DANZICA - È l'uomo delle sfide. L'uomo della delusione da cui trovare la forza per prendersi la rivincita sul mondo. Robert Korzeniowski, classe 1968, è il marciatore polacco che prima di diventare quello dei quattro ori olimpici (3 nella 50 km e una nella 20 km), tre ori mondiali, due record del mondo, nella sua prima Olimpiade a Barcellona '92 aveva visto sfumare il suo sogno, il sogno di ogni atleta, a una manciata di metri dal traguardo, intravisto tra il sudore e la nebbia del dolore che può provocare una marcia di 50 chilometri. Una marcia fatta di ginocchia bloccate e di cartellini gialli che diventano rossi. Quel rosso indelebile che si staglia sul tuo limitato orizzonte quando commetti un errore di troppo: squalificato.
Non c'è redenzione, non c'è replica, sei fuori. Mesi, anni, di preparazione, consumati così. Per colpa tua.
"Ero secondo, ma fui squalificato all'ingresso dello stadio" dice Korzeniowski, oggi consulente Uefa Euro 2012, piglio deciso e sguardo di chi sa bene il fatto suo. "Quella doveva essere la mia prima medaglia".
Ha dovuto aspettare altri quattro anni, Atlanta '96, per riprendersela, stavolta d'oro, una vittoria che valeva doppio, uno spartiacque tra l'essere "tra" i migliori e l'essere "il" migliore. Benzina per le gambe e per il cuore, che lo porterà a Sidney, l'Olimpiade della doppietta d'oro, nella 20 (con record olimpico) e nella 50. Una conferma che quella di Atlanta non era fortuna, non era circostanza ma costruzione, work in progress, decollo. Con un atterraggio morbido, morbidissimo, su un altro gradino olimpico, ancora il più alto, ad Atene, nella 50 km.
"Ad Atlanta ero consapevole di ciò per cui stavo lottando perché a Barcellona ci ero andato molto vicino. Quando ho vinto le altre medaglie mi sono sentito molto responsabilizzato per i miei fan, ma soprattutto per me, perché conoscevo i miei limiti e le mie possibilità".
Nel 2004 l'annuncio che con i Giochi di Atene avrebbe messo un punto alla sua carriera.
"Ad Atene ho coronato il mio sogno: diventare imbattibile e finire la carriera con l'imbattibilità conquistata, una carriera di 21 stagioni".
E dopo? che succede dopo? quando un dio scende in terra?
"Ora svelo un segreto: ad Atene Maurizio da Milano mi chiese se avessi potuto concludere la mia carriera a settembre a Piacenza, col torneo Pino Dordoni (il fondatore della scuola di marcia italiana, ndr), che ho vinto. Dopo, sono andato un mese in vacanza in Toscana e ho iniziato una nuova vita".
Una nuova vita, ma senza l'adrenalina della vittoria, senza le endorfine dell'allenamento. Come si fa?
"Io ho sempre avuto sete di sfida. E quindi quello che mi ci voleva era una cosa impossibile, una nuova sfida, che mi desse emozioni forti, come quelle di una gara. La sfida è stata quella di diventare, nel 2004, caporedattore dello sport nella tv pubblica polacca, poi nel 2006 ho lanciato un nuovo canale sportivo e infine nel 2009 la Uefa mi ha chiesto di diventare consulente marketing. Tutti nuovi mondi per me, ambito sconosciuti, sfide nuove. Imprese".
Dall'atletica al calcio, un bel cambio di mentalità...
"Io lavoro per il calcio, non lo devo fare. Non c'è stato cambio di mentalità perché l'approccio alla gestione, alla promozione è sempre la stessa. E poi non importa che sport facciamo, siamo tutti atleti".
Non ha pensato ad allenare, rimanere nel settore dell'atletica?
"Non per lavoro, anche se ho conseguito quello che per voi è il diploma di educazione fisica. Alleno per hobby. Per esempio ho strutturato gli allenamenti di Francisco Fernandez, che ad Atene era arrivato secondo, argento anche ai mondiali di Parigi, Helsinki e Osaka, insomma un talento. Gli ho detto che lo avrei portato fino a Londra ma poi lui ha preso la strada del doping: non so perché abbia fatto questa scelta. Non l'ho capito, me ne sono tirato fuori... ne ero all'oscuro".
Per la cronaca nel 2009 Francisco Fernandez si ritrovò implicato in un giro di sostanze dopanti, di cui disse di non aver fatto uso ma l'anno dopo, sebbene assolto, venne sospeso dalla federazione spagnola.
Prima ha parlato di Maurizio da Milano... che rapporti ha con l'Italia e cosa pensa del calcio italiano.
"Quando l'ho incontrato la prima volta nel 1991, all'inizio della mia carriera da assoluto, ero al settimo cielo, era il mio idolo. Oggi siamo nella stessa commissione Iaaf per la marcia. Non ci avrei mai creduto. Quando Ivano Brugnetti ha dato l'addio all'atletica nel 2011, ero con lui nel suo ultimo giro di pista allo Stadio dei Marmi a Roma. L'Italia ha una parte importante nella mia vita, senza dubbio. Il calcio? Bé, mi sono reso conto del suo peso quando dovevano intervistare me e Brugnetti alla Domenica sportiva e in pratica abbiamo avuto a malapena qualche minuto. Tutto il resto era calcio".
Pensa che il nostro Schwazer possa vincere a Londra? Confermare il titolo come ha fatto lei?
"Incrocio le dita per lui. Abbiamo bisogno di eroi. È il mio successore ma non so cosa succederà. Dipende da come sopporterà la pressione a cui è sottoposto. La vittoria è soprattutto nella testa, non solo nelle gambe".
E anche nel cuore.
Non c'è redenzione, non c'è replica, sei fuori. Mesi, anni, di preparazione, consumati così. Per colpa tua.
"Ero secondo, ma fui squalificato all'ingresso dello stadio" dice Korzeniowski, oggi consulente Uefa Euro 2012, piglio deciso e sguardo di chi sa bene il fatto suo. "Quella doveva essere la mia prima medaglia".
Ha dovuto aspettare altri quattro anni, Atlanta '96, per riprendersela, stavolta d'oro, una vittoria che valeva doppio, uno spartiacque tra l'essere "tra" i migliori e l'essere "il" migliore. Benzina per le gambe e per il cuore, che lo porterà a Sidney, l'Olimpiade della doppietta d'oro, nella 20 (con record olimpico) e nella 50. Una conferma che quella di Atlanta non era fortuna, non era circostanza ma costruzione, work in progress, decollo. Con un atterraggio morbido, morbidissimo, su un altro gradino olimpico, ancora il più alto, ad Atene, nella 50 km.
"Ad Atlanta ero consapevole di ciò per cui stavo lottando perché a Barcellona ci ero andato molto vicino. Quando ho vinto le altre medaglie mi sono sentito molto responsabilizzato per i miei fan, ma soprattutto per me, perché conoscevo i miei limiti e le mie possibilità".
Nel 2004 l'annuncio che con i Giochi di Atene avrebbe messo un punto alla sua carriera.
"Ad Atene ho coronato il mio sogno: diventare imbattibile e finire la carriera con l'imbattibilità conquistata, una carriera di 21 stagioni".
E dopo? che succede dopo? quando un dio scende in terra?
"Ora svelo un segreto: ad Atene Maurizio da Milano mi chiese se avessi potuto concludere la mia carriera a settembre a Piacenza, col torneo Pino Dordoni (il fondatore della scuola di marcia italiana, ndr), che ho vinto. Dopo, sono andato un mese in vacanza in Toscana e ho iniziato una nuova vita".
Una nuova vita, ma senza l'adrenalina della vittoria, senza le endorfine dell'allenamento. Come si fa?
"Io ho sempre avuto sete di sfida. E quindi quello che mi ci voleva era una cosa impossibile, una nuova sfida, che mi desse emozioni forti, come quelle di una gara. La sfida è stata quella di diventare, nel 2004, caporedattore dello sport nella tv pubblica polacca, poi nel 2006 ho lanciato un nuovo canale sportivo e infine nel 2009 la Uefa mi ha chiesto di diventare consulente marketing. Tutti nuovi mondi per me, ambito sconosciuti, sfide nuove. Imprese".
Dall'atletica al calcio, un bel cambio di mentalità...
"Io lavoro per il calcio, non lo devo fare. Non c'è stato cambio di mentalità perché l'approccio alla gestione, alla promozione è sempre la stessa. E poi non importa che sport facciamo, siamo tutti atleti".
Non ha pensato ad allenare, rimanere nel settore dell'atletica?
"Non per lavoro, anche se ho conseguito quello che per voi è il diploma di educazione fisica. Alleno per hobby. Per esempio ho strutturato gli allenamenti di Francisco Fernandez, che ad Atene era arrivato secondo, argento anche ai mondiali di Parigi, Helsinki e Osaka, insomma un talento. Gli ho detto che lo avrei portato fino a Londra ma poi lui ha preso la strada del doping: non so perché abbia fatto questa scelta. Non l'ho capito, me ne sono tirato fuori... ne ero all'oscuro".
Per la cronaca nel 2009 Francisco Fernandez si ritrovò implicato in un giro di sostanze dopanti, di cui disse di non aver fatto uso ma l'anno dopo, sebbene assolto, venne sospeso dalla federazione spagnola.
Prima ha parlato di Maurizio da Milano... che rapporti ha con l'Italia e cosa pensa del calcio italiano.
"Quando l'ho incontrato la prima volta nel 1991, all'inizio della mia carriera da assoluto, ero al settimo cielo, era il mio idolo. Oggi siamo nella stessa commissione Iaaf per la marcia. Non ci avrei mai creduto. Quando Ivano Brugnetti ha dato l'addio all'atletica nel 2011, ero con lui nel suo ultimo giro di pista allo Stadio dei Marmi a Roma. L'Italia ha una parte importante nella mia vita, senza dubbio. Il calcio? Bé, mi sono reso conto del suo peso quando dovevano intervistare me e Brugnetti alla Domenica sportiva e in pratica abbiamo avuto a malapena qualche minuto. Tutto il resto era calcio".
Pensa che il nostro Schwazer possa vincere a Londra? Confermare il titolo come ha fatto lei?
"Incrocio le dita per lui. Abbiamo bisogno di eroi. È il mio successore ma non so cosa succederà. Dipende da come sopporterà la pressione a cui è sottoposto. La vittoria è soprattutto nella testa, non solo nelle gambe".
E anche nel cuore.