La storia

La sfida senza barriere
"Una vittoria ai Giochi"

"L'impegno è lo stesso degli altri campioni, nessuno ci fa sconti, dov'è la diversità?" Macchi, Podestà e Zanardi: un trio di fenomeni nella handbike. Amici dopo un disguido in autogrill, stesso sponsor della Pellegrini e un obiettivo comune: l'oro del 2012 di EMANUELA AUDISIO

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Il trio sulle ruote ha storie diverse. Alessandro, Fabrizio, Vittorio. Il gruppo selvaggio, verrebbe da dire. Per muscoli, competitività, intelligenza. E voglia di afferrare traguardi. Età a scalare: 45, 41, 38 anni. Uomini, non ragazzini, sposati, con figli. Diverse pure le geografie: Zanardi è emiliano (Bologna), ma vive a Padova, Macchi è lombardo (Varese), Podestà è ligure (Chiavari). Stessa passione per lo sport, testardaggine e voglia di ripartire. Senza troppo voltarsi indietro: alle spalle un mare di cose perse, davanti un oceano da conquistare. E soprattutto l'oro olimpico, che manca a tutti e tre. Per questo seguono lo stesso cartello: Londra 2012. Su bici e handbike, in categorie diverse. Non sono nemici, anzi sono nella stessa squadra: nel Barilla Blue Team.

Fino a poco tempo fa nemmeno si conoscevano, poi c'è stata una sosta all'ultimo autogrill prima del confine. Podestà vorrebbe parcheggiare la sua station wagon, ma il posto riservato, è occupato da un Bmw. "Ho pensato: ecco il solito riccone furbo, che mette la macchina dove non gli spetta, così ho mandato mia moglie a controllare, che però è tornata sconsolata e mi ha detto: non è un furbo, è Zanardi". Versione di Zanardi: "Abbiamo puntato allo stesso parcheggio, lui mi guardava un po' torvo, come se non ne avessi diritto, io ho visto che sul portabagaglio aveva montato un attrezzo che m'incuriosiva. Gli ho detto, dai, io t'insegno a sciare e tu a pedalare con le braccia. Ci siamo scambiati i numeri di telefono, ma io l'ho perso". E qui interviene il terzo uomo, Macchi, che va in bici, e li mette in contatto. Fine della storia? No, solo l'inizio di una nuova avventura. Sliding doors, vite fratturate, che sembrano chiudersi, invece si riaprono, e scorrono.
Dieci anni fa il pilota Zanardi riemerge dalla disintegrazione: otto giorni di coma, 16 interventi in anestesia totale, 45 giorni di ospedale. Sopravvive all'incidente di Lausitzring, ma subisce l'amputazione delle gambe, al di sopra del ginocchio. Pareva molto morto, oggi è molto vivo. "Mi alleno con quotidianità, palestra e handbike, penso a come migliorarmi, certo sono un pilota, conosco la meccanica, in questo sono privilegiato, ma nella mia categoria nessuno fa sconti e la qualificazione com'è giusto me la devo sudare. Ho provato varianti, sperimentato, mi sono applicato. Se penso che nell'anniversario dell'incidente sarò ai mondiali a lottare per un posto, mi sembra un bel modo per stare in pista. Dieci anni fa, da amputato, avevo altre priorità, dovevo conquistarmi l'indipendenza. Mi ha salvato la curiosità e la voglia di provarci. Quando cambia tutto, bisogna saper accettare le novità, anche nel cambiamento più brutto c'è qualcosa di buono da scoprire. Io sono sempre stato competitivo e lo sono rimasto, dandomi nuovi mezzi. In Italia i disabili che si possono permettere il professionismo sportivo sono ancora pochi, ma la nostra squadra è un segnale di cambiamento. Il nostro impegno è lo stesso di altri campioni, dov'è la diversità? E più attività fisica vuol dire meno costi sulla sanità. Non è che si aiuta noi, ma la società".

Fabrizio Macchi è l'unico che ha la partecipazione certa. Ha sempre vinto moltissimo ed è il solo ciclista, anche tra i normodotati, a competere in quattro olimpiadi consecutive. Parla di tecnica, di test nella galleria del vento, di concentrazione. "Mi sono migliorato di 6 secondi in un anno. Con una diversa preparazione atletica. Con il ct Mario Valentini ho cambiato modo di allenarmi: più quantità lontano dalle gare, più riposo vicino alle competizioni. Anche i figli, Thomas, 4 anni, e Mattia, 9 mesi, sono stati una bella spinta. All'estero c'è più concorrenza, in Italia pochi ricambi. Il motivo: per vincere nella cronometro ci vogliono dieci anni, con una gamba sola non è facile, il fisico deve imparare a ragionare". Mai un accenno a quello che gli manca, la sinistra, persa a 16 anni per un tumore osseo.
Vittorio Podestà, argento a Pechino, è ingegnere. Negli ultimi tre anni è sempre salito sul podio. L'oro perso in volata non gli è andato giù. "Avrei avuto bisogno di un'organizzazione più professionale, che allora è mancata. Dio non ci ha dato le braccia per l'handbike, lo dico perché ci sono muscoli da sfruttare in maniera diversa. Abbiamo messo a confronto tecniche, studiato altre discipline, seguito il Giro. Ora vinco con 10 centimetri in più di spalle. Sono paraplegico da 9 anni per un incidente di macchina, mai considerato questa vita come un surrogato, ma come qualcosa in più".

Paolo Barilla, vicepresidente dell'azienda, che nutre questo sogno azzurro dice che a loro è sembrato giusto così: "Far vedere che nell'immagine di famiglia dell'Italia ci sono a pieno merito e non per compassione anche i campioni disabili. Non per la disgrazia, ma per la loro capacità di rimuovere gli ostacoli e di dare un grande spettacolo. Sponsorizziamo anche Federica Pellegrini, che ha un altro percorso, e conoscevamo da prima le qualità di Zanardi. Siamo fortunati ad avere questi tre atleti come testimonial, ci completa aiutare una bella avventura". Senza di loro, anche a noi manca qualcosa.