La storia

Un rugby fatto in casa
San Donà torna tra i grandi

La gloriosa squadra veneta promossa in Eccellenza, dove tornerà a misurarsi con le blasonate della palla ovale dopo 11 anni. Una vittoria del vivaio: dei 38 giocatori della prima squadra, 28 sono di formazione sandonatese
di MASSIMO CALANDRI

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Nel rugby è tutta un'altra cosa. L'umiltà, l'educazione, il sacrificio, il rispetto. Il gioco di squadra, largo ai giovani, l'importante è divertirsi. L'amicizia, i piccoli passi, la programmazione. Quella che altrove chiamano con enfasi la "favola", sottolineando l'eccezionalità sportiva di questo o quel club, nel rugby è la regola. Pure, c'è qualcuno che anche nel rugby riesce a trovare dei colori più intensi, più naturali e veri. In attesa che la Fir metta ordine al torneo di Eccellenza - il numero delle squadre partecipanti potrebbe aumentare a 12, con l'ingresso di Viadana (dopo il divorzio dalla lega celtica) e il ripescaggio delle Fiamme Oro - il capitolo ovale più bello dell'anno lo ha scritto il Rugby San Donà, protagonista della serie A e promossa di diritto. San Donà di Piave, Venezia Orientale, quel Veneto che sembra Galles: dove giocare a rugby è una favola.

Il segreto nel vivaio. Dicono che il segreto stia nel vivaio. In questa stagione, dei 38 giocatori della prima 28 sono di formazione sandonatese: delle quasi quattrocento presenze, oltre il 60% è di atleti locali. Giovanissimi. Giocano tutti, quelli del San Donà, non ci sono i panchinari: nel 90% dei casi i sostituti sono subentrati ai titolari a parita in corso. Ventisei rugbisti sono andati in mèta, più della metà delle volte con la mischia. Diego Bressan ha compiuto 19 anni a torneo in corso, il giocatore più vecchio si chiama Umberto Pilla e ne ha 39. Il miglior marcatore è il mediano di mischia, Alessandro Mucelli (oltre mille punti in carriera con la maglia sandonatese), poi c'è un samoano dal nome e il fisico infiniti, il terza centro Mamea Lemalu Genesis Pelepele.

E l'azienda entra in mischia. Negli anni Ottanta a giocare a San Donà era dura per tutti, pure per le corazzate di allora (Treviso, Rovigo o L'Aquila). Poi una lunga parentesi in purgatorio, e dopo undici anni un ritorno ai vertici su cui all'inizio della stagione forse nessuno avrebbe scommesso. E' finita che anche lo sponsor (M-Three, trasmissioni televisive e radio via satellite) si è adeguato al rugby e alla sua filosofia. Sarà che il suo presidente, Michele Magnifichi, è stato un buon giocatore con Venezia in serie B e oggi guida la squadra veterani dell'Armata Brancaleone, ma ora anche nella compagnia - trenta dipendenti tra Venezia, Milano e Roma - lavorano come quelli con l'ovale: "Lo spirito del rugby è entrato in azienda. Ed è stato un bene. Le regole sono le stesse: rispetto delle regole, dell'avversario, delle persone. Sacrificio. Pensare al gruppo, mai individualmente. Sembra retorica, invece è la realtà", spiega Magnifichi, che ha contagiato con la sua passione anche l'ad Carlo Morelli. "Non ci sono capi in ufficio, ma capitani. E i 'gradì vanno ai tecnici più esperti, che danno l'esempio. Come sul campo: per vincere, ma tutti insieme".