La storia

Quei Bolt senza vetrina
che vincono in un altro modo

Gabriel Mvumvure e Ngonidzashe Makusha sono l'opposto dell'uomo più veloce del mondo. Scappati dallo Zimbabwe sono riusciti a diventare veri e propri atleti: ''Ci sono tanti di modi per elaborare il concetto di record. Per alcuni conta quello mondiale, per altri conta quello personale. Specie se hai cominciato con cinque dollari al giorno di disponibilità economica''

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Quanta speranza. Quanta sofferenza. Gabriel Mvumvure e Ngonidzashe Makusha sono l'opposto di Bolt. Vincono in un altro modo: "Facciamo sì e no una fotografia l'anno". Di Bolt riproducono la straordinaria volontà. Che nella vita si traduce in fuga, nello sport in velocità. Di Bolt non hanno il talento: "Ma possiamo anche fare a meno". Come Bolt corrono i 100 e i 200 metri. Ogni tanto buttano un occhio ai 400. Qualche volta al salto in lungo. Vorrebbero volare come lui, essere altri figli del vento. Poi si contentano di essere figli della brezza. "Alleniamo testa e corpo. Scatti, salite e riflessioni. Leggiamo tanto: da Roth a Mandela. E poi ci sono i sogni appesi alle pareti". Come poster d'infanzia. Sogni in cui i due sprintano per l'Africa ormai lontana (ora vivono negli Stati Uniti). Uno spot per tutti i diseredati dello sport. O degli sradicati per necessità.

Di tutte le Afriche, quella di Mvumvure e Makusha è la più disperata: chiamatela pure Zimbabwe. Vicino ci sarebbe il Sudafrica. Ma la povertà del Sudafrica è niente in confronto. Nello Zimbabwe l'aspettativa di vita per un uomo non supera i 37 anni, per le donne non arriva nemmeno a 34. Assurdo pensare di poter sprecare energie per allenarsi. Ci sono persone, nello Zimbabwe, che pagano il medico con le noccioline. Fare sport è una via di mezza fra la pazzia e il lusso. Per fare sport bisogna scappare dalle brutalità del presidente Mugabe. Le università americane fanno quello che possono: finora sono 150 i ragazzi trapiantati dall'inferno mugabiano ai campus statunitensi con l'obiettivo di sfondare nell'atletica, nel tennis, nel calcio o nell'hockey su prato. Le "fughe" sono un effetto tangibile del World Wide Scholarship, un programma creato da Munya Maraire, tecnico 31 enne, velocista e giocatore di football che quando uscì dallo Zimbabwe finì prima in Alaska e poi entrò nella Penn State University. Aiuti umanitari e promesse di futuro. Una settimana fa Makusha, che ha già un 4° posto olimpico nel salto in lungo a Pechino, ha corso i 100 metri in 9"97. Lo stesso personale di Christophe Lemaitre, la giovane star francese, il primo bianco a scendere sotto i 10". Mvumvure, che gli americani pronunciano "vumviuray", si è fermato a 10"33 ma durante le Penn Relays, il tradizionale appuntamento staffetistico che apre la stagione negli Usa, ha esaltato gli osservatori ricordando, giura qualcuno, Ben Johnson. Ammesso che si possa ricordare un Ben Johnson senza additivi chimici.

"Questi ragazzi non avranno il talento di Bolt, ma ne hanno anche loro: la differenza la fa il coach", spiega Maraire. Nello Zimbabwe non l'avrebbero mai avuto. Ma nemmeno un blocco da cui provare le partenze. Nemmeno una pista su cui poter provare. Nemmeno una scarpa con i chiodi sulla quale poter spingere senza rischiare di cedere alla forza centrifuga in curva. Nello Zimbabwe vivono 12 milioni di persone. E ci sono soltanto tre piste regolamentari, di cui due ad Harare, la capitale. Prima di spostarsi in America, inseguendo i dieci netti come una chimera, caricati dall'idea, molto vaga, di ripetere le gesta del connazionale Dzingayi (che finì 4° nei 200 a Pechino 2008), Mvumvure non conosceva il significato della parola "palestra". Guardando gli altri su un computer prestato, imparò che si poteva potenziare i muscoli con il "traino" e artigianalmente se ne costruì uno con gli pneumatici riempiti di sassi o altri pesi e una corda allacciata alla vita (questo per la verità lo fanno anche in Italia...).

Makusha e Mvumvure non raggiungeranno mai Bolt. Ma è come se gli stessero sempre a un metro, col fiato sul collo: "Ci sono centinaia di modi per elaborare il concetto di record. Per alcuni conta quello mondiale, per altri conta quello personale. Specie se hai cominciato con cinque dollari al giorno di disponibilità economica". Tre anni fa Mvumvure è sbarcato a Baton Rouge, in Louisiana: "Terrorizzato da un'università con 28 mila iscritti". Ora ha 23 anni. "Sogno i 100 metri di un'olimpiade. Non mi importa se correrò in 10"50. Magari sarò in batteria con Bolt o Powell. Per me stargli vicino sarà come batterli". Proverà a ottenere il minimo per i mondiali di Daegu, in Corea (10"25 per i 100, 20"70 per i 200). E' disposto a barattare qualche decimo in cambio dell'onore di gareggiare per la sua terra lontana, poverissima, cui lo legano ricordi "che sembrano un minestrone di gioia, tenerezza e dolore". Vittima della burocrazia, Mvumvure non fu ammesso a Pechino perché nell'incartamento da presentare all'immigrazione mancavano troppi timbri, firme, dichiarazioni: "Un fiasco organizzativo. Mi dissero che ciò che avevo in mano a stento garantiva che mi chiamassi effettivamente Gabriel Mvumvure". Gli otto metri che nei 100 metri lo separano da Bolt non saranno mai un problema: "La mia gara l'ho già vinta raccontandovi la mia vita".