NEW YORK - Il sindacato miliardari ha deciso di spegnere anche l'ultimo sogno dell'America che non riesce a uscire dalla recessione: la sfida più bella del mondo, il campionato dell'Nba. Bye bye basket e bye bye serate davanti alla tv: per la prima volta in più di dieci anni uno sciopero bloccherà il campionato dei giganti. Solo che i miliardari che fanno i capricci non sono, per una volta, quei tizi "che se la passano strabenissimo, i manager delle compagnie petrolifere, i proprietari di jet", per dirla con le parole di Barack Obama. Macché: stavolta i miliardari stanno dall'altra parte della barricata. Non sono i padroni: ma i giocatori.
That's America. Il signor Kobe Bryant, re dei mitici Lakers di Los Angeles, ha uno stipendio da oltre 24 milioni di dollari: ed è ancora nulla, perché secondo i calcoli di Forbes, tra sponsorizzazioni e il resto i guadagni nell'ultimo anno raggiungono praticamente più del doppio, facendone con 48 milioni di dollari il cestista più ricco d'America. L'altra stella che gli contende il titolo, oltre le performance sul campo, è l'ex colonna dei Cleveland Cavaliers, quel LeBron James che debuttò ragazzino e che a 26 anni è passato a Miami Heat - portandoli in finale, sconfitti solo dai Maveriks di Dallas - per uno stipendio da 14 milioni: ma che quando si tratta di fare i conti totali è solo 5 milioni sotto il rivale. Per non parlare di Yao Ming, il cinese di Houston che dall'alto dei suoi 17 milioni è certamente l'immigrato più pagato degli States.
Vi sembra tanto? Beh, sembra troppo anche ai padroni del gioco. Che adesso si sono messi in testa di ribaltare il contratto nazionale. Così non andiamo più avanti, dicono i proprietari-poveracci, che malgrado sponsorizzazioni e diritti tv non sanno più dove andare a pescare un dollaro. Bisogna mettere un limite agli stipendi, dicono. Stiamo perdendo 340 milioni di dollari all'anno: e 22 delle 30 squadre che compongo la storica National Basket Association sono letteralmente in perdita.
E che cosa propongono lorsignori? Come tutti gli imprenditori di questa terra, tagli. Per un totale - stiamo parlando dell'intera lega - di 700 milioni di dollari subito. E un risparmio di 8 miliardi in dieci anni. Ai danni ovviamente degli stipendi dei giocatori, ai quali sarebbe garantito comunque un guadagno da 2 miliardi l'anno. In più, mettono sul piatto una specie di moratoria di 10 anni, con un tetto di non più di 62 milioni di dollari che ogni squadra può spendere a stagione, eccezion fatta solo per la ricontrattualizzazione dei campioni in scadenza. Non basta: i padroni chiedono che venga ribaltata anche la percentuale dei guadagni (biglietti, diritti tv) che adesso è distribuita per il 57 per cento ai giocatori e il 43 per cento alle società.
Non se ne parla proprio, rispondono i campioni miliardari, guidati da Derek Fisher, la stella finita ai Lakers per 22 milioni di dollari e ora alla guida della National Basketball Players Association. "Non possiamo rinunciare alle conquiste fatte attraverso i sacrifici degli ultimi 30 e 40 anni", dice Derek, quasi fosse un leader dei metalmeccanici. La sua controproposta? Niente tetto alle spese dei club: veniamoci piuttosto incontro sui guadagni di biglietti e diritti, facciamo un bel 50 per 100 e non ne parliamo più.
Ne hanno parlato, ovviamente, eccome. Quella di oggi, giovedi pomeriggio, è stata la riunione numero sette per evitare la tragedia nazionale dello sciopero. Che anche questo, siamo pur sempre in America, avverrà al contrario: cioè saranno i padroni che chiuderanno le porte ai giocatori. La decisione è scattata inesorabilmente, visto che non s'è trovato l'accordo dopo tre ore di dibattito. "Abbiamo cercato fino alla fine di evitarlo" ha detto Matt Bonner, il leader dei giocatori. "Purtroppo, non siamo stati capaci di trovare un accordo". E non che non era questo lo spettacolo per cui l'America ha continuato a staccare il suo biglietto: facendo dell'anno 2010-2011 la stagione del basket più ricca di sempre.
That's America. Il signor Kobe Bryant, re dei mitici Lakers di Los Angeles, ha uno stipendio da oltre 24 milioni di dollari: ed è ancora nulla, perché secondo i calcoli di Forbes, tra sponsorizzazioni e il resto i guadagni nell'ultimo anno raggiungono praticamente più del doppio, facendone con 48 milioni di dollari il cestista più ricco d'America. L'altra stella che gli contende il titolo, oltre le performance sul campo, è l'ex colonna dei Cleveland Cavaliers, quel LeBron James che debuttò ragazzino e che a 26 anni è passato a Miami Heat - portandoli in finale, sconfitti solo dai Maveriks di Dallas - per uno stipendio da 14 milioni: ma che quando si tratta di fare i conti totali è solo 5 milioni sotto il rivale. Per non parlare di Yao Ming, il cinese di Houston che dall'alto dei suoi 17 milioni è certamente l'immigrato più pagato degli States.
Vi sembra tanto? Beh, sembra troppo anche ai padroni del gioco. Che adesso si sono messi in testa di ribaltare il contratto nazionale. Così non andiamo più avanti, dicono i proprietari-poveracci, che malgrado sponsorizzazioni e diritti tv non sanno più dove andare a pescare un dollaro. Bisogna mettere un limite agli stipendi, dicono. Stiamo perdendo 340 milioni di dollari all'anno: e 22 delle 30 squadre che compongo la storica National Basket Association sono letteralmente in perdita.
E che cosa propongono lorsignori? Come tutti gli imprenditori di questa terra, tagli. Per un totale - stiamo parlando dell'intera lega - di 700 milioni di dollari subito. E un risparmio di 8 miliardi in dieci anni. Ai danni ovviamente degli stipendi dei giocatori, ai quali sarebbe garantito comunque un guadagno da 2 miliardi l'anno. In più, mettono sul piatto una specie di moratoria di 10 anni, con un tetto di non più di 62 milioni di dollari che ogni squadra può spendere a stagione, eccezion fatta solo per la ricontrattualizzazione dei campioni in scadenza. Non basta: i padroni chiedono che venga ribaltata anche la percentuale dei guadagni (biglietti, diritti tv) che adesso è distribuita per il 57 per cento ai giocatori e il 43 per cento alle società.
Non se ne parla proprio, rispondono i campioni miliardari, guidati da Derek Fisher, la stella finita ai Lakers per 22 milioni di dollari e ora alla guida della National Basketball Players Association. "Non possiamo rinunciare alle conquiste fatte attraverso i sacrifici degli ultimi 30 e 40 anni", dice Derek, quasi fosse un leader dei metalmeccanici. La sua controproposta? Niente tetto alle spese dei club: veniamoci piuttosto incontro sui guadagni di biglietti e diritti, facciamo un bel 50 per 100 e non ne parliamo più.
Ne hanno parlato, ovviamente, eccome. Quella di oggi, giovedi pomeriggio, è stata la riunione numero sette per evitare la tragedia nazionale dello sciopero. Che anche questo, siamo pur sempre in America, avverrà al contrario: cioè saranno i padroni che chiuderanno le porte ai giocatori. La decisione è scattata inesorabilmente, visto che non s'è trovato l'accordo dopo tre ore di dibattito. "Abbiamo cercato fino alla fine di evitarlo" ha detto Matt Bonner, il leader dei giocatori. "Purtroppo, non siamo stati capaci di trovare un accordo". E non che non era questo lo spettacolo per cui l'America ha continuato a staccare il suo biglietto: facendo dell'anno 2010-2011 la stagione del basket più ricca di sempre.