La storia

Maledizione dei numero uno
primi senza la vittoria più bella

Nel golf come in altri sport si può essere i migliori nelle classifiche mondiali senza mai aver vinto i tornei più importanti: una macchia che segna una carriera
di MATTIA CHIUSANO

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Numero uno, che maledizione. Il traguardo di una vita, l'ossessione di quel che resta della carriera. Il Masters che si sta giocando in questi giorni ad Augusta è la passerella ideale dei numero uno. I primi del passato, come l'arzillo Tom Watson, i primi di un passato che vuole ritornare, alla Tiger Woods, i primi che torneranno primi, come il nordirlandese Rory o (forse) il tedesco Martin Kaymer. Già, ma chi è il numero uno del mondo del golf, il leader di un movimento che conta decine di milioni di adepti? Luke Donald, fighetto inglese con un conto in banca da far paura e lo stile giusto per rappresentare una certa Inghilterra alla Notting Hill, appassionata di arte e vini. Anche se Luke ha scelto Chicago come sua base operativa, perché lui è un campione dei due mondi. ha fatto la storia diventando il primo in assoluto a vincere sia la money list europea che quella americana. Quando arriva la Ryder Cup diventa un mostro: nel 2006 ha vinto tutti i suoi match, nell'edizione 2010 ha spinto il team europeo, compresi i Molinari, con tre punti su quattro. Un vero numero uno. Con una macchia: non ha mai vinto un major, un torneo Grand Slam del golf, e ormai questa lacuna viene ricordata ad ogni grande evento. Come a Lee Westwood, l'inglese - molto meno glamour - che sfilò la corona di n.1 a Tiger dopo cinque anni di regno. Tifoso del Nottingham Forest, amante della campagna, Lee può vincere qualsiasi torneo, e avrebbe potuto vincere anche il Masters 2010 se non avesse trovato sulla sua strada un magnifico Mickelson. Ma finora zero major anche per lui, e il ritornello ossessivo ogni volta che si ricorda la falla.

Ma Donald e Westwood sono solo i fratelli minori di una categoria di giganti dello sport mondiale, grandi anche per le occasioni che non sono riusciti a concretizzare. Restando nel campo verde del golf, Greg Norman è famoso, più che per i due British open vinti, per i cinque major in territorio americano persi dopo aver quasi sempre dominato nei primi giri. Nel tennis femminile lo scettro assegnato di volta in volta a Caroline Wozniacki, Dinara Safina, Jelena Jankovic è stato accolto con scetticismo, non avendo le tre mai vinto uno Slam: ma, per caratura del giocatore, fanno quasi più impressione le sconfitte a Wimbledon di Ivan Lendl, numero uno seriale e vincitore di tutti gli altri Slam. Gli appassionati di football americano ricordano la sorte di Dan Marino, strepitoso quarterback dei Miami Dolphins che giocò dieci volte i playoff battendo un record di passaggi dopo l'altro senza mai vincere il Super Bowl. Nel calcio bastano due icone. Zico, Eder, Socrates, Junior, Falcao, insomma il Brasile 1982, un sogno più che una squadra: eliminata dall'Italia di Bearzot, incapace di prendere un titolo che sarebbe arrivato da formazioni molto più "operarie" come quelle del 1994 (Romario-Bebeto) e del 2002 (Ronaldo). E ancora, Johan Crujiff, tre Coppe dei Campioni con l'Ajax, tre Palloni d'oro e una relazione infelice coi Campionati mondiali: una finale persa contro la Germania (Ovest a quei tempi), il ritiro alla vigilia dell'edizione 1978 che la sua Olanda perse un'altra volta contro i padroni di casa, stavolta argentini. Nei mondo dei motori invece Gilles Villeneuve è una fitta al cuore, un respiro lungo 67 gran premi con sole 6 vittorie, e neanche un titolo mondiale: ma almeno in questo caso, cos'altro poteva aggiungere una classifica a punti ad una leggenda?