Aperto il librone "Tenniste", di Massimo Coppola, ho cominciato a sfogliarlo, e, pian piano, mi sono reso conto che qualcuno aveva rinvenuto il mio diario intimo, sul quale avevo segretamente annotato tutti i miei amori, quasi sempre immaginari. Ero io stesso una comparsa dei court, e mi onoro di figurare nella Hall of Fame americana quale "il tennista più battuto del mondo".
LE FOTO
Questo non mi impediva di innamorarmi delle star o starlet del gioco, come ad esempio Alice Marble, nel corso di un suo fuggevole passaggio a San Remo, nel primo dopoguerra. Di lei non potevano non eccitarmi gli shorts che, a quei tempi, ancora non si portavano in Europa, ma, come le fui vicino, il mio povero inglese appreso dai G.I, i soldati yankees, non fu sufficiente a farmi ottenere più di un autografo.
Altro immaginario amore per una americana fu quello rivolto a Gussie Moran, che dagli shorts ebbe il coraggio - sfrontatezza la definì qualcuno - di passare addirittura a certi mini slip in pelle di leopardo, divenendo la prima star del tennis professionista. Ed ecco giungere, a sconvolgermi, la nera pelle della prima coloured del gioco, Althea Gibson, mentre ancora non avevo approfondito il proverbio caro al mio collega Hemingway , "If you try black, you never get back".
I miei rapporti tennistici con lei si limitarono ad un palleggio, ma il mio invito ad una prosecuzione serale scivolò verso il mio partner di doppio di allora, i cui colpi erano dotati di superiore penetrazione. Una volta di più frustrato, mi limitai a immaginare eccitanti partite nei miei diari, o a trascriverli depurati sulle pagine dei giornali. Passando così da un vano amore ad un altro, per splendori del court quali Maria Ester Bueno, Evonne Goolagong, Lea Pericoli, Gabriela Sabatini e infine, forse sopra a tutte, quella Venus Williams che mi ha ammesso al bacio rituale del suo ginocchio sinistro. Ahimè, in pubblico.
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Questo non mi impediva di innamorarmi delle star o starlet del gioco, come ad esempio Alice Marble, nel corso di un suo fuggevole passaggio a San Remo, nel primo dopoguerra. Di lei non potevano non eccitarmi gli shorts che, a quei tempi, ancora non si portavano in Europa, ma, come le fui vicino, il mio povero inglese appreso dai G.I, i soldati yankees, non fu sufficiente a farmi ottenere più di un autografo.
Altro immaginario amore per una americana fu quello rivolto a Gussie Moran, che dagli shorts ebbe il coraggio - sfrontatezza la definì qualcuno - di passare addirittura a certi mini slip in pelle di leopardo, divenendo la prima star del tennis professionista. Ed ecco giungere, a sconvolgermi, la nera pelle della prima coloured del gioco, Althea Gibson, mentre ancora non avevo approfondito il proverbio caro al mio collega Hemingway , "If you try black, you never get back".
I miei rapporti tennistici con lei si limitarono ad un palleggio, ma il mio invito ad una prosecuzione serale scivolò verso il mio partner di doppio di allora, i cui colpi erano dotati di superiore penetrazione. Una volta di più frustrato, mi limitai a immaginare eccitanti partite nei miei diari, o a trascriverli depurati sulle pagine dei giornali. Passando così da un vano amore ad un altro, per splendori del court quali Maria Ester Bueno, Evonne Goolagong, Lea Pericoli, Gabriela Sabatini e infine, forse sopra a tutte, quella Venus Williams che mi ha ammesso al bacio rituale del suo ginocchio sinistro. Ahimè, in pubblico.