La storia

Paralimpiadi, l'officina dei campioni

Abbiamo visitato il centro Inail, alle porte di Budrio, nel bolognese. Dove tanti dei medagliati, da Zanardi in poi, hanno affinato il loro rapporto con le protesi. Qui c'è l'eccellenza a livello internazionale: ricerca, studio, progettazione, realizzazione. Un vanto tutto italiano FOTO
di STEFANO VALENTI

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BUDRIO  -  Un uomo esce da uno degli stanzoni, gamba in spalla. Non è un modo di dire: appoggia sulla destra la sua vecchia protesi, lunga dalla coscia al piede, appena montata quella nuova. Ed un altro mostra, tra il bermuda firmato e la calzatura di marca, l'elemento meccanico che gli permette di appoggiare a terra quel che ha a nord dell'amputazione. Da oltre cinquant'anni è la realtà di tutti i giorni al Centro Protesi Inail di Vigorso, periferia di Budrio, capitale europea della protesica. Infortunati sul lavoro, vittime della strada, ed un giorno del 2001 pure Alex Zanardi, che arrivò guidando la sua BMW, la parcheggiò e disse "rimettetemi in piedi," dopo il terribile botto del Lausitzring.

Ci arrivano traumatizzati, nel fisico e nella mente, da un evento devastante come la perdita di un arto; ma da quel giorno, accolti da psicologici, fisiatri, fisioterapisti e tecnici ortopedici, cominciano il percorso verso una nuova vita, per diventare, tutti, campioni olimpici. Pure se nei giorni di Londra i medagliati sono quelli saliti sul podio e tanti di quelli sono passati da Vigorso, l'officina dei campioni paraolimpici. Un vanto: nei laboratori di ricerca, studio e realizzazione del prodotto, sofisticato quanto artigianale, lavorano solo italiani. Gli stranieri vengono ad imparare.

L'abbiamo visitata anche noi, all'indomani di quel bottino di medaglie identico a quello dei normodotati. "L'uscita di Paolo Villaggio ha scatenato polemiche, ma non possiamo negare che in tanti la pensano come lui, alla vista dei disabili e dei loro sforzi. Ma non ha suscitato alcuna reazione in noi che li seguiamo da anni, se non qualche lacrima quando li abbiamo visti sul podio, con la medaglia, sapendo il grande impegno che ci hanno messo. E che non è solo quello della gara" spiega Simona Amadesi, responsabile della comunicazione del Centro.

Non tutti sono atleti prodotti dal laboratorio di Vigorso, ma tanti sono quelli che qui sono venuti per migliorare il proprio assetto. Zanardi qui ha affinato il rapporto con le sue protesi, è a Vigorso che c'è l'alta specializzazione. "Martina? E' arrivata da noi che... sgambettava, noi le abbiamo fornito le soluzioni protesiche che l'hanno portata all'oro nei 100 metri" dice Gennaro Verni, barese trapiantato a Bologna, direttore tecnico
del centro. Martina è Caironi, bergamasca, medagliata con record del mondo. A Londra sono crollati a decine. "Ma non solo per l'evoluzione della protesica, i paraolimpici sono atleti professionisti, né più né meno dei normodotati. Hanno sponsor e ci vivono". A Vigorso il rapporto tra l'atleta e la protesi ricerca il livello massimo di simbiosi. "Scendoni (sprinter) non aveva il piede giusto, l'abbiamo cambiato" prosegue Verni. Ma chi sono, per gli atleti azzurri, gli studiosi di Vigorso? "Siamo tecnici, ma anche confidenti. Il componente principale della protesi è l'invasatura, che unisce il moncone alla protesi. E' la zona di contatto, di sfregamento: se ferisce l'atleta deve fermarsi. Per questo è soggetto ad una dieta ferrea. L'invaso è perfetto, guai ad ingrassare. Gli invasi sono la specialità della casa, da noi".

Per una protesi agonistica serve un mese di studio, pesa 6-700 grammi meno di una gamba normale, ed il costo parte da non meno di 15.000 euro. Il ginocchio s'è evoluto, ma resta meccanico perché quello bionico per ora non è garantito oltre gli 8 km/h. E qui si corre. Come la ricerca. "La Martina sul podio ci ha commosso, ma al video ci siamo accorti che una tedesca aveva un prototipo di ginocchio di nuova generazione. Ora ne aspettiamo uno identico per studiarlo" dice Fabio Venturoli, responsabile della linea transfemorale degli arti inferiori. Oscar Pistorius, passato qui pure lui a dare un'occhiata all'eccellenza italiana, incontrando la Caironi ad un meeting ad Imola la convinse che ce la poteva fare. Poi a Londra ha polemizzato per le protesi del brasiliano che l'ha sconfitto nei 200. "Bando ai romanticismi, Pistorius è vittima dell'evoluzione che ha scatenato lui stesso. Il brasiliano utilizza un moncone più lungo, il ginocchio è più basso e questo aumenta la frequenza - spiega Verni - Non lo vieta nessuno, come nessuno può stoppare fantasia ed ingegno. Il problema di Pistorius è che per partecipare alle Olimpiadi ha dovuto far vidimare le sue protesi al Cio. I rivali delle Paraolimpiadi no".
    
In Italia un grosso passo avanti è stato fatto nello scorso dicembre quando lo sport è stato inserito come pratica di riabilitazione nella normativa Inail. Anche non agonistico. Pure se la spending-review non aiuta, "col blocco delle assunzioni vanno in pensione tecnici di alto livello e non possiamo sostituirli. E sono artigiani, come i nostri prodotti, non c'è protesi uguale all'altra. Come atleta uguale all'altro. Per noi una medaglia d'oro è anche far tornare a ballare l'anziano che tutti i weekend andava in balera ma perde un piede e gli cade il mondo addosso. Come accaduto al batterista che pensa di non poter più battere sulla grancassa. Ed invece è tornato a farlo. Gli atleti sono eccellenza, il volto del professionismo, ma una nicchia. Il messaggio è che qui torni a camminare, ma se vuoi puoi anche tornare a correre. Poi quel che vale per tutti è che una protesi si porta bene solo quando mentalmente la si accetta" conclude Verni.

Parafrasando Darwin, a Vigorso lo sport riabilita l'uomo. Fino a livelli olimpici. E pure se nei corridoi campeggiano i pannelli con gli atleti azzurri passati da qui e che hanno rappresentato l'Italia alle Paraolimpiadi, Mondiali, Europei, in realtà sono campioni tutti quelli che escono dall'androne con la loro protesi ed un sorriso sul volto.