"NO, quest'anno non vengo in Australia. Così non ce la farò di sicuro a vincere il terzo Grand Slam". È la voce di Rod Laver, che ha perduto l'accento dell'antico campagnolo del Gippsland, e assunto una sfumatura yankee, a parlarmi dalla sua casa di Newport, negli Usa.
"A proposito di Grand Slam, ho letto che subiresti il fascino di Roger Federer. Hai dichiarato che lo credi il più grande tennista mai esistito".
"Ho detto il più grande della sua Era. Penso non si possa non esser d'accordo col nostro caro amico Allison Danzig, il columnist che inventò il termine Grand Slam, nel 1933. Può esistere il più grande del suo tempo, non di tutti i tempi".
"Anche secondo me. Come avviene per i Profeti delle diverse religioni".
"Vabbè che hai la laurea, se mi ricordo. Ma non volevi parlarmi di Slam?".
"Certo, soprattutto dei tuoi due. Quello del 1962 da dilettante, e il secondo del 1969, da professionista, com'eri diventato. Lascerai che ricordi ai miei lettori più giovani che nella sua storia ultracentenaria il tennis è stato diviso tra i dilettanti, che non avevano ufficialmente il diritto di guadagnare un soldo o venivano squalificati, e i professionisti, costretti alle esibizioni".
"Una ragione in più perché non mi attribuiscano dichiarazioni inesatte. È quindi forse giusto dire che sono stato il primo del mondo degli Anni Sessanta, anche se all'inizio della decade mancavano Kramer, Gonzales, Segura, e a metà The Twins, i gemelli, i miei amici Rosewall e Hoad. Tutti già professionisti".
"Diciamo allora che il primo dei tuoi due Slam, quello del '62, è stato più facile, senza professionisti, così come l'unico che esiste oltre ai tuoi, quello di Don Budge, nel 1938".
"Più facile non credo, se pensi ai rischi che ho corso. Tu c'eri, non so se li ricordi".
"Li trovo nei miei articoli per il Giorno. Ma probabilmente li ricordi meglio tu".
"Il rischio più grande fu il match contro il mio compatriota Martin Mulligan, da poco naturalizzato italiano, Martino Mulligano, come lo chiamavi. Fu il quarto turno del Roland Garros. Come sempre negli Slam iniziavo piano, con gli occhi rivolti alle sette partite, che ne fanno dei tornei diversi dagli altri. Bisognava ritrovarsi in forma al momento delle salite, come nel Tour de France. Dunque al quarto turno mi ritrovo Martin, che tra noi australiani era il più terraiolo, anche se poi arrivò a giocare una finale, proprio contro di me, quello stesso anno, a Wimbledon. In un match in cui non sbagliava se non ve lo costringevo, Martin sta due set a uno, e arriva a match point a 5-4 per lui, 30-40. Cosa faccio? Contraddico il mio maestro, il grande Charles Hollis, e cerco l'ace. Out. E mi ritrovo con il dubbio amletico. Vado avanti o no, sulla seconda? Ci penso un attimo, e mi decido. Vado. Il mio servizio migliore è quello da sinistra. Riesco a spostare Mulligan per chiudergli l'angolo, e, volè di rovescio, gli fulmino la ribattuta. Da lì, la partita gira. Furioso per l'occasione svanita, sull'otto pari Martin, per solito correttissimo, avrebbe addirittura tirato una pallata a un giudice di linea, secondo lui colpevole di miopia. Concentrazione perduta, nervi saltati e addio. Mi rimanevano gli altri australiani. Neal Fraser, mancino come me, si ritrovò a 5-4 e servizio nel quinto, e venne preso da una crisi di prudenza, smise di seguire a rete, perse l'iniziativa e gli ultimi games. E poi, in finale, vittima della stessa crisi fu Emerson, che poi, con l'assenza di tanti tra noi, raggiunse 12 titoli Slam. Conduceva due set a uno e 3-0. Invece che strozzarmi, mi lasciò respirare. Vinsi il torneo".
"E fu questo il più difficile, se ricordo. Il torneo che io chiamo il Tour de France con racchetta. Perché allora tre degli Slam erano su erba".
"Un altro dettaglio che rende tutto diverso dal tennis di oggi. Sì, il mio maggior rischio non lo si desumerebbe dai risultati. Si trova in un quarto di finale di soli 4 set, contro uno che però Wimbledon l'aveva vinto, e ci sapeva fare, soprattutto con quel suo copyright del lob liftato, un colpo mai visto. Allora non c'era il tiebreak, e Manolo Santana mi tolse il primo set 16-14, condusse 5-1 nel secondo, e non trasformò il set point a 5-4. Gli lasciai quattro games negli ultimi due set. Il torneo più facile fu negli Stati Uniti, persi in tutto due set, uno in finale con Emerson".
"Poi vennero i 5 anni di professionismo, e quindi passarono 20 tornei Slam senza che tu li potessi giocare, e probabilmente battere il record di Federer, che, fin qui, appare primo di tutti i tempi, per chi non conosce il tennis, con 16 vittorie".
"Sì, certo. Ma pensa al mio amico Ken Rosewall, che di Slam ne ha vinti otto, e tra le due parentesi ne ha saltati 44".
"Torniamo al tuo secondo Slam, quello che venne nel 1969, un anno dopo la nascita del Tennis Open. Dopo anni di incontri ormai dimenticati tra i più forti al mondo, come te, Gonzales, Trabert e Hoad. Portai una volta il mio amico Gianni Brera a vedervi al Palalido e lo accompagnai in spogliatoio entusiasta e insieme amareggiato, perché voleva dirvi "Non è giusto"".
"Infatti non era giusto, e lo dimostrammo al primo torneo, a Bornemouth, dove io persi in finale dal mio amico Rosewall".
"E io, nel mio piccolo, fui uno dei tre soli giornalisti non inglesi. Insieme a quel Bud Collins che poi scrisse la tua biografia, The Education of a Tennis Player".
"Facendomi addirittura apparire intelligente. Salutamelo".
"Ma parliamo del secondo Grand Slam. Ormai c'erano tutti i più forti. Fu più difficile del primo?".
"Non mi pare. Gonzales e Trabert erano invecchiati, io avevo imparato qualcosa in più. Il match più pericoloso fu probabilmente nel torneo d'avvio, che si giocava quell'anno a Brisbane, e non a Melbourne, come adesso. L'erba era insaponata di pioggia, e il mio giovane amico Tony Roche pareva un anfibio. Tenevo giusto col servizio, persi un secondo set infinito per 20-22, ottenni di calzare le spikes, le scarpette d'atletica con i chiodi. E così raggiunsi il quinto, dove ancora oggi Tony giura che gli tolsero un punto decisivo. Gliel'avrei reso, come ho sempre fatto, quando sono stato in grado di accertarmi di un errore".
"Allora, pensi che il Falco, l'invenzione di Mr. Hawk, sia inutile".
"Inutile per i giocatori onesti".
"Ricordo anche un Wimbledon incredibile, su un campo, il numero sei o sette, sommerso di spettatori increduli. Mi avvicinai affermando di essere incinta, sollevando l'ilarità e trovando così posto. Giocavi contro un indiano mai visto".
"Premjit Lall, quasi mai visto, ma nato sull'erba. Io commisi l'errore di sottovalutarlo, ma, quando fui indietro due set, e sul 3 pari ebbe la palla-break, commise anche lui l'errore di non creder possibile battermi. Così è il tennis".
"E, oltre all'indiano, cosa ricordi?".
"Il match più duro fu probabilmente contro Stan Smith, che era all'inizio di carriera, con un servizio che mi pareva scendere da una torre. Un quarto turno che mi spinse al più difficile quinto set di quel Wimbledon".
"Quinto set al secondo turno, quinto set al quarto. Forma dubbia, mi pare".
"Son sempre migliorato strada facendo. Da lì in avanti, il solo quinto set di quell'anno fu a New York, contro un altro attaccante americano, Dennis Ralston. Ma il match più difficile, a New York, fu probabilmente con mia moglie Mary, americana, che stava per partorire il mio primo figlio, e mi telefonava dalla California, per avermi con lei".
"Non meno difficile che contro il solito Emerson, trovo nei miei articoli. Uno che arrivava a rete forse prima di te. Ritrovo qualche mio dubbio circa un punto assegnato a te, a dodici pari nel terzo set, un punto forse decisivo".
"Forse ci sarebbe voluto il Falco. Per togliere ogni dubbio".
"Rod, dopo un'ora di telefonata, vorrei sapere da te l'ultima cosa. È ancora possibile che qualcuno realizzi un Grand Slam di questi tempi? Sull'erba e insieme sul cemento, la plastica e la terra rossa?".
"Perché no? Federer ci è andato vicino, vincendo in tre annate tre titoli su quattro. E adesso c'è Nadal, che ha soltanto 24 anni, e ha già vinto nove tornei Slam. Il più probabile mi sembra proprio lo spagnolo. Se Federer smettesse, Nadal migliorasse, e non spuntasse un vero antagonista. Nadal, perché no?".
Ho ringraziato Rod, e l'ho invitato a cena per il prossimo Wimbedon. Al San Lorenzo fuori Porta, dove spesso si celebrano le vittorie del torneo.
"A proposito di Grand Slam, ho letto che subiresti il fascino di Roger Federer. Hai dichiarato che lo credi il più grande tennista mai esistito".
"Ho detto il più grande della sua Era. Penso non si possa non esser d'accordo col nostro caro amico Allison Danzig, il columnist che inventò il termine Grand Slam, nel 1933. Può esistere il più grande del suo tempo, non di tutti i tempi".
"Anche secondo me. Come avviene per i Profeti delle diverse religioni".
"Vabbè che hai la laurea, se mi ricordo. Ma non volevi parlarmi di Slam?".
"Certo, soprattutto dei tuoi due. Quello del 1962 da dilettante, e il secondo del 1969, da professionista, com'eri diventato. Lascerai che ricordi ai miei lettori più giovani che nella sua storia ultracentenaria il tennis è stato diviso tra i dilettanti, che non avevano ufficialmente il diritto di guadagnare un soldo o venivano squalificati, e i professionisti, costretti alle esibizioni".
"Una ragione in più perché non mi attribuiscano dichiarazioni inesatte. È quindi forse giusto dire che sono stato il primo del mondo degli Anni Sessanta, anche se all'inizio della decade mancavano Kramer, Gonzales, Segura, e a metà The Twins, i gemelli, i miei amici Rosewall e Hoad. Tutti già professionisti".
"Diciamo allora che il primo dei tuoi due Slam, quello del '62, è stato più facile, senza professionisti, così come l'unico che esiste oltre ai tuoi, quello di Don Budge, nel 1938".
"Più facile non credo, se pensi ai rischi che ho corso. Tu c'eri, non so se li ricordi".
"Li trovo nei miei articoli per il Giorno. Ma probabilmente li ricordi meglio tu".
"Il rischio più grande fu il match contro il mio compatriota Martin Mulligan, da poco naturalizzato italiano, Martino Mulligano, come lo chiamavi. Fu il quarto turno del Roland Garros. Come sempre negli Slam iniziavo piano, con gli occhi rivolti alle sette partite, che ne fanno dei tornei diversi dagli altri. Bisognava ritrovarsi in forma al momento delle salite, come nel Tour de France. Dunque al quarto turno mi ritrovo Martin, che tra noi australiani era il più terraiolo, anche se poi arrivò a giocare una finale, proprio contro di me, quello stesso anno, a Wimbledon. In un match in cui non sbagliava se non ve lo costringevo, Martin sta due set a uno, e arriva a match point a 5-4 per lui, 30-40. Cosa faccio? Contraddico il mio maestro, il grande Charles Hollis, e cerco l'ace. Out. E mi ritrovo con il dubbio amletico. Vado avanti o no, sulla seconda? Ci penso un attimo, e mi decido. Vado. Il mio servizio migliore è quello da sinistra. Riesco a spostare Mulligan per chiudergli l'angolo, e, volè di rovescio, gli fulmino la ribattuta. Da lì, la partita gira. Furioso per l'occasione svanita, sull'otto pari Martin, per solito correttissimo, avrebbe addirittura tirato una pallata a un giudice di linea, secondo lui colpevole di miopia. Concentrazione perduta, nervi saltati e addio. Mi rimanevano gli altri australiani. Neal Fraser, mancino come me, si ritrovò a 5-4 e servizio nel quinto, e venne preso da una crisi di prudenza, smise di seguire a rete, perse l'iniziativa e gli ultimi games. E poi, in finale, vittima della stessa crisi fu Emerson, che poi, con l'assenza di tanti tra noi, raggiunse 12 titoli Slam. Conduceva due set a uno e 3-0. Invece che strozzarmi, mi lasciò respirare. Vinsi il torneo".
"E fu questo il più difficile, se ricordo. Il torneo che io chiamo il Tour de France con racchetta. Perché allora tre degli Slam erano su erba".
"Un altro dettaglio che rende tutto diverso dal tennis di oggi. Sì, il mio maggior rischio non lo si desumerebbe dai risultati. Si trova in un quarto di finale di soli 4 set, contro uno che però Wimbledon l'aveva vinto, e ci sapeva fare, soprattutto con quel suo copyright del lob liftato, un colpo mai visto. Allora non c'era il tiebreak, e Manolo Santana mi tolse il primo set 16-14, condusse 5-1 nel secondo, e non trasformò il set point a 5-4. Gli lasciai quattro games negli ultimi due set. Il torneo più facile fu negli Stati Uniti, persi in tutto due set, uno in finale con Emerson".
"Poi vennero i 5 anni di professionismo, e quindi passarono 20 tornei Slam senza che tu li potessi giocare, e probabilmente battere il record di Federer, che, fin qui, appare primo di tutti i tempi, per chi non conosce il tennis, con 16 vittorie".
"Sì, certo. Ma pensa al mio amico Ken Rosewall, che di Slam ne ha vinti otto, e tra le due parentesi ne ha saltati 44".
"Torniamo al tuo secondo Slam, quello che venne nel 1969, un anno dopo la nascita del Tennis Open. Dopo anni di incontri ormai dimenticati tra i più forti al mondo, come te, Gonzales, Trabert e Hoad. Portai una volta il mio amico Gianni Brera a vedervi al Palalido e lo accompagnai in spogliatoio entusiasta e insieme amareggiato, perché voleva dirvi "Non è giusto"".
"Infatti non era giusto, e lo dimostrammo al primo torneo, a Bornemouth, dove io persi in finale dal mio amico Rosewall".
"E io, nel mio piccolo, fui uno dei tre soli giornalisti non inglesi. Insieme a quel Bud Collins che poi scrisse la tua biografia, The Education of a Tennis Player".
"Facendomi addirittura apparire intelligente. Salutamelo".
"Ma parliamo del secondo Grand Slam. Ormai c'erano tutti i più forti. Fu più difficile del primo?".
"Non mi pare. Gonzales e Trabert erano invecchiati, io avevo imparato qualcosa in più. Il match più pericoloso fu probabilmente nel torneo d'avvio, che si giocava quell'anno a Brisbane, e non a Melbourne, come adesso. L'erba era insaponata di pioggia, e il mio giovane amico Tony Roche pareva un anfibio. Tenevo giusto col servizio, persi un secondo set infinito per 20-22, ottenni di calzare le spikes, le scarpette d'atletica con i chiodi. E così raggiunsi il quinto, dove ancora oggi Tony giura che gli tolsero un punto decisivo. Gliel'avrei reso, come ho sempre fatto, quando sono stato in grado di accertarmi di un errore".
"Allora, pensi che il Falco, l'invenzione di Mr. Hawk, sia inutile".
"Inutile per i giocatori onesti".
"Ricordo anche un Wimbledon incredibile, su un campo, il numero sei o sette, sommerso di spettatori increduli. Mi avvicinai affermando di essere incinta, sollevando l'ilarità e trovando così posto. Giocavi contro un indiano mai visto".
"Premjit Lall, quasi mai visto, ma nato sull'erba. Io commisi l'errore di sottovalutarlo, ma, quando fui indietro due set, e sul 3 pari ebbe la palla-break, commise anche lui l'errore di non creder possibile battermi. Così è il tennis".
"E, oltre all'indiano, cosa ricordi?".
"Il match più duro fu probabilmente contro Stan Smith, che era all'inizio di carriera, con un servizio che mi pareva scendere da una torre. Un quarto turno che mi spinse al più difficile quinto set di quel Wimbledon".
"Quinto set al secondo turno, quinto set al quarto. Forma dubbia, mi pare".
"Son sempre migliorato strada facendo. Da lì in avanti, il solo quinto set di quell'anno fu a New York, contro un altro attaccante americano, Dennis Ralston. Ma il match più difficile, a New York, fu probabilmente con mia moglie Mary, americana, che stava per partorire il mio primo figlio, e mi telefonava dalla California, per avermi con lei".
"Non meno difficile che contro il solito Emerson, trovo nei miei articoli. Uno che arrivava a rete forse prima di te. Ritrovo qualche mio dubbio circa un punto assegnato a te, a dodici pari nel terzo set, un punto forse decisivo".
"Forse ci sarebbe voluto il Falco. Per togliere ogni dubbio".
"Rod, dopo un'ora di telefonata, vorrei sapere da te l'ultima cosa. È ancora possibile che qualcuno realizzi un Grand Slam di questi tempi? Sull'erba e insieme sul cemento, la plastica e la terra rossa?".
"Perché no? Federer ci è andato vicino, vincendo in tre annate tre titoli su quattro. E adesso c'è Nadal, che ha soltanto 24 anni, e ha già vinto nove tornei Slam. Il più probabile mi sembra proprio lo spagnolo. Se Federer smettesse, Nadal migliorasse, e non spuntasse un vero antagonista. Nadal, perché no?".
Ho ringraziato Rod, e l'ho invitato a cena per il prossimo Wimbedon. Al San Lorenzo fuori Porta, dove spesso si celebrano le vittorie del torneo.