NEW YORK - Che notte di boxe quel 30 novembre 1979 al Caesar Palace di Las Vegas. C'era l'immenso Sugar Ray Leonard che combatteva - e vinceva - per il mondiale dei welter contro il portoricano Wilfredo Benitez, uno che veniva dalla strada ed a 17 anni aveva già conquistato un titolo iridato. Ma c'era anche un uomo con la faccia scolpita nella pietra e dalle sopracciglia di burro. Veniva da Palo del Colle, un paese della Puglia, era diventato paisà andando a far fortuna in America: il suo nome Vito Antuofermo. Nonostante ormai da anni negli States, Antuofermo combatteva per la bandiera italiana, e si era guadagnato la stima degli appassionati conquistando il titolo mondiale dei pesi medi dopo una sfida molto serrata a Montecarlo contro l'argentino Hugo Corro, uno dei tanti eredi, a conti fatti 'illegittimi', del mito Carlos Monzon. E tanti italiani misero la sveglia alle 3/4 di quella notte tra venerdì e sabato per vedere il paisà mettere in palio la corona contro un pugile stupendo, un calvo dalla pelle nera che si faceva chiamare 'Marvelous', il meraviglioso, Marvin Hagler.
"In molti mi avevano sconsigliato quell'incontro - confessa Antuofermo - ma io non mi volli tirare indietro". Fu battaglia, 15 riprese selvagge: i colpi perfidi di Hagler che continuavano a tagliare la pelle del volto di Vito, stoico però nella sua determinazione di tenersi il titolo. Colpo su colpo. Alla fine un pari che consentì ad Antuofermo di tenere la cintura. E come spesso accade in questi casi, da quel palco madido di sudore e sangue, si consolidò un rapporto classico: "Con Marvin siamo rimasti amici, ed anche le nostre mogli lo sono"
Ma riavvolgiamo il nastro. Che punti di riferimento aveva Antuofermo ?
"Il mio mito era Benvenuti. Quando ho iniziato a tirare di boxe volevo essere come Nino, anche se mio padre mi diceva sempre 'non illuderti. Come lui o Cassius Clay ne nasce uno ogni 100 anni!'. Il punto di contatto con Nino arrivò indiretto. Quando battei Griffith nel '74. Emile (storico avversario di Benvenuti, ndr) era da poco uscito sconfitto contro Carlos Monzon, ai punti in 15 rounds".
La tua prima volta negli Usa?
"Arrivai nel 1968. Lavoravo con mio fratello e mio padre. Avevo 15 anni"
Inseguivi il sogno americano...
"Quando lo raggiunsi la prima volta, mio padre faceva il giardiniere. Era ancora soldato in Italia ed ebbe molte difficoltà per il passaporto. Dopo, mi seguirono mio fratello e mia madre. Ma inizialmente a fare il pugile non ci pensavo proprio"
Quale fu la scintilla?
"Successe davvero per caso. Durante una di quelle feste che si organizzavano a Brooklin, dove vivevamo. Si allestivano tavoli, si mangiava e si ballava, si stava insieme in allegria tra giovani, a sentire musica. In una di quelle serate si finì col litigare per le ragazze. Ci andammo a sfidare in una zona appartata, una cosa da bulletti di piccola banda. Arrivò la polizia, caricò in auto due di noi e ci portò in gattabuia. Poi uno di loro mi prese da parte e mi disse "Are you a fighter? Ok, come!"
Come Cassius Clay, anche lui fu instradato alla boxe dal un poliziotto...
"Di fianco alla caserma c'era la PAL (Police Athletic Legal ) la loro palestra. Dentro si prendevano a pugni. Mi facevano paura ma raffreddai il sangue. Il poliziotto disse al trainer (il famoso Joe La Quale) 'vedi che puoi combinare con questo'. Mi chiese cosa sapessi fare, ed io risposi 'tutto'. Mi scaraventò di fronte ad uno che aveva al suo attivo 10 incontri. In tre riprese me ne diede di santa ragione e mi stese. Il giorno dopo avevo il viso pesto, ma tornai. Il coach quando mi vide non credeva ai suoi occhi, e fu allora che capì che avevo la stoffa. Era il 1969".
Da quel momento in poi una strada in ascesa
''A gennaio iniziò la mia carriera, con il Golden Glowes che vinsi nel '70. Potevo anche partecipare alle Olimpiadi del 72. Proprio come aveva fatto Nino dodici anni prima. Solo che lui si batteva per l'Italia, io abitavo a Brooklin, a Howard Beach, e non fui preso in considerazione''.
I primi approcci con il ring italiano?
"Ho combattuto due volte a Roma nel 1974, poi un paio di volte a Milano. Ma la prima svolta della mia carriera l'ho avuta in Germania, quando ho conquistato il titolo Europeo dei medi Junior contro Dagge. Si può dire che la prima parte della mia carriera si chiuse proprio a Roma, quando al Palazzo dello Sport ho ceduto il titolo ad un inglese molto forte, Maurice Hope. Da allora sono tornato a combattere prevalentemente negli Stati Uniti"
Già, gli inglesi, un tabù per Vito. Saltando avanti negli anni, dopo il match con Hagler, la sua avventura mondiale si arenò contro un altro britannico, Alan Minter, tristemente famoso in Italia perché combattendo contro di lui aveva perso la vita Angelo Jacopucci. Il match contro Antuofermo fu molto equilibrato, e forse il campione italoamericano avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte dei giudici.
"Il titolo mi fu praticamente rubato - tuona Antuofermo a distanza di oltre trenta anni - La decisione fu contrastata. Il giudice venezuelano assegnò due punti a mio favore, ma gli altri due, filoinglesi, mi diedero un verdetto contro che non mi ha mai convinto"
Poi le rivincite con Hagler e Minter - entrambe perse - ed i guanti appesi al chiodo
"Era il 1981, avevo 29 anni. Abbandonai tutto senza rimpianti pensando 'Ho chiuso per sempre!'. E invece non ci riuscii. Mi prese la nostalgia. Nell'84 tornai. Ma fu per poco"
Difficile scendere dal quadrato e rimettere i piedi per terra...
"Si, proprio così. Ti senti perso, ti chiedi 'E ora che faccio?', mica è facile. Aprii una pizzeria, la avviai e mi feci una certa clientela. Fu la mia vita per tre anni''.
Certo, dal ring ai fornelli... E' come tirare all'improvviso il freno a mano dopo aver corso i 300 km orari!
"Infatti persi un bel po' di soldi. E alla fine mi decisi a vendere tutto"..
E iniziarono i problemi?
"No, no. Mio padre mi ha sempre insegnato che il lavoro è la prima cosa. Non mi sono perso d'animo. Con mio fratello mi misi a distribuire Coca Cola. A me la fatica non mi ha mai spaventato. Il fisico, certo, aiuta''.
Un fisico che maschera bene. Che si porta dignitosamente una carriera fitta di incontri e cazzotti.
''Anche se il punto debole erano diventate le sopracciglia, rotte e ricucite un sacco di volte. Non sopportavano più i colpi; si aprivano di continuo e non reggevano i punti. Però, in realtà, ne prendevo meno di quel che sembrava. E un giornalista, una volta, se ne accorse. Capì che riuscivo a schivare tanti attacchi con movimenti velocissimi e impercettibili''
Cosa c'è, da ora in avanti, nel tuo futuro?
"Vorrei lavorare ancora per almeno nove anni, giusto il tempo per mettere da parte una buona pensione. Poi ritirarmi e ricominciare la scuola di recitazione"
Già, l'attore. Molti lo ricordano con una convincente "faccia da gangster" nel "Padrino parte III" al fianco di un impareggiabile Al Pacino.
''Sì, ma io ci tengo molto anche alla parte che ho fatto in un film italiano, 'La Bomba' con Alessandro Gassman''.
Come se la passa, oggi, la boxe?
''Povera di valori. Una volta ogni categoria vantava un solo campione, oggi c'è la fila''.
E i tuoi figli?
''Uno di loro ha provato a seguire le mie orme. L'ho pure incoraggiato, era molto bravo. Ha 28 anni e a 20 aveva già battuto due avversari. Ma ora fa l'assicuratore. Di pugni, in famiglia, ne abbiamo presi abbastanza...'' Insomma... già dato.
"In molti mi avevano sconsigliato quell'incontro - confessa Antuofermo - ma io non mi volli tirare indietro". Fu battaglia, 15 riprese selvagge: i colpi perfidi di Hagler che continuavano a tagliare la pelle del volto di Vito, stoico però nella sua determinazione di tenersi il titolo. Colpo su colpo. Alla fine un pari che consentì ad Antuofermo di tenere la cintura. E come spesso accade in questi casi, da quel palco madido di sudore e sangue, si consolidò un rapporto classico: "Con Marvin siamo rimasti amici, ed anche le nostre mogli lo sono"
Ma riavvolgiamo il nastro. Che punti di riferimento aveva Antuofermo ?
"Il mio mito era Benvenuti. Quando ho iniziato a tirare di boxe volevo essere come Nino, anche se mio padre mi diceva sempre 'non illuderti. Come lui o Cassius Clay ne nasce uno ogni 100 anni!'. Il punto di contatto con Nino arrivò indiretto. Quando battei Griffith nel '74. Emile (storico avversario di Benvenuti, ndr) era da poco uscito sconfitto contro Carlos Monzon, ai punti in 15 rounds".
La tua prima volta negli Usa?
"Arrivai nel 1968. Lavoravo con mio fratello e mio padre. Avevo 15 anni"
Inseguivi il sogno americano...
"Quando lo raggiunsi la prima volta, mio padre faceva il giardiniere. Era ancora soldato in Italia ed ebbe molte difficoltà per il passaporto. Dopo, mi seguirono mio fratello e mia madre. Ma inizialmente a fare il pugile non ci pensavo proprio"
Quale fu la scintilla?
"Successe davvero per caso. Durante una di quelle feste che si organizzavano a Brooklin, dove vivevamo. Si allestivano tavoli, si mangiava e si ballava, si stava insieme in allegria tra giovani, a sentire musica. In una di quelle serate si finì col litigare per le ragazze. Ci andammo a sfidare in una zona appartata, una cosa da bulletti di piccola banda. Arrivò la polizia, caricò in auto due di noi e ci portò in gattabuia. Poi uno di loro mi prese da parte e mi disse "Are you a fighter? Ok, come!"
Come Cassius Clay, anche lui fu instradato alla boxe dal un poliziotto...
"Di fianco alla caserma c'era la PAL (Police Athletic Legal ) la loro palestra. Dentro si prendevano a pugni. Mi facevano paura ma raffreddai il sangue. Il poliziotto disse al trainer (il famoso Joe La Quale) 'vedi che puoi combinare con questo'. Mi chiese cosa sapessi fare, ed io risposi 'tutto'. Mi scaraventò di fronte ad uno che aveva al suo attivo 10 incontri. In tre riprese me ne diede di santa ragione e mi stese. Il giorno dopo avevo il viso pesto, ma tornai. Il coach quando mi vide non credeva ai suoi occhi, e fu allora che capì che avevo la stoffa. Era il 1969".
Da quel momento in poi una strada in ascesa
''A gennaio iniziò la mia carriera, con il Golden Glowes che vinsi nel '70. Potevo anche partecipare alle Olimpiadi del 72. Proprio come aveva fatto Nino dodici anni prima. Solo che lui si batteva per l'Italia, io abitavo a Brooklin, a Howard Beach, e non fui preso in considerazione''.
I primi approcci con il ring italiano?
"Ho combattuto due volte a Roma nel 1974, poi un paio di volte a Milano. Ma la prima svolta della mia carriera l'ho avuta in Germania, quando ho conquistato il titolo Europeo dei medi Junior contro Dagge. Si può dire che la prima parte della mia carriera si chiuse proprio a Roma, quando al Palazzo dello Sport ho ceduto il titolo ad un inglese molto forte, Maurice Hope. Da allora sono tornato a combattere prevalentemente negli Stati Uniti"
Già, gli inglesi, un tabù per Vito. Saltando avanti negli anni, dopo il match con Hagler, la sua avventura mondiale si arenò contro un altro britannico, Alan Minter, tristemente famoso in Italia perché combattendo contro di lui aveva perso la vita Angelo Jacopucci. Il match contro Antuofermo fu molto equilibrato, e forse il campione italoamericano avrebbe meritato una maggiore considerazione da parte dei giudici.
"Il titolo mi fu praticamente rubato - tuona Antuofermo a distanza di oltre trenta anni - La decisione fu contrastata. Il giudice venezuelano assegnò due punti a mio favore, ma gli altri due, filoinglesi, mi diedero un verdetto contro che non mi ha mai convinto"
Poi le rivincite con Hagler e Minter - entrambe perse - ed i guanti appesi al chiodo
"Era il 1981, avevo 29 anni. Abbandonai tutto senza rimpianti pensando 'Ho chiuso per sempre!'. E invece non ci riuscii. Mi prese la nostalgia. Nell'84 tornai. Ma fu per poco"
Difficile scendere dal quadrato e rimettere i piedi per terra...
"Si, proprio così. Ti senti perso, ti chiedi 'E ora che faccio?', mica è facile. Aprii una pizzeria, la avviai e mi feci una certa clientela. Fu la mia vita per tre anni''.
Certo, dal ring ai fornelli... E' come tirare all'improvviso il freno a mano dopo aver corso i 300 km orari!
"Infatti persi un bel po' di soldi. E alla fine mi decisi a vendere tutto"..
E iniziarono i problemi?
"No, no. Mio padre mi ha sempre insegnato che il lavoro è la prima cosa. Non mi sono perso d'animo. Con mio fratello mi misi a distribuire Coca Cola. A me la fatica non mi ha mai spaventato. Il fisico, certo, aiuta''.
Un fisico che maschera bene. Che si porta dignitosamente una carriera fitta di incontri e cazzotti.
''Anche se il punto debole erano diventate le sopracciglia, rotte e ricucite un sacco di volte. Non sopportavano più i colpi; si aprivano di continuo e non reggevano i punti. Però, in realtà, ne prendevo meno di quel che sembrava. E un giornalista, una volta, se ne accorse. Capì che riuscivo a schivare tanti attacchi con movimenti velocissimi e impercettibili''
Cosa c'è, da ora in avanti, nel tuo futuro?
"Vorrei lavorare ancora per almeno nove anni, giusto il tempo per mettere da parte una buona pensione. Poi ritirarmi e ricominciare la scuola di recitazione"
Già, l'attore. Molti lo ricordano con una convincente "faccia da gangster" nel "Padrino parte III" al fianco di un impareggiabile Al Pacino.
''Sì, ma io ci tengo molto anche alla parte che ho fatto in un film italiano, 'La Bomba' con Alessandro Gassman''.
Come se la passa, oggi, la boxe?
''Povera di valori. Una volta ogni categoria vantava un solo campione, oggi c'è la fila''.
E i tuoi figli?
''Uno di loro ha provato a seguire le mie orme. L'ho pure incoraggiato, era molto bravo. Ha 28 anni e a 20 aveva già battuto due avversari. Ma ora fa l'assicuratore. Di pugni, in famiglia, ne abbiamo presi abbastanza...'' Insomma... già dato.