, racconta Usain nella sua autobiografia (My Story - 9.58: Being The World's Fastest Man), era un insieme di collettivi: casa, scuole, campetti, mare, amache, animali. Ma soprattutto amici: "Il mio amico del cuore era NJ. Io ero VJ e non ho mai saputo perché". Il libro non è il suo titolo. Contiene le storie della velocità recente, ma il suo bello sono le velocità lontane: "Il nostro allenatore, Mr. Nugent, era anche il nostro prof di matematica alla Waldensia School. Un giorno invece di studiare ci chiudemmo in classe a giocare a pallone: quando arrivò scappammo. Credo che fu allora che corsi per la prima volta in 9"58".
Fra le tante prima volte cui Usain torna, c'è l'incontro con la morte, come Brancaleone. "La vidi là che galleggiava sull'acqua". Stava per annegare nel fiume, sulle cui rive andava ogni giorno con gli amici. "Ma quel giorno nuotai a dorso troppo a lungo. Ero sicuro di trovare un appoggio per rifiatare e invece qualcuno aveva spostato il sasso!". La bocca cominciò a imbarcare acqua, Usain stava affondando: "Per fortuna smisi di respirare e risalii". Da quel momento però solo piscine. Un altro Bolt. Alle prese con la realtà dei normali. Paura, silenzi e incertezze: "Soltanto quando feci 19"93 nel 2004 ebbi la sensazione che avevo trovato la chiave per liberarmi dai miei piccoli incubi". Fra i quali però non c'è mai stata la povertà: "Perché non sapevamo cosa fosse la ricchezza, quella degli altri, non di noi giamaicani, della nostra comunità". Dei primi soldi guadagnati non tratteneva nulla: "Spedivo tutto qui. A me bastava quel che mi davano per allenarmi: la prima cosa che fecero i miei fu di allargare un po' la casa e il giardino". Canne? Niente. Almeno così dice lui. Musica tanta. Ragazze?: "Mi facevano un po' paura. Ho avuto pochissime fidanzate". La prima, certo non la scorderà, si chiamava Kimilin Matteson: "Il problema era: come restiamo in contatto? Vivevamo lontani. Ci vedevamo solo a scuola". A casa non c'era telefono. Lui ancora un anno fa, un po' burbero, rimproverava la sua compagna di squadra Shelley Ann Fraser "perché è una di quelle che girano con tre cellulari, ma che cavolo!". Adesso l'uomo più veloce del mondo è un benestante (guadagna sette milioni l'anno). Ma con un sassolino da togliersi: "La Puma mi mise sotto contratto approfittandosene perché ero ancora junior". Dieci anni fa a Nassau, durante i Carifta Games, i tifosi bahamensi lo ribattezzarono "Lighting Bolt": "Un lampo e spariva". Più che un figlio del vento.