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La vita dopo il gol
il fenomeno va in crisi

Chiusa la carriera molti calciatori faticano a trovare nuove motivazioni e la spinta per cominciare una nuova vita. Tommasi: "Vogliamo dare agli ex giocatori gli strumenti necessari per inserirsi nel mondo del lavoro". Le storie nel libro "Tempo supplementari"
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MILANO  -  Duecentosettantatre gol in 605 partite da professionista, tre titoli di capocannoniere della Serie A e un Mondiale perso solo ai calci di rigore. Ma anche un fenomeno del genere, arrivato a 43 anni, può dire una frasi di questo tipo: "Ho visto le difficoltà dei miei colleghi a rientrare in un ruolo diverso. Sono convinto che sarà anche una mia difficoltà. In questo momento della mia vita devo ricominciare da capo e devo sperimentarmi a fare cose nuove". Parola di Beppe Signori, idolo dei tifosi di Lazio, Bologna e Foggia, gemello di Roby Baggio a Usa '94, uno degli ex calciatori intervistati nel libro "Tempi supplementari  -  Le problematiche del dopo carriera per i calciatori professionisti italiani", edito da Franco Angeli.

"Mi succede costantemente  -  aggiunge Alessio Del Piano, ex difensore di Brescia e Monza in Serie B, ora allenatore dell'Olginatese  -  di essere chiamato da e…
MILANO  -  Duecentosettantatre gol in 605 partite da professionista, tre titoli di capocannoniere della Serie A e un Mondiale perso solo ai calci di rigore. Ma anche un fenomeno del genere, arrivato a 43 anni, può dire una frasi di questo tipo: "Ho visto le difficoltà dei miei colleghi a rientrare in un ruolo diverso. Sono convinto che sarà anche una mia difficoltà. In questo momento della mia vita devo ricominciare da capo e devo sperimentarmi a fare cose nuove". Parola di Beppe Signori, idolo dei tifosi di Lazio, Bologna e Foggia, gemello di Roby Baggio a Usa '94, uno degli ex calciatori intervistati nel libro "Tempi supplementari  -  Le problematiche del dopo carriera per i calciatori professionisti italiani", edito da Franco Angeli.

"Mi succede costantemente  -  aggiunge Alessio Del Piano, ex difensore di Brescia e Monza in Serie B, ora allenatore dell'Olginatese  -  di essere chiamato da ex colleghi che vogliono un aiuto perché non riescono a trovare una collocazione. E' strano soprattutto quando cerchi di aiutare quei compagni che sembravano inarrivabili. In campo erano geniali, invece adesso hanno bisogno di aiuto". E' la stessa sensazione provata da Ivone De Franceschi, talento formidabile, campione di Portogallo con lo Sporting Lisbona nel 2000, ma soprattutto bandiera del Padova, la società per la quale ora lavora come osservatore dopo anni da capitano in campo: "Mi chiamano persone che non avrei mai immaginato potessero farlo. Per me erano di un altro livello. E non è facile considerare come le cose possano cambiare da un momento all'altro".

In un altro capitolo del libro, Paolo Piani, direttore del centro di Coverciano e segretario del Settore tecnico, trasforma in dati e tabelle questo disagio. Due percentuali chiariscono che il calcio non è in grado di assorbire il dopo-carriera dei suoi ex protagonisti. Il 66 per cento degli intervistati  -  professionisti in campo nella stagione 1988-89  -  voleva rimanere nel mondo del pallone. Ma, nei vent'anni successivi, solo il 16,5 per cento è riuscito a lavorare davvero nel calcio che conta come allenatore (in prima e seconda e di settore giovanile), collaboratori tecnici, preparatori atletici, ds, dirigenti di club e Figc, fisioterapisti, agenti Fifa e commentatori tv. La percentuale scende ancora al 10 per cento se si considera che è riuscito a farcela per tre anni di fila. Per questo motivo tanti parlano con ammirazione di chi ha saputo a pianificare uno futuro al di là del calcio. Tra i più citati, c'è Paolo Rossi con la sua  attività di imprenditore (edilizia e agriturismo) e opinionista per Sky Sport.

Ma, nonostante queste cifre, i calciatori in attività continuano a pensare che il loro dopo carriera sarà nel mondo del pallone, anche se in percentuale minore rispetto ai colleghi di fine anni '80: il 69,8 per cento degli intervistati dice di non essere preoccupato del fatto che solo pochi riescono a restare nel calcio dopo aver appeso le scarpe al chiodo. Solo chi ci è già passato è più lungimirante: "E' un problema molto sottovalutato", dicono Paolo Di Canio e Giancarlo Antognoni. In molti invocano come soluzione la creazione di associazioni per i veterani, come hanno fatto diversi club europei: Barcellona, Real Madrid, Espanyol, Maiorca, Aberdeen, Monaco, Nantes, Amburgo, Olympiakos, Aston Villa, Everton, Newcastle, Bruges e Anderlecht (ha un istituto analogo anche la Federazione russa). In Italia solo i Campioni d'Italia del Verona di Osvaldo Bagnoli hanno fondato un'associazione con finalità analoghe.

Anche l'Aic si sta muovendo in questa direzione. Partendo da un dato analogo a quello descritto nel libro della Franco Angeli  -  il 90 per cento di 3.000 ex giocatori intervistati vive una situazione difficile a fine carriera  -  il sindacato calciatori ha organizzato un corso chiamato "Ancora un carriera", con il coordinamento dello Studio Ghiretti. Lo ha presentato Damiano Tommasi a Coverciano: "Lo scopo  -  spiega il neo-presidente Aic  -  è dare agli ex giocatori strumenti adatti per reinserirsi nel mondo del lavoro che non deve essere necessariamente quello del pallone". Il corso si articola in sette lezioni. Poi stage in società sportive e aziende. Gli iscritti sono 31: tra di loro, Luigi Di Biagio, Igor Protti, Fabio Pecchia e Francesco Toldo.

"Tempi supplementari" permette anche di scoprire un dato positivo: nel 1988-89 i calciatori professionisti diplomati erano il 45,6 per cento, vent'anni dopo i loro colleghi dotati di licenza media superiore sono saliti al 66,9 per cento (la maturità in un liceo è passata dal 14,4 per cento al 25,6 per cento). Una statistica molto confortante che a lungo andare può favorire un reinserimento extra-calcistico al termine della carriera e consente di attribuire al calcio una funzione positiva a livello sociale. Secondo una ricerca dell'Università di Nantes, in Francia entrare in un settore giovanile di un club professionistico aumenta le possibilità di avere un percorso scolastico migliore rispetto ai coetanei cresciuti in condizioni difficili. Perché le società aiutano i giovani calciatori  -  che solitamente hanno un'estrazione popolare  -  a studiare, un privilegio che pochi ragazzi delle banlieue hanno. E così anche i tempi supplementari  fanno meno paura.