La storia

Tra ring, politica e spettacolo
Il favoloso mondo di Pacquiao

Nella notte italiana tra sabato e domenica, il pugile filippino difenderà il titolo Mondiale dei welter contro il messicano Marquez. Ennesimo capitolo del fuoriclasse, personaggio che va ben oltre la boxe, eroe nazionale per il proprio popolo

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Si dice che quando sale sul ring, perfino la guerriglia che tormenta le Filippine allenti la presa, esempio reale della tanto sbandierata tregua olimpica. Ma anche il tasso di criminalità, che solitamente a Manila è più alto rispetto ad un collegio da educande, scende vertiginosamente. Tutto questo perché, comunque uno la pensa, qualunque sia l'estrazione sociale, i sentimenti che suscita Manny Pacquiao vanno tutti in una direzione: ammirazione e profondo rispetto. Canta piuttosto bene, ha avuto anche dei ruoli di attore (ha una faccia che ricorda Charles Bronson), è deputato del Parlamento filippino, è figlio rispettoso, marito, padre, leale lottatore sul ring, spietato combattente della povertà che affligge il suo paese, obbiettivo principale da sconfiggere ora che ha un ruolo politico. Tra un impegno e l'altro, Pacquiao ha anche trovato il tempo per conquistare, caso unico nella storia, il titolo mondiale in otto diverse categorie, iscrivendosi nell'albo delle leggende pugilistiche.

Dai pesi mosca fino ad arrivare ai superwelter (ci sono quasi 20 kg di differenza!), dal primo match tra i professionisti, risalente al gennaio del 1995, al rincorrersi delle luci pacchiane ma sfavillanti di Las Vegas, dell'MGM Grand, che Pacquiao ha eletto a suo quartiere generale. E' qui che nello scorso mese di maggio ha disposto a piacimento, corona dei welter in palio, di un grande campione, anche se un po' stagionato, come Shane 'Sugar' Mosley. Il buon 'Sugar', capace di battere due volte un certo Oscar De La Hoya, non ha neanche preso in considerazione l'ipotesi di vincere, pensando solo a salvare la pellaccia fino alla campanella di chiusura del dodicesimo round. Male per lo spettacolo - se uno dei due non prova a vincere il match perde sale -, tutto sommato indifferente per Pacquiao. Lui infatti, al classico banchetto che segue l'incontro, aveva già sostituito un concerto in cui era la popstar di richiamo, un misto di musica e beneficenza per raccogliere fondi.

Perché in fondo, come gli rimprovera il suo manager Freddie Roach, Pacquiao è un 'buono', l'odore del sangue non gli provoca uno stato di esaltazione. Ama vincere e nelle ultime uscite lo ha fatto sempre molto nettamente, non distruggere il proprio avversario. Forse l'unica eccezione è stata con Oscar De La Hoya, che gli aveva fatto recapitare un paio di guantoni con una scritta offensiva. Lui gliela fece pagare, e per il 'Golden Boy' della boxe americana fu una punizione talmente severa da consigliarne il ritiro dall'attività. Il problema - per gli altri - è che quando Pacquiao aumenta il ritmo e inizia a portare colpi in serie, velocissimi quanto precisi, con la potenza che ne deriva, fa veramente paura. Mentre gli altri calano, cui cresce. Merito di un grande lavoro di preparazione, merito anche della rabbia agonistica che si porta dentro dall'infanzia, dalla rissa in una strada malfamata di Mindanao quando, ancora non ancora adolescente, affrontò dei ragazzacci per difendere il fratello.

Nella notte tra sabato e domenica, sempre all'MGM, andrà in scena l'ennesimo capitolo della carriera di Pacquiao, uno che ama le trilogie contro i messicani. Tre gli incontri con ''El Terrible'' Morales: il primo perso, gli altri due vinti nettamente. Anche con Juan Manuel Marquez sarà il terzo incontro, e tanto per non mancare in originalità, Pacquiao lo ha presentato esibendosi in una ballata e accaparrandosi una valanga di pronostici a favore. E' passato in secondo piano il ricordo del primo match, quando uno stoico Marquez mostrò di avere 'los huevos', rialzandosi dal tappeto tre volte nel round iniziale e finendo per strappare un pari. Per non parlare poi della rivincita, nella quale Pacquiao si impose con decisione non unanime. Per tutti Pacman - il suo alias - vive una fase di invincibilità. Eppure c'è chi lo ha battuto: di Morales abbiamo detto, ma nella fase iniziale della carriera sia il connazionale Rustico Torrecampo (un nome che dice tutto) che il tailandese Singsurat, lo hanno mandato giù in tre round. Sorte del genere, ad esempio, non è mai toccata a Floyd Mayweather, l'uomo destinato a combattere con Pacquiao l'ennesimo match del secolo. Quando il faccia a faccia sembrava inevitabile, il fuoriclasse statunitense dal record perfetto chiese un controllo antidoping sul sangue del filippino, che disse no anche per motivi legati alla religione. Da allora è passato parecchio tempo. Maywheather, tra una vicissitudine giudiziaria e l'altra, è rientrato sul ring alla sua maniera (vincendo per ko), Pacquiao è sempre più popolare. La montagna di quattrini intorno all'evento continua a crescere, e forse stavolta è quella buona, il grande incontro si farà. Ovviamente Marquez permettendo...