Forse quel ciclismo non tornerà più. Il ciclismo del "tasso", ovvero: "Le blaireau". Il ciclismo fatto di lunghi rapporti spaccagambe e di altrettanto lunghe fughe, tanto coraggiose quanto solitarie. Il ciclismo di Bernard Hinault, oggi splendido cinquantasettenne, bretone di Yiffignac, probabilmente l'ultimo testimonial di un mondo certamente naif e severo, ma, proprio per questo, ancora fondato sull'epica e sul gesto umano. Il libro "La strategia del Tasso" (edizioni Limina) del collega Luigi Panella, di Repubblicasport.it, è uno spaccato chiaro e piano di quella realtà. Un viaggio nelle gesta, nella personalità e nella persona di uno degli ultimi "géant de la route": i giganti della strada. Forse l'ultimo davvero. Perché di corridori così non se ne vedono più da lustri. Un viaggio da appassionato che guarda con occhio rapito le gesta di un grande faticatore della bici. Che ammira la determinazione e l'ostinazione con cui il bretone macina risultati ed avversari. Sempre pronto, sempre puntuale agli appuntamenti importanti. Un po' burbero ma pieno dell'umanità che viene da chi ha sempre avuto un'alta idea del proprio dovere e del proprio lavoro. E del rispetto di compagni e avversari. Di lui si ricorda la generosità in quel Giro 1980, il primo dei tre vinti, quando seppe cedere il passo sotto lo striscione di Sondrio al compagno di squadra Bernadeau, dopo che il gregario lo aveva aiutato nell'impresa di staccare tutta la concorrenza sul mitico Stelvio.
Un grande vincitore che ha segnato un'era. Cinque Tour de France, tre Giri, due Vuelta e un mondiale, quello più duro detta degli storici a Sallanches dove su una lunga e interminabile salita ha macinato giro dopo giro tutta la concorrenza (ultimo a resistergli il nostro GB Baronchelli) fino a rimanere solo. E poi ancora: due "Liegi" , due "Lombardia" e una "Roubaix", l'odiatissima corsa delle pietre cui ha preso parte fino al giorno in cui è riuscito a vincerla, per poi continuare a disprezzarla,138 successi con le prestigiose doppiette Giro-Tour nel 1982 e nel 1985 che lo accostano a grandi come Coppi, Anquetil e Merckx.
Un grande innovatore, quando ancora la tecnica e la tecnologia non era stata messa in secondo piano dalla dilagante farmacia del diavolo. Di lui si ricorda la precisione maniacale nel preparare la bici e nel personalizzare le misure del telaio e della posizione; certificata in un libretto che ha fatto storia, in cui, sfruttando le esperienze nella galleria del vento della Renault Gitane - la squadra con cui ha corso negli anni migliori - aveva ridisegnato i dettami della posizione in sella privilegiando appunto l'aerodinamica e la biomeccanica applicata ai pedali. E' da allora che si cominciarono a vedere le prime posizioni "allungate" con il tronco portato il più orizzontale possibile per diminuire la resistenza al vento, la componente che assorbe la maggior parte dell'energia spesa sui pedali. Sperimentando su se stesso Hinault aveva portato una ventata di nuovo.
Con scrittura agile e piana al ritmo del cronista e con dovizia di aneddoti che vanno anche al di là della vicenda sportiva, Panella racconta la lunga e gloriosa carriera del bretone che ha dominato da padrone il mondo dei pedali a cavallo fra gli anni settanta e ottanta. Anni dove ancora la chimica, pur eternamente presente, non aveva il ruolo predominante che avrà in seguito, falsando valori, azioni, imprese, gesta. Dove contava ancora molto il fattore umano. Fisico tozzo e muscolato, corpo massiccio, gambe d'acciaio, Hinault richiamava già tutti o quasi i tratti distintivi del mustelide di cui ha condiviso per anni il soprannome. Umile e determinato. Solitario, silenzioso e scorbutico. E incazzozo difensore dei propri interessi. Come quando alla Parigi-Nizza del 1984, passato alla neonata Vie Claire, non esitò a scendere di bici e a fare a pugni con i manifestanti dei cantieri navali in sciopero che bloccavano la strada. Epigono di un ciclismo che stava lentamente virando verso il superprofessionismo e la superspecializzazione.
Un grande vincitore che ha segnato un'era. Cinque Tour de France, tre Giri, due Vuelta e un mondiale, quello più duro detta degli storici a Sallanches dove su una lunga e interminabile salita ha macinato giro dopo giro tutta la concorrenza (ultimo a resistergli il nostro GB Baronchelli) fino a rimanere solo. E poi ancora: due "Liegi" , due "Lombardia" e una "Roubaix", l'odiatissima corsa delle pietre cui ha preso parte fino al giorno in cui è riuscito a vincerla, per poi continuare a disprezzarla,138 successi con le prestigiose doppiette Giro-Tour nel 1982 e nel 1985 che lo accostano a grandi come Coppi, Anquetil e Merckx.
Un grande innovatore, quando ancora la tecnica e la tecnologia non era stata messa in secondo piano dalla dilagante farmacia del diavolo. Di lui si ricorda la precisione maniacale nel preparare la bici e nel personalizzare le misure del telaio e della posizione; certificata in un libretto che ha fatto storia, in cui, sfruttando le esperienze nella galleria del vento della Renault Gitane - la squadra con cui ha corso negli anni migliori - aveva ridisegnato i dettami della posizione in sella privilegiando appunto l'aerodinamica e la biomeccanica applicata ai pedali. E' da allora che si cominciarono a vedere le prime posizioni "allungate" con il tronco portato il più orizzontale possibile per diminuire la resistenza al vento, la componente che assorbe la maggior parte dell'energia spesa sui pedali. Sperimentando su se stesso Hinault aveva portato una ventata di nuovo.
Con scrittura agile e piana al ritmo del cronista e con dovizia di aneddoti che vanno anche al di là della vicenda sportiva, Panella racconta la lunga e gloriosa carriera del bretone che ha dominato da padrone il mondo dei pedali a cavallo fra gli anni settanta e ottanta. Anni dove ancora la chimica, pur eternamente presente, non aveva il ruolo predominante che avrà in seguito, falsando valori, azioni, imprese, gesta. Dove contava ancora molto il fattore umano. Fisico tozzo e muscolato, corpo massiccio, gambe d'acciaio, Hinault richiamava già tutti o quasi i tratti distintivi del mustelide di cui ha condiviso per anni il soprannome. Umile e determinato. Solitario, silenzioso e scorbutico. E incazzozo difensore dei propri interessi. Come quando alla Parigi-Nizza del 1984, passato alla neonata Vie Claire, non esitò a scendere di bici e a fare a pugni con i manifestanti dei cantieri navali in sciopero che bloccavano la strada. Epigono di un ciclismo che stava lentamente virando verso il superprofessionismo e la superspecializzazione.