La storia

Fenati, a 16 anni è gia fenomeno
Valentino: "Mi ricorda qualcuno"

Vincendo la sua prima gara in moto 3 domenica scorsa a Jerez con 36 secondi di vantaggio, il giovanissimo marchigiano è sotto gli occhi di tutti. Rossi: "Guida con una facilità disarmante". Spinto dal nonno, in mini-moto a quattro anni. Quello in Spagna sembra proprio il primo di una lunghissima serie di successi

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Lo possiamo anche chiamare Baby Boom o Vroom. Basta che non si tocchi il baby. Non si è mai parlato tanto di lui. Anzi fino a un mese fa, finché non è esploso arrivando secondo al debutto in Qatar dietro un altro piccolo fenomeno come Maverick Viñales, non se parlava affatto. Chi è chi non è. Romano Fenati ha 16 anni. Domenica scorsa ha vinto la sua prima gara ad un mondiale: corre in Moto 3, la classe che da quest'anno sostituisce la gloriosa 125, sopra un motore Honda 250 a quattro tempi e un telaio Ftr, per il Team Italia. Lo scorso anno è arrivato secondo nel campionato italiano dietro Niccolò Antonelli (un altro debuttante della Moto 3 2012, ma più scafato, ha già un sito ufficiale...) e ha vinto l'Europeo in gara unica.

"E' un ragazzo impressionante, guida con una semplicità disarmante, come se fosse tutto facile", riconosce Valentino Rossi. Gli ricorda qualcuno. Si guarda allo specchio e pensa: "Prima o poi un nuovo mostro dovrà pur spuntare fuori!". Un fiore, una speranza oltre i malanni del "dottore" che non riesce a curare se stesso. Romano è adriatico come Valentino. I chilometri che separano Tavullia da Ascoli Piceno sono però sufficienti per trasformare le loro parlate: una è tinta di romagnolo, come il 90% di chi emerge in Italia (a parte Agostini), quella di Romano è tipicamente "marchiciana", con la "c": "... stada 'na bella gara!", ha detto in conferenza stampa, mentre si domandava cosa fossero tutti quei signori intorno a lui, curiosi e anche un po' commossi perché la sua vittoria (l'ultima vittoria italiana in 125 risale al 2009, fu quella di Iannone a Valencia) li aiutava a dimenticare e un po' anche a ricordare: i tempi del Valentino ragazzino, le speranze del grande Marco Simoncelli che se n'è andato troppo presto, una storia dei motori da poter virare in ottica italiana, qualcosa di nuovo da raccontare alla gente che proprio di questo ha bisogno, di emozioni, di facce nuove, forse anche di gesti nuovi. Non soltanto di sport costruiti sui retroscena, sulle polemiche, sulle dietrologie, sui contratti, sui dubbi.

Ecco, Romano Fenati. Sì, è stata una bellissima gara quella che Romano ha corso a Jerez infischiandosene di tutto e di tutti: quando passava davanti al muretto sulla lavagna leggeva che il suo vantaggio era di 2.6 secondi: "Per questo continuavo a spingere". Ma leggeva male: era di 26 secondi e quando gli hanno sventolato sotto il naso la bandiera a scacchi i secondi erano diventati 36: "Fa cose che io non facevo", riconosce il suo team manager Roberto Locatelli, non uno qualsiasi bensì il campione del mondo della 125 nel 2000: "Ci guardiamo negli occhi, lui mi chiede, 'che devo fare qui e qui e qui e qui?'. Io gli restituisco lo sguardo e siccome so bene che già corre come io non ho mai corso gli rispondo: tu che faresti? Lui farfuglia qualcosa: e io, ecco perfetto, stavo per dirtelo...!". Una recita ammirata. E' come se Romano già non avesse difetti (ma ovviamente non è vero).

Verso le moto lo ha spinto il nonno, Romano Fenati come lui, 74 anni, titolare di un negozio di ferramenta. Mamma Sabrina è fuori dalla grazia di Dio: "Non correre!". Romano niente. A quattro anni lo fotografano in sella a una mini-moto. Mamma lo sa ma fa finta di non sapere. A otto si rompe la clavicola sinistra: "Smettila!". Lui niente. Poi si spezza tre volte la destra: "Mi farai ammattire!". Ma Romano non ci sente. Si massacra polsi, braccia, dita. Va a scuola. Ogni mattina 30 chilometri per arrivare a un liceo linguistico privato di San Benedetto del Tronto: "Ma non tocco libro. Memorizzo tutto quello che dicono in classe".

Il casco bianco riflette la natura immacolata della sua guida: è bianco, nemmeno una scritta, non è ancora tempo di sponsor ma tempo di adolescenza. Nel weekend sperimenterà un nuovo circuito, quello di Estoril, dove non ha mai corso: "Ma me lo sono studiato in video". Nel suo entusiasmo non lascia niente al caso. E' alto 1,63 ma è ben piazzato (pesa 62 kg). Non ha la patente. Nella vita normale, quando non deve girare in tondo per arrivare prima degli altri, si affida a un motorino. Tornando dalla Spagna, lunedì scorso, lo lasciano solo in aereo. Potrebbe tornare dalla colonia o dal primo campeggio con gli amici. Quando cerca di piazzare il trolley nella cappelliera fa cascare sei o sette giubbotti: "Scusate". Li rimette su alla rinfusa. Imbarazzato. Forse anche un po' stranito dal clamore. Ma deve abituarsi. Quella di Jerez è soltanto la prima vittoria di una lunghissima primavera di bellezza. Una di quelle cose che a 16 anni sembrano infinite.