SILVERSTONE – Sorride, stringe le mani, firma autografi. E’ dalle sette di stamani che il telefonino gli squilla in continuazione, e ci sono già più di cento sms d’auguri. “Vuole dire che ho fatto qualcosa di buono nella vita. Che si ricordano di me, che ho ancora degli amici”. Giacomo Agostini compie settant’anni e li festeggia sul circuito di Silverstone con la moglie, i due figli (Vittoria, Piergiacomo) e il team Yamaha, che ha organizzato un gran ricevimento in onore del campione. Uno che sembra sempre lo stesso, Ago, a parte i capelli bianchi. “Poco tempo fa ho incontrato Berlusconi, che mi ha stretto la mano: ‘Lei magari non sa chi sono, ma io non posso non riconoscere il grande Agostini’. Però. Non me l’aspettavo”. Quindici titoli mondiali, la storia del motociclismo, prima Morini e poi la consacrazione con la MV Agusta 500 a quattro cilindri, quindi la Yamaha a due tempi. Un fuoriclasse per sempre.
Una vita di imprese. Nel maxi-schermo del paddock scorrono le immagini delle sue imprese. Ago osserva, e c’è una bella luce nei suoi occhi. “Guarda: la vittoria di Monza, il primo titolo mondiale. Quel giorno sono tornato a casa e mi sembrava tutto un sogno. E poi il primo successo a Daytona, con la Yamaha e le curve sopraelevate: dicevano che in passato era stato tutto merito della MV, e invece con una moto diversa il risultato non è cambiato”.
“Moto e salame”. Sono passati molti anni, ma sembrano secoli. “Adesso la MotoGp è un’altra cosa: ci sono tecnologia, sponsor, eserciti di meccanici. Non dico sia peggio e meglio, ma ai miei tempi la passione era tutto: prima delle gare mettevo i piedi in una bacinella d’acqua bollente, per scaldarmeli, e il casco me lo pulivo con una pugnetta ficcata dentro una pallina da tennis svuotata. Mangiavo e dormivo coi miei meccanici, eravamo una mezza dozzina di persone in tutto: ci si riposava sotto gli alberi, qualcuno portava pane e salame e si mangiava così, sull’erba. Erano tempi di grande imprese, ecco tutto”.
“Troppa tecnologia”. Dicono che il motociclismo sia in crisi. “E’ un momento difficile, bisogna cambiare qualcosa: di sicuro, un ragazzo che vuole iniziare non può pagare tremila euro per una moto. E poi, troppa tecnologia e poco cuore: non vorrei alla fine che i piloti si riducessero a guidare con un telecomando”.
“Valentino non è finito”. Forse manca un grande protagonista, la parabola di Valentino Rossi è in discesa. “Valentino ha scritto pagine straordinarie ed è sbagliato giudicarlo per un’annata negativa. Non è finito, anzi: però prima era un grande talento che poteva dare il 110%, adesso è un campione che dà il 100%. Quel qualcosa in più è finito, così come la spericolatezza e l’incoscienza. I suoi avversari sono maturati. Ma resta un grande. Io però, oggi scelgo Jorge Lorenzo. Un duro. Tecnico, veloce: e ha l’età giusta”.
“Nessun rimpianto, è stato solo amore”. Settant’anni, nessun rimpianto. “Ho rischiato tante volte la vita, ma ero così innamorato di questo sport che non ci ho mai pensato. Ho fatto quello che ho sempre desiderato: correre. E ho avuto tutto. Sarei un vigliacco, se avessi dei rimpianti”. Buon compleanno, Ago.
Una vita di imprese. Nel maxi-schermo del paddock scorrono le immagini delle sue imprese. Ago osserva, e c’è una bella luce nei suoi occhi. “Guarda: la vittoria di Monza, il primo titolo mondiale. Quel giorno sono tornato a casa e mi sembrava tutto un sogno. E poi il primo successo a Daytona, con la Yamaha e le curve sopraelevate: dicevano che in passato era stato tutto merito della MV, e invece con una moto diversa il risultato non è cambiato”.
“Moto e salame”. Sono passati molti anni, ma sembrano secoli. “Adesso la MotoGp è un’altra cosa: ci sono tecnologia, sponsor, eserciti di meccanici. Non dico sia peggio e meglio, ma ai miei tempi la passione era tutto: prima delle gare mettevo i piedi in una bacinella d’acqua bollente, per scaldarmeli, e il casco me lo pulivo con una pugnetta ficcata dentro una pallina da tennis svuotata. Mangiavo e dormivo coi miei meccanici, eravamo una mezza dozzina di persone in tutto: ci si riposava sotto gli alberi, qualcuno portava pane e salame e si mangiava così, sull’erba. Erano tempi di grande imprese, ecco tutto”.
“Troppa tecnologia”. Dicono che il motociclismo sia in crisi. “E’ un momento difficile, bisogna cambiare qualcosa: di sicuro, un ragazzo che vuole iniziare non può pagare tremila euro per una moto. E poi, troppa tecnologia e poco cuore: non vorrei alla fine che i piloti si riducessero a guidare con un telecomando”.
“Valentino non è finito”. Forse manca un grande protagonista, la parabola di Valentino Rossi è in discesa. “Valentino ha scritto pagine straordinarie ed è sbagliato giudicarlo per un’annata negativa. Non è finito, anzi: però prima era un grande talento che poteva dare il 110%, adesso è un campione che dà il 100%. Quel qualcosa in più è finito, così come la spericolatezza e l’incoscienza. I suoi avversari sono maturati. Ma resta un grande. Io però, oggi scelgo Jorge Lorenzo. Un duro. Tecnico, veloce: e ha l’età giusta”.
“Nessun rimpianto, è stato solo amore”. Settant’anni, nessun rimpianto. “Ho rischiato tante volte la vita, ma ero così innamorato di questo sport che non ci ho mai pensato. Ho fatto quello che ho sempre desiderato: correre. E ho avuto tutto. Sarei un vigliacco, se avessi dei rimpianti”. Buon compleanno, Ago.