Quando la nave affonda, il capitano deve essere l'ultimo a lasciarla o il primo a piangere? Mentre affoga tra le lacrime gli tocca anche chiedere scusa a nome della ciurma per aver sbagliato rotta? In quell'improbabile religione che è il calcio, Angelo Palombo è andato sotto la curva della Sampdoria a recitare il mea culpa al cospetto dei fedeli. La domenica precedente, nello stesso stadio, ma sotto la curva opposta, il suo collega genoano Milanetto era invece andato a bestemmiare gridando "bastardi". Poi si era, anche lui, scusato. C'è qualcosa di eccessivo e di patetico in tutto questo. Come lo è stata la memorabile e dolentissima stagione blucerchiata. Riviverla con gli occhi del capitano accentua la dimensione di un tragicomico calvario.
Torniamo indietro di un anno. Palombo ha conquistato il quarto posto e i preliminari di Champions. In aggiunta, la convocazione per il Mondiale. Con opportuna modestia dice in una intervista a La 7: "Se vado in nazionale io, c'è spazio per cani e porci". Nella stessa circostanza al quiz: "Chi ha condotto la marcia su Roma?" risponde: "Non ero nato. Che ne so? Carlo Quinto?". Arrivato in Sudafrica si lancia in due profezie: "L'Italia è tra le favorite. E la Samp vi stupirà ancora". Azzeccherà più la seconda. Nel disastro azzurro ha responsabilità limitate: non entra mai. Torna e l'accoglie un titolo cubitale: "Nel mirinho di Mourinho". Sono brividi da aria condizionata ferragostana. Si parla anche di Chelsea, della Juventus di Marotta (benché al sol pensiero Piero Ostellino insorga sulla "Gazzetta"), dell'Inter. Infatti resta alla Samp, "per stupire ancora".
Ci gioca dal 2002. È cresciuto, prima pedalando in tandem con Volpi e poi da solo. Gli hanno dedicato il video "Una vita da mediano", ma ha fatto anche il centrale difensivo, all'occorrenza. Ha imparato a tirare le punizioni. Si è esaltato con Novellino, adeguato a Mazzarri, rilanciato con Delneri. Se non era pronto per la mondovisione, lo sembra almeno per l'Europa. L'eliminazione ai supplementari con il Werder non lo abbatte: "Ci rifaremo". Né lui né altri decodificano il destino già scritto. La Samp ha rimontato con Pazzini e Cassano. La Samp è Pazzini e Cassano. Danno gol, ma soprattutto morale e spessore. Si dice che nello spogliatoio il capitano e il reietto non vadano d'accordo. Lui smentisce, inevitabilmente. Se non altro è pragmatico: quando il presidente Garrone caccia Fantantonio, tenta la mediazione. Va a casa Cassano "in forma privata". Ne torna a mani vuote. Ci sono scuse accolte con ovazioni e altre rispedite al mittente. Palombo sembra il solo a capire che, senza il 99, la Samp non perde un pezzo, perde un senso. L'altro che lo pensa, Pazzini, va a cercarselo altrove. Visto da centrocampo, l'attacco è un film che scorre qualche fila più avanti. A un certo punto in quello proiettato a Marassi gli attori escono di scena ed entrano le controfigure. La scritta "The End" è lì che si prepara per conquistare lo schermo.
Nessuno ha la forza di reagire. Curci è la risposta italiana a Eduardo. Gastaldello e Lucchini hanno iniziato l'anno con incomprensibili convocazioni in nazionale e ora saltano più basso di chiunque. Macheda giocava con Ferguson e adesso gli tocca Cavasin (ma meriterebbe di meno). Palombo fa qualunque cosa: il postino che consegna le lettere dei tifosi alla squadra, il paciere che evita le botte dei tifosi alla squadra, il capro espiatorio insultato dai tifosi e dalla squadra per aver abbracciato Cassano reincontrandolo in Coppa Italia. Se una colpa ha pure lui è quella di aver assecondato l'assurdità della curva: quando la Sampdoria poteva giocarsela, la stimolavano con minacce di morte, ora che è morta, applaudono.
Palombo le ha provate tutte. È stato ricevuto dal sindaco Vincenzi e ne ha raccolto l'appello: "Genova merita due squadre in serie A". (Perché?) Ha fatto voto, in caso di salvezza, di farsi tatuare sulla schiena un angelo guerriero ("Come me"). È ancora una volta ricorso al dono della profezia: "Ci salverà Maccarone". Chiamalo dono. E chiamalo salvatore. Basta rileggersi le formazioni della Samp nelle ultime decisive domeniche per capire che il capitano era rimasto solo tra portieri di riserva, omonimie e giovani senza speranze. Ha fatto tutto quel che poteva e anche di più. Non è bastato perché non poteva bastare. Semplice così. Piangerci sopra è una concessione indebita alle pretese del tifo: metteteci il cuore e se non basta datecelo. Dopodiché, oggi è un altro giorno. Già ripartono i titoli sul calciomercato. Non sarà Mourinho, non sarà l'Inter, ma Napoli e Fiorentina sembrano seriamente interessate a Palombo. Talvolta quando la nave affonda, asciugate le lacrime, il capitano è il primo a lasciarla.
Torniamo indietro di un anno. Palombo ha conquistato il quarto posto e i preliminari di Champions. In aggiunta, la convocazione per il Mondiale. Con opportuna modestia dice in una intervista a La 7: "Se vado in nazionale io, c'è spazio per cani e porci". Nella stessa circostanza al quiz: "Chi ha condotto la marcia su Roma?" risponde: "Non ero nato. Che ne so? Carlo Quinto?". Arrivato in Sudafrica si lancia in due profezie: "L'Italia è tra le favorite. E la Samp vi stupirà ancora". Azzeccherà più la seconda. Nel disastro azzurro ha responsabilità limitate: non entra mai. Torna e l'accoglie un titolo cubitale: "Nel mirinho di Mourinho". Sono brividi da aria condizionata ferragostana. Si parla anche di Chelsea, della Juventus di Marotta (benché al sol pensiero Piero Ostellino insorga sulla "Gazzetta"), dell'Inter. Infatti resta alla Samp, "per stupire ancora".
Ci gioca dal 2002. È cresciuto, prima pedalando in tandem con Volpi e poi da solo. Gli hanno dedicato il video "Una vita da mediano", ma ha fatto anche il centrale difensivo, all'occorrenza. Ha imparato a tirare le punizioni. Si è esaltato con Novellino, adeguato a Mazzarri, rilanciato con Delneri. Se non era pronto per la mondovisione, lo sembra almeno per l'Europa. L'eliminazione ai supplementari con il Werder non lo abbatte: "Ci rifaremo". Né lui né altri decodificano il destino già scritto. La Samp ha rimontato con Pazzini e Cassano. La Samp è Pazzini e Cassano. Danno gol, ma soprattutto morale e spessore. Si dice che nello spogliatoio il capitano e il reietto non vadano d'accordo. Lui smentisce, inevitabilmente. Se non altro è pragmatico: quando il presidente Garrone caccia Fantantonio, tenta la mediazione. Va a casa Cassano "in forma privata". Ne torna a mani vuote. Ci sono scuse accolte con ovazioni e altre rispedite al mittente. Palombo sembra il solo a capire che, senza il 99, la Samp non perde un pezzo, perde un senso. L'altro che lo pensa, Pazzini, va a cercarselo altrove. Visto da centrocampo, l'attacco è un film che scorre qualche fila più avanti. A un certo punto in quello proiettato a Marassi gli attori escono di scena ed entrano le controfigure. La scritta "The End" è lì che si prepara per conquistare lo schermo.
Nessuno ha la forza di reagire. Curci è la risposta italiana a Eduardo. Gastaldello e Lucchini hanno iniziato l'anno con incomprensibili convocazioni in nazionale e ora saltano più basso di chiunque. Macheda giocava con Ferguson e adesso gli tocca Cavasin (ma meriterebbe di meno). Palombo fa qualunque cosa: il postino che consegna le lettere dei tifosi alla squadra, il paciere che evita le botte dei tifosi alla squadra, il capro espiatorio insultato dai tifosi e dalla squadra per aver abbracciato Cassano reincontrandolo in Coppa Italia. Se una colpa ha pure lui è quella di aver assecondato l'assurdità della curva: quando la Sampdoria poteva giocarsela, la stimolavano con minacce di morte, ora che è morta, applaudono.
Palombo le ha provate tutte. È stato ricevuto dal sindaco Vincenzi e ne ha raccolto l'appello: "Genova merita due squadre in serie A". (Perché?) Ha fatto voto, in caso di salvezza, di farsi tatuare sulla schiena un angelo guerriero ("Come me"). È ancora una volta ricorso al dono della profezia: "Ci salverà Maccarone". Chiamalo dono. E chiamalo salvatore. Basta rileggersi le formazioni della Samp nelle ultime decisive domeniche per capire che il capitano era rimasto solo tra portieri di riserva, omonimie e giovani senza speranze. Ha fatto tutto quel che poteva e anche di più. Non è bastato perché non poteva bastare. Semplice così. Piangerci sopra è una concessione indebita alle pretese del tifo: metteteci il cuore e se non basta datecelo. Dopodiché, oggi è un altro giorno. Già ripartono i titoli sul calciomercato. Non sarà Mourinho, non sarà l'Inter, ma Napoli e Fiorentina sembrano seriamente interessate a Palombo. Talvolta quando la nave affonda, asciugate le lacrime, il capitano è il primo a lasciarla.