A CERCIVENTO adesso fanno sventolare le bandiere. Prima le guardavano solo dalle finestre, un fruscìo al di là del fiume But. Un confine umido e affettuosamente rivale, oltre il quale gli stendardi decoravano solo Paluzza, il dominio dei Di Centa. Manuela e Giorgio, vanto della valle. Pochi metri di distanza, stesse rocce, lo Zoncolan come un padre alle spalle. Ora il vento tira dolce sul versante opposto, qui si è gelato per molti inverni un ragazzo silenzioso, persino burbero, cui una fama improvvisa riesce appena a spettinare il nome: Alessandro Pittin. L'11 febbraio farà 22 anni, eppure ha già festeggiato molto. Bronzo olimpico della combinata nordica a Vancouver 2010, poi molte distrazioni e quasi uno smarrimento, infine l'impensabile per un italiano che per lo sport che ama deve viaggiare per chilometri e confini: tre successi di fila in Coppa del mondo a Chaux-Neuve, a casa del diretto avversario Jason Lamy Chappuis, fondo e trampolino, nessun azzurro c'era mai riuscito. "Sono contento".
Ale è detto pitbull, ma dev'essere per via di quella strana bocca aperta in cielo, per la determinazione muta, perché parlare non gli piace. E' figlio di un Friuli silenzioso e aspro, a volte musone. Anzi della Carnia, terra di stirpe celtica, Cjargne, Cjargna e Cjargno, prospettive di boschi, neve, fiumi, molta polenta. Non passano che poche ore e Ale fa un volo a 90 chilometri orari nel vuoto in allenamento, a Pedrazzo, finisce all'ospedale e ci sta tutta una notte. Una sederata sul ghiaccio brillante, niente di più, però che fifa. "Per fortuna non c'è niente di rotto, soltanto tante botte. Ci vorrà un po' di tempo ma sono stato fortunato, sono cose che capitano. Spero di riprendermi in fretta". Non è avaro Ale, è proprio allergico alle parole. Adesso è a casa, a curarsi dalle ferite e dalla felicità che non dice. Una villetta appena fuori dal paese, cinque abitanti in tutto. Stelio il padre perito edile e presidente della Cooperativa forestale Cafab dell'Alto But, la mamma Miriam impiegata della Regione, il fratello Riccardo con cui divide la stanza e la nonna, al piano di sotto. "Quando torna dai ritiri, gli chiediamo com'è andato. Niente, non c'è verso, per strappargli una parola è una guerra". Mamma Miriam ci ha rinunciato, dice che ci hanno provato anche con le cattive a farlo aprire, poi si sono arresi: "Mi fa tenerezza, forse ha ripreso un po' da me, mi ci rivedo. Oppure ha imparato bene la lezione che gli abbiamo dato quando cominciava a vincere da ragazzino: non montarti la testa". Infatti provate a chiedergli: qualcosa è cambiato dentro di te con questi tre successi? "Certo, ora sono più tranquillo". E anche: cosa ti aspetti dalla Coppa del mondo? "Niente. Ho ottenuto gli obiettivi che mi ero posto. Ho scoperto che vincere è molto bello".
Sul tavolo nella sua stanza c'è un libro, La camera d'ambra, best-seller della spagnola Matilde Asensi, intrigo e storia, arte e scacchi. Non è un mistero Ale, è solo figlio di neve e fatica, frutto carnico, nipote di Alda: "Quando ero bambino mi portava a sciare e se ora ho questa grande passione per la neve molto lo devo a lei". Ha iniziato a sciare da piccolo, era destinato al fondo come i Di Centa, poi a 7 anni ha scoperto il salto sotto la guida di Leonardo De Crignis mentre sul fondo si allenava assieme agli amici dell'U. S. Aldo Moro di Paluzza, di cui è allenatore e presidente Andrea Di Centa, una fabbrica di talenti. Poi via via con le varie squadre nazionali fino ad arrivare alla squadra A. Ora lo segue Giuseppe Chenetti nel fondo e Fabian Ebenhoch nel salto, mentre quando è a casa torna al governo De Crignis.
Difficile scegliere la combinata, l'Italia non è un paese per volare. Non ci sono trampolini e dalle parti di Ale il più vicino è a Predazzo. Da bimbo veniva caricato sul camion del nonno Di Centa, insieme a una banda di ragazzini, e portato a sciare a Paluzza. Miriam: "Di Centa mi diceva: appena trova una gobba salta. Tuo figlio ha talento, vedrai arriverà". Nel frattempo Ale si innamorava anche della bici, solitarie sfacchinate sui monti: "Me ne vado per i sentieri attraverso i boschi vicino a casa mia. Mi piace però più scendere le montagne che salirle". Non è pigro, è che è portato al pendìo. Perito elettronico, superiori a Tolmezzo, ha saltato molti giorni di scuola ma non andava malaccio. "Ha fatto sacrifici, e nessuno gli ha regalato mai niente". Non ha idoli, solo obiettivi: "Quando ho cominciato a gareggiare all'estero guardavo con ammirazione Koivuranta che era già tra i migliori al mondo anche se aveva solo due anni più di me. Ora mi piace Jason Lamy-Chappuis e punto ad arrivare dov'è arrivato lui". Anche Valentino Rossi gli piace: "Un mito".
Ci pensa in maniera chirurgica al suo mondo: "Nel salto bisogna essere freddi, concentrati ed esplosivi ma nel fondo ci vuole resistenza, determinazione e voglia di superare i propri limiti. La testa conta tantissimo in entrambe le discipline. Io dico che bisogna sempre più saltare bene e andare forte nel fondo, però con i nuovi regolamenti il fondo ti permette di salire sul podio mentre con un buon salto puoi solo sperare perché i chilometri finali sono molto duri per chi fatica con gli sci stretti". Solo se gli chiedi delle montagne si scioglie: "Mi hanno dato tutto. La salute, la passione per lo sport. Sono la mia casa". E così, in mezzo alle rocce, Alessandro si siede spesso in silenzio. Nella sua casa per volare.
Ale è detto pitbull, ma dev'essere per via di quella strana bocca aperta in cielo, per la determinazione muta, perché parlare non gli piace. E' figlio di un Friuli silenzioso e aspro, a volte musone. Anzi della Carnia, terra di stirpe celtica, Cjargne, Cjargna e Cjargno, prospettive di boschi, neve, fiumi, molta polenta. Non passano che poche ore e Ale fa un volo a 90 chilometri orari nel vuoto in allenamento, a Pedrazzo, finisce all'ospedale e ci sta tutta una notte. Una sederata sul ghiaccio brillante, niente di più, però che fifa. "Per fortuna non c'è niente di rotto, soltanto tante botte. Ci vorrà un po' di tempo ma sono stato fortunato, sono cose che capitano. Spero di riprendermi in fretta". Non è avaro Ale, è proprio allergico alle parole. Adesso è a casa, a curarsi dalle ferite e dalla felicità che non dice. Una villetta appena fuori dal paese, cinque abitanti in tutto. Stelio il padre perito edile e presidente della Cooperativa forestale Cafab dell'Alto But, la mamma Miriam impiegata della Regione, il fratello Riccardo con cui divide la stanza e la nonna, al piano di sotto. "Quando torna dai ritiri, gli chiediamo com'è andato. Niente, non c'è verso, per strappargli una parola è una guerra". Mamma Miriam ci ha rinunciato, dice che ci hanno provato anche con le cattive a farlo aprire, poi si sono arresi: "Mi fa tenerezza, forse ha ripreso un po' da me, mi ci rivedo. Oppure ha imparato bene la lezione che gli abbiamo dato quando cominciava a vincere da ragazzino: non montarti la testa". Infatti provate a chiedergli: qualcosa è cambiato dentro di te con questi tre successi? "Certo, ora sono più tranquillo". E anche: cosa ti aspetti dalla Coppa del mondo? "Niente. Ho ottenuto gli obiettivi che mi ero posto. Ho scoperto che vincere è molto bello".
Sul tavolo nella sua stanza c'è un libro, La camera d'ambra, best-seller della spagnola Matilde Asensi, intrigo e storia, arte e scacchi. Non è un mistero Ale, è solo figlio di neve e fatica, frutto carnico, nipote di Alda: "Quando ero bambino mi portava a sciare e se ora ho questa grande passione per la neve molto lo devo a lei". Ha iniziato a sciare da piccolo, era destinato al fondo come i Di Centa, poi a 7 anni ha scoperto il salto sotto la guida di Leonardo De Crignis mentre sul fondo si allenava assieme agli amici dell'U. S. Aldo Moro di Paluzza, di cui è allenatore e presidente Andrea Di Centa, una fabbrica di talenti. Poi via via con le varie squadre nazionali fino ad arrivare alla squadra A. Ora lo segue Giuseppe Chenetti nel fondo e Fabian Ebenhoch nel salto, mentre quando è a casa torna al governo De Crignis.
Difficile scegliere la combinata, l'Italia non è un paese per volare. Non ci sono trampolini e dalle parti di Ale il più vicino è a Predazzo. Da bimbo veniva caricato sul camion del nonno Di Centa, insieme a una banda di ragazzini, e portato a sciare a Paluzza. Miriam: "Di Centa mi diceva: appena trova una gobba salta. Tuo figlio ha talento, vedrai arriverà". Nel frattempo Ale si innamorava anche della bici, solitarie sfacchinate sui monti: "Me ne vado per i sentieri attraverso i boschi vicino a casa mia. Mi piace però più scendere le montagne che salirle". Non è pigro, è che è portato al pendìo. Perito elettronico, superiori a Tolmezzo, ha saltato molti giorni di scuola ma non andava malaccio. "Ha fatto sacrifici, e nessuno gli ha regalato mai niente". Non ha idoli, solo obiettivi: "Quando ho cominciato a gareggiare all'estero guardavo con ammirazione Koivuranta che era già tra i migliori al mondo anche se aveva solo due anni più di me. Ora mi piace Jason Lamy-Chappuis e punto ad arrivare dov'è arrivato lui". Anche Valentino Rossi gli piace: "Un mito".
Ci pensa in maniera chirurgica al suo mondo: "Nel salto bisogna essere freddi, concentrati ed esplosivi ma nel fondo ci vuole resistenza, determinazione e voglia di superare i propri limiti. La testa conta tantissimo in entrambe le discipline. Io dico che bisogna sempre più saltare bene e andare forte nel fondo, però con i nuovi regolamenti il fondo ti permette di salire sul podio mentre con un buon salto puoi solo sperare perché i chilometri finali sono molto duri per chi fatica con gli sci stretti". Solo se gli chiedi delle montagne si scioglie: "Mi hanno dato tutto. La salute, la passione per lo sport. Sono la mia casa". E così, in mezzo alle rocce, Alessandro si siede spesso in silenzio. Nella sua casa per volare.