Caro Trapattoni, vogliamo augurare buon compleanno, e sono 70, a uno che conosce bene?
"M'invita a nozze. Auguri, Dino. Pubblicamente. Poi ci sentiamo in privato".
Da quanto tempo vi conoscete?
"Non è che prendessi appunti, lui era in porta al Mantova e io giocavo nel Milan. Si capiva che avrebbe fatto strada, doveva solo maturare. È maturato a Napoli. Quand'è arrivato alla Juve mi ha chiesto: come mi regolo? Devo darti del tu o del lei? Mi sono messo a ridere: ma dài, Dino, abbiamo giocato insieme dandoci sempre del tu, vuoi cambiare adesso? Non scherziamo. È inutile ricordarti il rispetto dei ruoli".
GUARDA/Le foto d'epoca in bianco e nero
Era inutile, in effetti.
"Lo so, ma qualcosa dovevo pur dire. Vede, io con Zoff ho avuto un rapporto molto bello fin dagli inizi. Avevamo una cosa in comune: il padre contadino. E poi ho verificato che tra bergamaschi e friulani ci sono altre cose in comune: il saper lavorare anche tanto, ma senza lamentarsi, e il rispetto per gli altri".
Due ruoli diversi, però.
"Il portiere è un calciatore diverso da tutti gli altri. È un uomo solo. Deve avere una forza interna che lo tiene su, quando un altro si demoralizzerebbe. Anche a Dino sono capitati episodi negativi, dai cinque gol che beccò all'esordio, a Firenze, a quello di Magath ad Atene. Ecco un'altra cosa in comune: Atene è il nostro ricordo più brutto".
Era parabile il tiro di Magath?
"No, son passati quasi trent'anni e non cambio idea. Tiri gobbi, li chiamo. Nei campionati britannici se ne vedono ancora molti, qui sono abituati a tirare da tutte le parti. La valutazione visiva di un portiere, ho parlato con degli specialisti, non è la stessa di uno spettatore. Questi tiri gobbi, di collo pieno, sembrano destinati ai piccioni e s'abbassano di colpo. Dino era piazzato correttamente, Magath ha indovinato l'angolino alla sua sinistra".
Brucia ancora?
"Tantissimo. Era una grande Juve, arrivò in finale senza perdere mai. Me la sentivo, l'ho detto chissà quante volte a Boniperti: questi ci fanno uno scherzo da prete. Infatti hanno vinto con un tiro in porta. Noi potevamo segnare di testa con Bettega, c'era un rigore su Platini, ma è inutile rivangare. Il calcio è anche questo. Bisogna accettarlo e guardare avanti".
Un mese dopo Atene Zoff annuncia il suo ritiro. Ha fatto bene?
"So che avrebbe voluto continuare, che non si sentiva un pensionato, e che ha smesso per rispetto della Nazionale e del titolo di campione del mondo. Non lo critico per questo, è una decisione sua. Qui al nord c'è più rispetto per gli anziani, non sono visti come fossili ma come esempi di attaccamento alla maglia, allo sport. So di non essere originale, ma Dino è stato un grande calciatore e un grande esempio. E poi ha fatto bene anche da allenatore e da dirigente. Mica facile. Come calciatore, nel suo ruolo non faceva certo la gioia dei fotografi. Il famoso volo plastico, nemmeno a pagarlo che lo faceva. Era tutto concentrazione e senso della posizione. In più, estrema professionalità. Ha fatto campionati interi, al Napoli come alla Juve, senza saltare una sola partite. Mai un raffreddore, un reumatismo. Niente. E sa qual era la fatica maggiore, quando lo allenavo?".
Farlo parlare?
"No, farlo smettere di allenarsi. Avrebbe fatto notte. Dovevo sempre dirglielo due o tre volte: oh, Dino, dopodomani giochiamo, tieni qualche parata per domenica. Poi, detto tra noi, non è obbligatorio che il capitano sia uno che racconta le barzellette. È vero che Zoff parlava poco o niente, ma appena apriva bocca tutti gli altri stavano zitti e non solo i giovani, anche Platini e Boniek. Questo è il capitano: uno che non dice stupidaggini. Nel calcio contano anche i numeri: se nelle squadre di club Dino inizia e chiude in modo amaro, con la maglia della Nazionale vince gli Europei a 26 anni e chiude a 40 da campione del mondo. E tutti abbiamo in mente il pallone che inchioda sulla linea all'ultimo minuto su un colpo di testa dei brasiliani. Per molti, Dino era da pensionare dopo Argentina '78. Ma il tempo sa essere galantuomo".
E lo Zoff allenatore? Lei si sarebbe dimesso dopo le critiche di Berlusconi?
"Io no, ma capisco Zoff: l'aggettivo indegno non poteva accettarlo. L'avvocato Agnelli diceva: l'italiano offende chi può, non chi vuole. E io lo tengo a mente. In generale, se un pirla mi dà del pirla non faccio una piega, mi entra da un'orecchia e mi esce dall'altra. Veda di metterlo in un italiano corretto".
È più efficace così, direi.
"Va be', solo che in quel caso Berlusconi non era un pirla ma copriva un ruolo istituzionale, e questo ha reso le sue frasi molto più pesanti. E comunque, visto che stiamo parlando dei settant'anni di Dino, gli voglio dire che tirarsi fuori dal calcio è stata una scelta giusta. Oggi non riuscirebbe a starci dentro".
Lei sì, però.
"Io sì, ma non in Italia. In Irlanda. Non mi avrete mica preso perché sono nato il giorno di San Patrizio, vostro protettore? Io sono Giovanni il peccatore. Così ho detto il primo giorno, una risata non fa mai male. E qualcosa di buono ho combinato: da trentaquattresimi a ventesimi nel ranking mondiale, qualificati per gli Europei e se non c'era la manina di Henry andavamo anche ai Mondiali. Il mio vecchietto, e me lo tengo stretto, è Robbie Keane, 32 anni, ma ha sfondato così giovane, come Franco Baresi, che rischia di passare per Matusalemme".
Cosa non va, in Italia?
"È un calcio svilito sul piano comportamentale. A un tecnico si richiede sempre più pazienza, più capacità di mediare. Non solo in Italia. Prenda Platini, uno dei più intelligenti che ho allenato. Aveva tutto per essere un ottimo allenatore ma ha smesso quasi subito. Perché ha capito che era un mestieraccio. La cosa più complicata è fare i conti con un ambiente che ha un codice etico diverso dal tuo. Con certi frillini sofisticati smussi, limi, abbozzi e prima o poi sbotti, perché rodersi il fegato e star zitti è peggio. È un mestieraccio ma ci sono affezionato e non saprei farne un altro".
"M'invita a nozze. Auguri, Dino. Pubblicamente. Poi ci sentiamo in privato".
Da quanto tempo vi conoscete?
"Non è che prendessi appunti, lui era in porta al Mantova e io giocavo nel Milan. Si capiva che avrebbe fatto strada, doveva solo maturare. È maturato a Napoli. Quand'è arrivato alla Juve mi ha chiesto: come mi regolo? Devo darti del tu o del lei? Mi sono messo a ridere: ma dài, Dino, abbiamo giocato insieme dandoci sempre del tu, vuoi cambiare adesso? Non scherziamo. È inutile ricordarti il rispetto dei ruoli".
GUARDA/Le foto d'epoca in bianco e nero
Era inutile, in effetti.
"Lo so, ma qualcosa dovevo pur dire. Vede, io con Zoff ho avuto un rapporto molto bello fin dagli inizi. Avevamo una cosa in comune: il padre contadino. E poi ho verificato che tra bergamaschi e friulani ci sono altre cose in comune: il saper lavorare anche tanto, ma senza lamentarsi, e il rispetto per gli altri".
Due ruoli diversi, però.
"Il portiere è un calciatore diverso da tutti gli altri. È un uomo solo. Deve avere una forza interna che lo tiene su, quando un altro si demoralizzerebbe. Anche a Dino sono capitati episodi negativi, dai cinque gol che beccò all'esordio, a Firenze, a quello di Magath ad Atene. Ecco un'altra cosa in comune: Atene è il nostro ricordo più brutto".
Era parabile il tiro di Magath?
"No, son passati quasi trent'anni e non cambio idea. Tiri gobbi, li chiamo. Nei campionati britannici se ne vedono ancora molti, qui sono abituati a tirare da tutte le parti. La valutazione visiva di un portiere, ho parlato con degli specialisti, non è la stessa di uno spettatore. Questi tiri gobbi, di collo pieno, sembrano destinati ai piccioni e s'abbassano di colpo. Dino era piazzato correttamente, Magath ha indovinato l'angolino alla sua sinistra".
Brucia ancora?
"Tantissimo. Era una grande Juve, arrivò in finale senza perdere mai. Me la sentivo, l'ho detto chissà quante volte a Boniperti: questi ci fanno uno scherzo da prete. Infatti hanno vinto con un tiro in porta. Noi potevamo segnare di testa con Bettega, c'era un rigore su Platini, ma è inutile rivangare. Il calcio è anche questo. Bisogna accettarlo e guardare avanti".
Un mese dopo Atene Zoff annuncia il suo ritiro. Ha fatto bene?
"So che avrebbe voluto continuare, che non si sentiva un pensionato, e che ha smesso per rispetto della Nazionale e del titolo di campione del mondo. Non lo critico per questo, è una decisione sua. Qui al nord c'è più rispetto per gli anziani, non sono visti come fossili ma come esempi di attaccamento alla maglia, allo sport. So di non essere originale, ma Dino è stato un grande calciatore e un grande esempio. E poi ha fatto bene anche da allenatore e da dirigente. Mica facile. Come calciatore, nel suo ruolo non faceva certo la gioia dei fotografi. Il famoso volo plastico, nemmeno a pagarlo che lo faceva. Era tutto concentrazione e senso della posizione. In più, estrema professionalità. Ha fatto campionati interi, al Napoli come alla Juve, senza saltare una sola partite. Mai un raffreddore, un reumatismo. Niente. E sa qual era la fatica maggiore, quando lo allenavo?".
Farlo parlare?
"No, farlo smettere di allenarsi. Avrebbe fatto notte. Dovevo sempre dirglielo due o tre volte: oh, Dino, dopodomani giochiamo, tieni qualche parata per domenica. Poi, detto tra noi, non è obbligatorio che il capitano sia uno che racconta le barzellette. È vero che Zoff parlava poco o niente, ma appena apriva bocca tutti gli altri stavano zitti e non solo i giovani, anche Platini e Boniek. Questo è il capitano: uno che non dice stupidaggini. Nel calcio contano anche i numeri: se nelle squadre di club Dino inizia e chiude in modo amaro, con la maglia della Nazionale vince gli Europei a 26 anni e chiude a 40 da campione del mondo. E tutti abbiamo in mente il pallone che inchioda sulla linea all'ultimo minuto su un colpo di testa dei brasiliani. Per molti, Dino era da pensionare dopo Argentina '78. Ma il tempo sa essere galantuomo".
E lo Zoff allenatore? Lei si sarebbe dimesso dopo le critiche di Berlusconi?
"Io no, ma capisco Zoff: l'aggettivo indegno non poteva accettarlo. L'avvocato Agnelli diceva: l'italiano offende chi può, non chi vuole. E io lo tengo a mente. In generale, se un pirla mi dà del pirla non faccio una piega, mi entra da un'orecchia e mi esce dall'altra. Veda di metterlo in un italiano corretto".
È più efficace così, direi.
"Va be', solo che in quel caso Berlusconi non era un pirla ma copriva un ruolo istituzionale, e questo ha reso le sue frasi molto più pesanti. E comunque, visto che stiamo parlando dei settant'anni di Dino, gli voglio dire che tirarsi fuori dal calcio è stata una scelta giusta. Oggi non riuscirebbe a starci dentro".
Lei sì, però.
"Io sì, ma non in Italia. In Irlanda. Non mi avrete mica preso perché sono nato il giorno di San Patrizio, vostro protettore? Io sono Giovanni il peccatore. Così ho detto il primo giorno, una risata non fa mai male. E qualcosa di buono ho combinato: da trentaquattresimi a ventesimi nel ranking mondiale, qualificati per gli Europei e se non c'era la manina di Henry andavamo anche ai Mondiali. Il mio vecchietto, e me lo tengo stretto, è Robbie Keane, 32 anni, ma ha sfondato così giovane, come Franco Baresi, che rischia di passare per Matusalemme".
Cosa non va, in Italia?
"È un calcio svilito sul piano comportamentale. A un tecnico si richiede sempre più pazienza, più capacità di mediare. Non solo in Italia. Prenda Platini, uno dei più intelligenti che ho allenato. Aveva tutto per essere un ottimo allenatore ma ha smesso quasi subito. Perché ha capito che era un mestieraccio. La cosa più complicata è fare i conti con un ambiente che ha un codice etico diverso dal tuo. Con certi frillini sofisticati smussi, limi, abbozzi e prima o poi sbotti, perché rodersi il fegato e star zitti è peggio. È un mestieraccio ma ci sono affezionato e non saprei farne un altro".