MILANO - Come in una colonizzazione al contrario, ora è il Brasile a trasferire l'ultima frontiera dell'affarismo calcistico in Portogallo. Da oltre un decennio il Paese sudamericano è diventato la Mecca degli investitori che vogliono guadagnare col pallone. Il grimaldello per soldi quasi sicuri è acquistare percentuali dei cartellini dei giocatori: l'ideale è farlo quando sono in rampa di lancio per incamerare milioni al momento della cessione in Europa. Ma adesso il modello è sbarcato anche nel Vecchio Continente. Non solo di rimbalzo attraverso l'arrivo nei nostri campionati dei talenti sudamericani. Ma direttamente perché qualcuno ha iniziato a comprare quote dei giocatori anche in Europa.
Tutto è cominciato proprio in Portogallo, la nazione dove nascono i Re Mida del pallone: l'allenatore e il calciatore tra i più pagati del mondo, Josè Mourinho e Cristiano Ronaldo, assistiti dall'agente più ricco del pianeta, Jorge Mendes, quello che nel corso della carriera, attraverso la sua 'Gestifute', ha incassato più commissioni di tutti (369,8 milioni di euro, secondo un recente studio dell'Osservatorio europeo sui calciatori professionisti). A entrare in questo settore in Portogallo è stata addirittura la principale banca lusitana: il Banco Espirito Santo che quattro anni fa ha creato un fondo di investimento basato sul controllo di quote di proprietà dei calciatori del Benfica, squadra sponsorizzata dall'istituto di credito insieme alle altre due grandi portoghesi, Sporting Lisbona e Porto. Il veicolo si chiama 'Benfica Stars Fund' e le sue operazioni hanno pubblicità assoluta, essendo il club della capitale quotato in Borsa. Così si scopre che il Banco Espirito Santo nell'estate 2011 ha ottenuto profitti notevoli dalla cessione al Chelsea di David Luiz: 1,6 milioni di euro, grazie alla plusvalenza rispetto al costo pagato un anno e mezzo prima per acquistare il 25 per cento del difensore brasiliano. Non a caso molti milionari in giro per il mondo, stufi di perdere cifre notevoli tra Borsa o hedge fund, stanno iniziando a prendere seriamente in considerazione di buttarsi in questo business calcistico per tutelare i propri cospicui risparmi.
Il Portogallo è l'Eldorado di questi fondi. Prima del 'Benfica Stars Fund', erano stati creati il 'First Portuguese Football Players Fund' e il 'Soccer Invest Fund' che hanno acquistato quote dei principali calciatori lusitani di Porto, Boavista e Sporting Lisbona: ad esempio, il 37,5 per cento di Moutinho, titolare della Nazionale semifinalista agli Europei. Il 'First Portuguese Football Player Fund' è stato però chiuso a gennaio 2008 dopo l'entrata in vigore dell'articolo 18 bis del Regolamento sullo status e il trasferimento dei calciatori della Fifa. Questa norma vieta l'influenza di "parti terze" sui club calcistici. E' stata dettata proprio per arginare il potere sempre maggiore di questi gruppi privati sui calciatori (in alcuni casi queste operazioni insospettiscono anche per tempistica con il calciatore venduto dal club pochi mesi dopo l'entrata in scena del gruppo privato che così monetizza rapidamente grazie alla preveggenza). Non a caso in Inghilterra, il controllo delle "parti terze" è vietato da quando Kia Joorabchian provocò scandalo in Premier League muovendo come pedine i "suoi" campioni: Carlos Tevez e Javier Mascherano. Proprio in relazione a queste normative, la Fifa ha avviato un'indagine sull'attività del 'Quality Investmend Fund' con sede nell'isola di Jersey (una delle Isole del Canale scelte da molte società per la loro fiscalità vantaggiosa), creato da Jorge Mendes insieme all'ex manager del Chelsea, Peter Kenyon, e alla Creative Artist, gigante statunitense del settore delle procure nel mondo dello sport e dello spettacolo.
Ma ormai è difficilissimo fermare questi investitori che hanno cominciato a corteggiare anche alcuni talent-scout dei grandi club europei per cercare di ridurre i rischi di errori nella scommessa finanziaria sui giovani calciatori. Anche la Uefa ha iniziato a insospettirsi. In una recente riunione della commissione sulle strategie del calcio professionistico, alla vigilia della finale di Champions a Monaco di Baviera, è stata avanzata la proposta di vietare ai calciatori controllati da "parti terze" di scendere in campo nelle coppe europee. Sarebbe uno sconquasso. Se ne riparlerà a settembre.
Ma non sono preoccupati solo i puristi dello sport e le autorità calcistiche. Anche i dirigenti dei club non approvano queste derive. Per un motivo molto semplice che si aggiunge al già consistente drenaggio economico da parte degli agenti (in Premier League ai procuratori, tra commissioni e intermediazioni, va il 10 per cento del totale delle somme mosse dal calciomercato): "Il problema è che in questo modo molti soldi delle società escono dal calcio per essere investiti altrove. La Uefa vigila ma non sempre ha una conoscenza approfondita delle vere dinamiche del fenomeno", spiega un manager di lungo corso di un importante club europeo. Nel trasferimento di un calciatore, controllato da "parti terze", una parte consistente del prezzo finisce nelle tasche dei proprietari del fondo o della banca, come nel caso del Banco Espirito Santo in Portogallo. E non esiste garanzia che rientri nel pallone. L'unica certezza è che tanti hanno capito come guadagnare in modo fulmineo col calcio mentre l'economia va a rotoli. Ma non sembra che lo sport sia destinato a fare un grande affare.
Tutto è cominciato proprio in Portogallo, la nazione dove nascono i Re Mida del pallone: l'allenatore e il calciatore tra i più pagati del mondo, Josè Mourinho e Cristiano Ronaldo, assistiti dall'agente più ricco del pianeta, Jorge Mendes, quello che nel corso della carriera, attraverso la sua 'Gestifute', ha incassato più commissioni di tutti (369,8 milioni di euro, secondo un recente studio dell'Osservatorio europeo sui calciatori professionisti). A entrare in questo settore in Portogallo è stata addirittura la principale banca lusitana: il Banco Espirito Santo che quattro anni fa ha creato un fondo di investimento basato sul controllo di quote di proprietà dei calciatori del Benfica, squadra sponsorizzata dall'istituto di credito insieme alle altre due grandi portoghesi, Sporting Lisbona e Porto. Il veicolo si chiama 'Benfica Stars Fund' e le sue operazioni hanno pubblicità assoluta, essendo il club della capitale quotato in Borsa. Così si scopre che il Banco Espirito Santo nell'estate 2011 ha ottenuto profitti notevoli dalla cessione al Chelsea di David Luiz: 1,6 milioni di euro, grazie alla plusvalenza rispetto al costo pagato un anno e mezzo prima per acquistare il 25 per cento del difensore brasiliano. Non a caso molti milionari in giro per il mondo, stufi di perdere cifre notevoli tra Borsa o hedge fund, stanno iniziando a prendere seriamente in considerazione di buttarsi in questo business calcistico per tutelare i propri cospicui risparmi.
Il Portogallo è l'Eldorado di questi fondi. Prima del 'Benfica Stars Fund', erano stati creati il 'First Portuguese Football Players Fund' e il 'Soccer Invest Fund' che hanno acquistato quote dei principali calciatori lusitani di Porto, Boavista e Sporting Lisbona: ad esempio, il 37,5 per cento di Moutinho, titolare della Nazionale semifinalista agli Europei. Il 'First Portuguese Football Player Fund' è stato però chiuso a gennaio 2008 dopo l'entrata in vigore dell'articolo 18 bis del Regolamento sullo status e il trasferimento dei calciatori della Fifa. Questa norma vieta l'influenza di "parti terze" sui club calcistici. E' stata dettata proprio per arginare il potere sempre maggiore di questi gruppi privati sui calciatori (in alcuni casi queste operazioni insospettiscono anche per tempistica con il calciatore venduto dal club pochi mesi dopo l'entrata in scena del gruppo privato che così monetizza rapidamente grazie alla preveggenza). Non a caso in Inghilterra, il controllo delle "parti terze" è vietato da quando Kia Joorabchian provocò scandalo in Premier League muovendo come pedine i "suoi" campioni: Carlos Tevez e Javier Mascherano. Proprio in relazione a queste normative, la Fifa ha avviato un'indagine sull'attività del 'Quality Investmend Fund' con sede nell'isola di Jersey (una delle Isole del Canale scelte da molte società per la loro fiscalità vantaggiosa), creato da Jorge Mendes insieme all'ex manager del Chelsea, Peter Kenyon, e alla Creative Artist, gigante statunitense del settore delle procure nel mondo dello sport e dello spettacolo.
Ma ormai è difficilissimo fermare questi investitori che hanno cominciato a corteggiare anche alcuni talent-scout dei grandi club europei per cercare di ridurre i rischi di errori nella scommessa finanziaria sui giovani calciatori. Anche la Uefa ha iniziato a insospettirsi. In una recente riunione della commissione sulle strategie del calcio professionistico, alla vigilia della finale di Champions a Monaco di Baviera, è stata avanzata la proposta di vietare ai calciatori controllati da "parti terze" di scendere in campo nelle coppe europee. Sarebbe uno sconquasso. Se ne riparlerà a settembre.
Ma non sono preoccupati solo i puristi dello sport e le autorità calcistiche. Anche i dirigenti dei club non approvano queste derive. Per un motivo molto semplice che si aggiunge al già consistente drenaggio economico da parte degli agenti (in Premier League ai procuratori, tra commissioni e intermediazioni, va il 10 per cento del totale delle somme mosse dal calciomercato): "Il problema è che in questo modo molti soldi delle società escono dal calcio per essere investiti altrove. La Uefa vigila ma non sempre ha una conoscenza approfondita delle vere dinamiche del fenomeno", spiega un manager di lungo corso di un importante club europeo. Nel trasferimento di un calciatore, controllato da "parti terze", una parte consistente del prezzo finisce nelle tasche dei proprietari del fondo o della banca, come nel caso del Banco Espirito Santo in Portogallo. E non esiste garanzia che rientri nel pallone. L'unica certezza è che tanti hanno capito come guadagnare in modo fulmineo col calcio mentre l'economia va a rotoli. Ma non sembra che lo sport sia destinato a fare un grande affare.