E' ANCHE per assaporare meglio il valore dell'impresa del Flaminio, che vale la pena di leggere "I racconti del rugby" di Henri Garcia (Possibilia Editore, 245 pagine, 10 euro), libro scritto nel 1961 e per la prima volta pubblicato in Italia. Perché in quei dodici capitoli c'è mezzo secolo almeno di epica ovale transalpina, c'è tutto il peso - e il fascino - della Storia sportiva di un paese che vive questa disciplina come una religione, che prega per una sola ragione di vivere. Ancora non ci si crede, che il 12 marzo li abbiamo battuti. Soprattutto dopo questo lungo viaggio dai campi assolati del Midi all'erba grassa del Nord, dall'angiporto di Tolone ai pantani di Nantes, passando per trattorie di campagna e night club parigini, appoggiandosi al bancone di un bar o seduti a un tavolino davanti al mare che sembra di essere nella Marsiglia di Jean Claude Izzo.
Tutto ruota intorno all'ovale, mentre prendono forma personaggi leggendari che sembrano battersi unicamente per una cosa: giocare a rugby, e cioè vivere. Il primo racconto, intitolato "Il tesoro dell'onorevole D. J. MacMyn" è semplicemente folgorante: è sufficiente sintetizzare la storia ad alcuni buoni amici per vedere la commozione nei loro occhi. Ma l'abilità di Henri Garcia - un guru del giornalismo sportivo, già redattore capo e poi direttore de 'L'Equipe' - è quella di sapere passare con leggerezza da un'avventura all'altra trasmettendo la stessa passione: e nella storia seguente, "Lo strano duello Sancey-Soro", è possibile leggere di una sfida semplicemente folle: quella di Sancey, che per scommessa nel corso dell'incontro deve riuscire a mettere un dito in culo al brutale Soro, il gigante del Lourdes, mentre "con dei grugniti da taglialegna, i piloni ondeggiano sotto lo sforzo della spinta di quella mischia vibrante".
Come non esaltarsi davanti alle imprese del Sultano, che "a Carcassonne, sul campo della Pépinère, era l'unico padrone dopo Dio e molto prima del direttore di gara"? O innamorarsi del vecchio Roques ne 'La straordinaria avventura di Alfredou'? La lettura di questo libro - disponibile anche on line: www.possibiliaeditore.eu) dovrebbe essere resa obbligatoria a tutti quelli che in qualche modo vengono a contatto con il mondo del rugby, piccini o grandi che siano. Come si faceva con i Promessi Sposi. E invece di seguire i passi incerti di Renzo Tramaglino ci si potrebbe impratichire alla vita e alla letteratura ovale con quelli più pesanti e scapestrati di Amédée Domenech, la più grande canaglia di Narbonne, che si impratichì nella difficile arte del pilone di mischia affrontando "il famoso Larzabal, campione di Francia con Castres, che gli ruppe i primi denti, e il terribile Tafine di Lavelanet gli insegnò a mangiare l'erba".
Nelle pagine iniziali di prefazione all'edizione italiana, l'autore rende omaggio al rugby di casa nostra e ai suoi emigranti in terra francese: quelli di oggi, da Masi a Lo Cicero, e quelli di allora, da Battaglini a Zani. Ricordando l'importanza delle famiglie di origine italiana, dalla tribù dei de Gregorio a quella degli Spanghero, e poi Sella, Guazzini, Lorenzetti. Perché questo sport è un fuoco che arde, e lascia nei migliori un non so che di dorato. Henri Garcia sa scrivere in maniera straordinaria e soprattutto conosce le storie perché le ha vissute in prima persona. Nel nostro mondo si ricorda uno dei suoi più celebri aforismi: "Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l'aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa". Vero. Ma per una volta, l'augurio è che tutti ci si ubriachi di questi racconti. Ne vale la pena.
Tutto ruota intorno all'ovale, mentre prendono forma personaggi leggendari che sembrano battersi unicamente per una cosa: giocare a rugby, e cioè vivere. Il primo racconto, intitolato "Il tesoro dell'onorevole D. J. MacMyn" è semplicemente folgorante: è sufficiente sintetizzare la storia ad alcuni buoni amici per vedere la commozione nei loro occhi. Ma l'abilità di Henri Garcia - un guru del giornalismo sportivo, già redattore capo e poi direttore de 'L'Equipe' - è quella di sapere passare con leggerezza da un'avventura all'altra trasmettendo la stessa passione: e nella storia seguente, "Lo strano duello Sancey-Soro", è possibile leggere di una sfida semplicemente folle: quella di Sancey, che per scommessa nel corso dell'incontro deve riuscire a mettere un dito in culo al brutale Soro, il gigante del Lourdes, mentre "con dei grugniti da taglialegna, i piloni ondeggiano sotto lo sforzo della spinta di quella mischia vibrante".
Come non esaltarsi davanti alle imprese del Sultano, che "a Carcassonne, sul campo della Pépinère, era l'unico padrone dopo Dio e molto prima del direttore di gara"? O innamorarsi del vecchio Roques ne 'La straordinaria avventura di Alfredou'? La lettura di questo libro - disponibile anche on line: www.possibiliaeditore.eu) dovrebbe essere resa obbligatoria a tutti quelli che in qualche modo vengono a contatto con il mondo del rugby, piccini o grandi che siano. Come si faceva con i Promessi Sposi. E invece di seguire i passi incerti di Renzo Tramaglino ci si potrebbe impratichire alla vita e alla letteratura ovale con quelli più pesanti e scapestrati di Amédée Domenech, la più grande canaglia di Narbonne, che si impratichì nella difficile arte del pilone di mischia affrontando "il famoso Larzabal, campione di Francia con Castres, che gli ruppe i primi denti, e il terribile Tafine di Lavelanet gli insegnò a mangiare l'erba".
Nelle pagine iniziali di prefazione all'edizione italiana, l'autore rende omaggio al rugby di casa nostra e ai suoi emigranti in terra francese: quelli di oggi, da Masi a Lo Cicero, e quelli di allora, da Battaglini a Zani. Ricordando l'importanza delle famiglie di origine italiana, dalla tribù dei de Gregorio a quella degli Spanghero, e poi Sella, Guazzini, Lorenzetti. Perché questo sport è un fuoco che arde, e lascia nei migliori un non so che di dorato. Henri Garcia sa scrivere in maniera straordinaria e soprattutto conosce le storie perché le ha vissute in prima persona. Nel nostro mondo si ricorda uno dei suoi più celebri aforismi: "Il rugby è come un liquore molto forte: per assaporarne tutto il sapore e l'aroma va bevuto a piccoli sorsi e tra amici fidati. Dosi troppo forti, assorbite in cattiva compagnia, guasterebbero la festa". Vero. Ma per una volta, l'augurio è che tutti ci si ubriachi di questi racconti. Ne vale la pena.