La storia

Le panchine del solista Pato
Troppo bravo per piacere

Legava con Ronaldinho, ma fuori dal campo. Non ha sedotto Dunga né Allegri, Ibra non lo può vedere. E' partito non titolare 31 volte su 93, domenica a Verona ha realizzato il suo decimo gol in campionato. Il Milan lo comprò nel 2007 per 22 milioni, la cifra più alta mai spesa per un Under18

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"Robinho è la mano, io sono il piede". Parafrasando Ruby, Pato Rubacuori potrebbe rivendicare così il suo ruolo, decisivo e perfino regolare, nell'aver mantenuto in testa il Milan di Silvio (e Barbara) Berlusconi. Un guizzo ad personam, uno stralcio alla procedura del match et voilà: ancora una volta il regno è salvo. Curioso sia toccato proprio a lui, il principe dimenticato. Se ne stava in panchina, ingrugnito, a guardare gli altri giocare, neppure tanto bene. Sotto la tuta vestiva la maglia firmata dal sovrano, che si comprò il trono quando lui non era ancora nato. Meditava ricorsi contro l'ingiustizia di un mondo in cui la qualità fondamentale non è più essere bravo, ma "Ibra-compatibile". E lui non lo è.

A dire il vero Pato non è compatibile con nessuno, a volte neppure con se stesso. Legava con Ronaldinho, ma più che altro fuori dal campo, di sera. Ha sposato una modella brasiliana conosciuta su Internet, ma si è separato dopo nove mesi gravidi di tormento. Non ha sedotto Dunga, ct del Brasile, che già alle Olimpiadi lo mise fuori squadra. Non convince Allegri, che costruisce la formazione intorno al modulo Ibra: palla a lui e a chi vuole lui. Pato non dialoga, monologa. Per questo, spesso, è ridotto al silenzio. Esce ed entra da infortuni che il Milan Lab non può prevenire né curare. Pare sia la postura, che stanno provando a correggergli. Pare non aiuti l'alimentazione, nella quale è incorreggibile. Si porta appresso la vittoria su un male infantile che tuttavia non lo ha reso miracolato e miracoloso come Messi. Ha sempre l'impressione che ci sia qualcuno più grande, perché più favorito, di lui. Qualche volta non sbaglia.

Domenica scorsa a Verona non sbagliava. Cassano rotolava, Robinho smanacciava, Ibra svariava. E lui guardava. C'è qualcosa di strano nel modo in cui viene trattato. Ogni tanto sbuca un pulcino (tipo Coutinho) e lo chiamano "il nuovo Pato". Come se lui fosse vecchio, spremuto, rottamabile. Il Milan gli cerca successori in Brasile (Neymar, Ganso) ansioso di ripetere un colpo di cui non ha ancora speso il bottino. Dall'Inghilterra si allunga l'ombra nera di Balotelli, che segna meno, gioca meno, ma ha l'arma in più: Raiola. Le ultime fantasie di calciomercato sono da querela: "Scambio Pato-Sergio Ramos", mai comprare un'auto usata da Mourinho. Quando Allegri ha voluto fargli un complimento l'ha giudicato "il più forte Under 20 del mondo", senza accorgersi che va per i ventuno: anche i dipendenti di Berlusconi diffondono l'idea che l'età è sempre relativa. Il Giornale della real casa ha etichettato impietosamente i suoi disturbi con un gioco di parole: "Patologia". Ibra ha smentito di avere problemi con lui, quindi non lo può vedere. L'ex moglie ha ottenuto 57mila euro al mese di alimenti. L'hanno visto in giro con Miss Brasile a spenderne quasi altrettanti in una sera. Erano giovani (relativamente) e bellissimi, qualcuno sussurrava che lei è nipote di Lula. Ha patito l'omonimia con uno scooter pubblicizzato da Valeria Marini (immobile come una ruota di scorta) che i puristi hanno definito: "La Lambretta che fa rivoltare Innocenti nella tomba". Ha firmato con qualche impaccio copie di una biografia uscita quando aveva vent'anni e la sua vita era stata: pallone, scuole medie, casa divisa con un amico. Non esattamente il Che. L'ha firmata Carlo Pellegatti. Titolo (oddio): "Pato col diavolo".

Se ha venduto l'anima, è stato truffato. Ha segnato quanto Robinho e, se avesse tirato lui i rigori, quanto Ibra. Eppure se ne sta in panchina, mentre qualcuno gli prepara le valigie. Perché? Primo: l'ha portato al Milan il gran traditore, Leonardo. È stato lui a convincere tutti che fosse l'attaccante più forte del futuro, a far rifiutare un'offerta di 62 (sessantadue) milioni del Real Madrid. E adesso sta all'Inter. Da dove viene Ibra, che è il punto secondo: al centro dell'attacco ci sta lui, al centro dello spogliatoio ci sta lui, gli altri sono satelliti. Pato si sente un pianeta. Calpesta l'erba del vicino e gliela rende meno verde. Ibra ha tollerato per un campionato intero Messi, non accetta altri sacrifici. Terzo: non è funzionale al gioco del Milan. È un micidiale contropiedista in una squadra che attacca le difese schierate. È un solista mentre si cerca di formare un coro.

Glielo fanno capire e lui reagisce male, in campo e fuori. Se va all'estero si perde, mai decisivo in Champions, come non lo è stato con la maglia del Brasile. Accumula rabbia come fosse energia. Quando finalmente lo mandano dentro scarica nell'unico modo in cui è capace: doppio dribbling, tiro, gol, esultanza, insulti. Solo nell'azione, solo alla festa. L'impressione è che sarebbe folle perderlo, impossibile tenerlo. Che renderebbe meglio in una squadra al suo servizio, ma che quella squadra non potrebbe permetterselo. E che stia diventando il più forte Under 20 che mai sia cresciuto.