Alla quarta di campionato vanno in testa i fantasmi: l'Atatanta che sarebbe prima e il suo capitano che non c'è. La scena madre è un'esultanza, quella di Luca Cigarini che infila una fiondata nel sette e poi, invece di inventarsi una variante allo stucchevole album di ciucci & trenini, prende a prestito il gesto dello squalificato Cristiano Doni. A testa alta. Ti hanno punito per impicci di scommesse. A testa alta. Hai penalizzato la tua squadra. A testa alta. E lo stadio si esalta, in una hola assolutoria: ovazione per la maglia 27, ritirata dal campo, coreografie da seduta spiritica, ostensione della casacca sindone, dediche postume.
Cigarini è l'avatar di Doni. Al gol del raddoppio si piazza sulle gambe, porta la mano sotto il mento e lo solleva. L'immagine richiama iconografie da leader supremo, ma non è questo il punto. E' piuttosto l'identificazione personale e collettiva che rivela. Partiamo dal particolare. Cigarini arrivò all'Atalanta quando Doni già era re. In realtà aveva abdicato, passato due anni incolori nell'esilio sampdoriano e uno di vacanza a Maiorca. Poi era tornato a riprendersi il regno caduto in rovina e le bandiere della Dea avevano ripreso a garrire. Nell'anno in cui giocarono insieme Cigarini vide dare a Doni le chiavi della città: cittadino emerito di Bergamo, mai era toccato prima a un calciatore. Doni era la Dea e Cigarini l'adorava. Insieme batterono la detestata Sampdoria e Cigarini pubblicamente ringraziò Doni. In un rombo di centrocampo Ciga avrebbe giocato davanti alla difesa, Doni dietro le punte. In realtà lui giocava dove voleva. Orobico Totti, poteva fare anche il centravanti, se voleva. Decideva lui, e Cigarini gli piaceva. Disse: "E' un predestinato, mi ricorda Pirlo". Vite parallele. Anche Cigarini andò a cercar sfortuna altrove. Prima Napoli e poi, lui pure, in Spagna: Siviglia. Fino a staccare, l'estate scorsa, il biglietto di ritorno per Bergamo. Ri-attenti a quei due? Ci si è messa di mezzo l'infamia del destino che, a furor di popolo (e non solo quello della libertà), veste la toga della giustizia. Doni fuori per tre anni (che a 38 valgono un ergastolo calcistico) e - 6 all'Atalanta.
Allora, può chiedersi un marziano a Bergamo, perché quei cori, quell'idolatria del 27, quei gesti fotocopia in onore di chi è stato condannato e ha fatto condannare? Può domandarselo un marziano, non uno che viva sulla Terra, su questa terra italiana. Qui non ci sono colpevoli, ma perseguitati. Non soltanto Doni, chiunque ha una curva disposta a giurare per lui e a seguirlo all'inferno. Da Lotta Continua nel 1977 ai pasdaran di Berlusconi nel 2011, generazioni si sono tramandate la parola chiave che apre la porta se non della cella, dell'autoassoluzione: complotto. La giustizia ingiusta, lo stato di polizia, la persecuzione in nome e per conto. Anche chi ha trascinato la Juve nel fango dei campetti di serie B è stato più volte evocato con rimpianto. Doni è colpevole? Chissà. Tutte le magistrature possono sbagliare e lo fanno. Di certo è una perversa eco dei tempi ascoltare le sue giustificazioni su intercettazioni prive di significato o male interpretate ad arte. Quell'eco, trasportata nella curva di uno stadio, diventa un boato di sdegno.
Tutte le riscosse hanno bisogno di martiri. Da sempre le trasformazioni eroiche delle squadre italiane nascono per reazione. Basti pensare alle ultime due nazionali campioni del mondo. Quella dell'82 si rinsaldò dopo critiche feroci e sospetti maligni. Quella del 2006 ricavò energia e batterie (Buffon e Cannavaro) proprio dalle voci di scommesse illecite. Questa Atalanta campione virtuale non arriverà a tanto, ma vola sulle stesse ali. Anche la scelta dell'allenatore sembra fatta apposta. Colantuono, come Cigarini e Doni, è una stella che si accende soltanto sopra Bergamo. Qui, nel 2007, fece il miglior piazzamento storico (ottavo posto) e il record di punti (50). Fu trascinato da un cannoniere d'eccezione: 13 reti in 26 partite. Chi era? Cristiano Doni. Dalla curva, allo spogliatoio, alla panchina, tutti insieme appassionatamente nel segno dell'uomo che non c'è, del re usurpato che un giorno, avesse anche quarant'anni e passa, tornerà a riprendersi quel che era suo. E se aveva sbagliato? Che cosa conta? L'importante è che l'abbia fatto a testa alta.
Cigarini è l'avatar di Doni. Al gol del raddoppio si piazza sulle gambe, porta la mano sotto il mento e lo solleva. L'immagine richiama iconografie da leader supremo, ma non è questo il punto. E' piuttosto l'identificazione personale e collettiva che rivela. Partiamo dal particolare. Cigarini arrivò all'Atalanta quando Doni già era re. In realtà aveva abdicato, passato due anni incolori nell'esilio sampdoriano e uno di vacanza a Maiorca. Poi era tornato a riprendersi il regno caduto in rovina e le bandiere della Dea avevano ripreso a garrire. Nell'anno in cui giocarono insieme Cigarini vide dare a Doni le chiavi della città: cittadino emerito di Bergamo, mai era toccato prima a un calciatore. Doni era la Dea e Cigarini l'adorava. Insieme batterono la detestata Sampdoria e Cigarini pubblicamente ringraziò Doni. In un rombo di centrocampo Ciga avrebbe giocato davanti alla difesa, Doni dietro le punte. In realtà lui giocava dove voleva. Orobico Totti, poteva fare anche il centravanti, se voleva. Decideva lui, e Cigarini gli piaceva. Disse: "E' un predestinato, mi ricorda Pirlo". Vite parallele. Anche Cigarini andò a cercar sfortuna altrove. Prima Napoli e poi, lui pure, in Spagna: Siviglia. Fino a staccare, l'estate scorsa, il biglietto di ritorno per Bergamo. Ri-attenti a quei due? Ci si è messa di mezzo l'infamia del destino che, a furor di popolo (e non solo quello della libertà), veste la toga della giustizia. Doni fuori per tre anni (che a 38 valgono un ergastolo calcistico) e - 6 all'Atalanta.
Allora, può chiedersi un marziano a Bergamo, perché quei cori, quell'idolatria del 27, quei gesti fotocopia in onore di chi è stato condannato e ha fatto condannare? Può domandarselo un marziano, non uno che viva sulla Terra, su questa terra italiana. Qui non ci sono colpevoli, ma perseguitati. Non soltanto Doni, chiunque ha una curva disposta a giurare per lui e a seguirlo all'inferno. Da Lotta Continua nel 1977 ai pasdaran di Berlusconi nel 2011, generazioni si sono tramandate la parola chiave che apre la porta se non della cella, dell'autoassoluzione: complotto. La giustizia ingiusta, lo stato di polizia, la persecuzione in nome e per conto. Anche chi ha trascinato la Juve nel fango dei campetti di serie B è stato più volte evocato con rimpianto. Doni è colpevole? Chissà. Tutte le magistrature possono sbagliare e lo fanno. Di certo è una perversa eco dei tempi ascoltare le sue giustificazioni su intercettazioni prive di significato o male interpretate ad arte. Quell'eco, trasportata nella curva di uno stadio, diventa un boato di sdegno.
Tutte le riscosse hanno bisogno di martiri. Da sempre le trasformazioni eroiche delle squadre italiane nascono per reazione. Basti pensare alle ultime due nazionali campioni del mondo. Quella dell'82 si rinsaldò dopo critiche feroci e sospetti maligni. Quella del 2006 ricavò energia e batterie (Buffon e Cannavaro) proprio dalle voci di scommesse illecite. Questa Atalanta campione virtuale non arriverà a tanto, ma vola sulle stesse ali. Anche la scelta dell'allenatore sembra fatta apposta. Colantuono, come Cigarini e Doni, è una stella che si accende soltanto sopra Bergamo. Qui, nel 2007, fece il miglior piazzamento storico (ottavo posto) e il record di punti (50). Fu trascinato da un cannoniere d'eccezione: 13 reti in 26 partite. Chi era? Cristiano Doni. Dalla curva, allo spogliatoio, alla panchina, tutti insieme appassionatamente nel segno dell'uomo che non c'è, del re usurpato che un giorno, avesse anche quarant'anni e passa, tornerà a riprendersi quel che era suo. E se aveva sbagliato? Che cosa conta? L'importante è che l'abbia fatto a testa alta.