ROMA - Benvenuti a questo titolo mondiale. A queste gare di terra e sassi. A queste gomme che non si consumano. A queste giungle senza asfalto, dove il "monomarca" viene percepito come un attacco alla democrazia: nel motocross ci sono gomme Dunlop, Pirelli e Michelin (più Goldtyre). Gomme che a guardarle fanno anche un po' paura: con quella dentatura. Affondano nel fango e spazzano via la polvere quando lo sterrato si secca. C'è tanta gente a vedere queste gare, 25 mila di media, vette di 40. E sempre appassionata, competente: "Di solito chi ci viene a vedere è come noi: vive di motocross", racconta Stephan Frossard, il grande sconfitto, l'ater ego di Tony Cairoli anche nella promozione di energy drink (Frossard Monster Energy, Cairoli Red Bull). Fino alla penultima tappa del mondiale, a Gaildorf, in Germania, ai primi di settembre, il francese aveva sperato nel miracolo: che Tony Cairoli, a un passo dal suo terzo titolo mondiale in MX1, la classe regina, la MotoGp del motocross, concludesse la sua stagione "in un fosso a parlare con le rane". Aveva sperato invano. Tony, il siciliano di Roma, nato a Patti ma innamorato de Campo dè Fiori, non si è scomposto. Non è caduto. Terzo nella prima manche. Campione. Primo nella seconda. Per ribadire la legittimità del trionfo, unico italiano a vincere in moto oltre Davide Giugliano (Ducati) in Superstock: "Ma quanto lavoro dietro queste gioie".
E quante tristezze contrappasso: la morte della mamma subito dopo, un infortunio serio alla mano. Tony è il semplice che nemmeno saprebbe come cambiare registro: "Semo gente de borgata", dice cantando e rendendo omaggio alla sua città adottiva. Il mondo del motocross è asciutto: il team di Cairoli, del più vincente pilota degli ultimi anni, è composto di sette persone, due meccanici, due team manager, una segretaria, un fisioterapista e un ufficio stampa. Più lui. Roba da girare col camper. Il Valentino Rossi del motocross, che guida un mito del fuori strada, la KTM, non appartiene all'area magica da cui provengono tutti i campioni delle due ruote: la Via Emilia: "Nella velocità sì, ma nel motocross è diverso: veniamo da tutte le regioni". Lui è siciliano verace. Il mondiale MX1 (40 piloti) si disputa in luoghi inimmaginabili. Basta uno sterrato con qualche ripido, un'azienda che paghi le spese dell'evento e l'omologazione della federmoto internazionale: "Andiamo pure in Bulgaria". Non si può immaginare quanti appassionati possano uscire da Savlievo. Si va in Brasile, in America si corre a Glen Helen, luogo di culto della California del Sud. Si va anche in Lettonia, in Inghilterra (a Matterley Basin) e in Olanda, dove c'è il circuito preferito da Tony (Lierop). A Fermo il Gp d'Italia: "La preparazione fisica è tutto", spiega Cairoli, "il pilota che non ha chance lo individui subito: è quello che fa il fenomeno nei primi giri. Ossia è quello che non ha capito niente". Il tracollo è dietro l'angolo, anzi dietro l'albero: "Dopo dieci minuti perdono forza alle braccia". Le gare durano 35 minuti canonici più due giri (a seconda dei circuiti). Segreti?: "Allenarsi bene d'inverno soprattutto la fase aerobica: il motocross è resistenza. Più fiato che gambe. Per strano che possa sembrare".
Cairoli ha vinto anche due mondiali in MX2, la categoria inferiore. Ora monta un 350: "Si potrebbe arrivare anche a 450, ma io e la Ktm ci siamo resi conto che raramente nelle gare si sfrutta la potenza di una cilindrata così alta". Il futuro? "Altri titoli. Non fatemi smettere". A 26 anni non si smette. Aveva cominciato perché suo padre Benedetto si divertiva a sfidare gli amici con la Lambretta e con la Vespa ("non voleva che le toccassimo") per le strade di Patti. Per distogliergli l'attenzione dalla Vespa gli regalò una Italjet 50 da minicross. Ora una cosa che lo farebbe trasalire è se qualcuno decidesse di privarlo del suo numero magico: il 222. Era il numero di telaio di una vecchia moto che aveva in garage. "E' la coperta di Linus". Abbastanza grande e protettiva per coinvolgere (o avvolgere) il suo compagno di squadra alla Ktm, il tedesco Nagl, che senza intavolare inutili discussioni ha accettato di buon grado il numero 2. E secondo voi che numero aveva il suo ex compagno Federici nel 2004? Il 22. Erano gli anni di Puzar, uno dei punti fermi del motocross italiano anni Novanta. E adesso chi c'è dietro Cairoli pentacampione?: "Pochi giovani. A parte Bernardini e Zecchina, c'è il vuoto. Per questo quando smetterò vorrei occuparmi del vivaio". Tirerà fuori almeno due campioni. O ventidue.
E quante tristezze contrappasso: la morte della mamma subito dopo, un infortunio serio alla mano. Tony è il semplice che nemmeno saprebbe come cambiare registro: "Semo gente de borgata", dice cantando e rendendo omaggio alla sua città adottiva. Il mondo del motocross è asciutto: il team di Cairoli, del più vincente pilota degli ultimi anni, è composto di sette persone, due meccanici, due team manager, una segretaria, un fisioterapista e un ufficio stampa. Più lui. Roba da girare col camper. Il Valentino Rossi del motocross, che guida un mito del fuori strada, la KTM, non appartiene all'area magica da cui provengono tutti i campioni delle due ruote: la Via Emilia: "Nella velocità sì, ma nel motocross è diverso: veniamo da tutte le regioni". Lui è siciliano verace. Il mondiale MX1 (40 piloti) si disputa in luoghi inimmaginabili. Basta uno sterrato con qualche ripido, un'azienda che paghi le spese dell'evento e l'omologazione della federmoto internazionale: "Andiamo pure in Bulgaria". Non si può immaginare quanti appassionati possano uscire da Savlievo. Si va in Brasile, in America si corre a Glen Helen, luogo di culto della California del Sud. Si va anche in Lettonia, in Inghilterra (a Matterley Basin) e in Olanda, dove c'è il circuito preferito da Tony (Lierop). A Fermo il Gp d'Italia: "La preparazione fisica è tutto", spiega Cairoli, "il pilota che non ha chance lo individui subito: è quello che fa il fenomeno nei primi giri. Ossia è quello che non ha capito niente". Il tracollo è dietro l'angolo, anzi dietro l'albero: "Dopo dieci minuti perdono forza alle braccia". Le gare durano 35 minuti canonici più due giri (a seconda dei circuiti). Segreti?: "Allenarsi bene d'inverno soprattutto la fase aerobica: il motocross è resistenza. Più fiato che gambe. Per strano che possa sembrare".
Cairoli ha vinto anche due mondiali in MX2, la categoria inferiore. Ora monta un 350: "Si potrebbe arrivare anche a 450, ma io e la Ktm ci siamo resi conto che raramente nelle gare si sfrutta la potenza di una cilindrata così alta". Il futuro? "Altri titoli. Non fatemi smettere". A 26 anni non si smette. Aveva cominciato perché suo padre Benedetto si divertiva a sfidare gli amici con la Lambretta e con la Vespa ("non voleva che le toccassimo") per le strade di Patti. Per distogliergli l'attenzione dalla Vespa gli regalò una Italjet 50 da minicross. Ora una cosa che lo farebbe trasalire è se qualcuno decidesse di privarlo del suo numero magico: il 222. Era il numero di telaio di una vecchia moto che aveva in garage. "E' la coperta di Linus". Abbastanza grande e protettiva per coinvolgere (o avvolgere) il suo compagno di squadra alla Ktm, il tedesco Nagl, che senza intavolare inutili discussioni ha accettato di buon grado il numero 2. E secondo voi che numero aveva il suo ex compagno Federici nel 2004? Il 22. Erano gli anni di Puzar, uno dei punti fermi del motocross italiano anni Novanta. E adesso chi c'è dietro Cairoli pentacampione?: "Pochi giovani. A parte Bernardini e Zecchina, c'è il vuoto. Per questo quando smetterò vorrei occuparmi del vivaio". Tirerà fuori almeno due campioni. O ventidue.