Dedicato a tutti quelli che in questi giorni di settembre riportano i figli a scuola al mattino. E magari a una scuola calcio il pomeriggio. Riservando a quell’ora e mezzo di corse fra i birilli, dribbling, esercizi col pallone e finalmente partitella, un’attenzione quasi morbosa per il proprio figlio. Soprattutto quando al sabato o alla domenica la partita diventa vera: una delle decine di migliaia di partitine di qualche migliaio di campionatini che ogni settimana si giocano in Italia. Se ogni genitore pensasse che il proprio figlio può diventare un Balotelli (o magari un Verratti o un Insigne), così da arrivare rapidamente a sfondare sulle prime pagine dei giornali sportivi con l’aggettivo di “fenomeno”, da guadagnare un paio di milioni di euro già a vent’anni, da sentire il proprio nome urlato da Caressa & C con le vocali allungate e ululate - “Baaaaloteliiiiiiiii, Paaaaacchiarottiiiiiiii!” – fidanzarsi a tre o quattro veline contemporaneamente e fare l’alba all’Hollywood, staremmo freschi.
Sulla prima pagina del Tirreno di Livorno, giornale a me molto caro, campeggia un articolo su una società di Ponzano, vicino Empoli, che ad inizio stagione ha affisso all’ingresso un grande cartellone di un metro e mezzo per un mezzo. “Chi pensa di avere un figlio “campione” è pregato di portarlo in altre società”. E i dirigenti ci sono sono fatti anche una foto sotto. Come a dire, da oggi questo è legge, e chi la pensa diversamente aria.
Non è un tema sconosciuto, anzi, ma ricordarlo a inizio stagione può servire a molto. Il cartellone di Ponzano è un monito serio dedicato a tutti quei genitori che fanno pressioni, che si lamentano, che protestano durante le partite perché il ragazzo non è stato convocato, è in panchina, viene rimproverato o sostituito, che spingono insomma perché il proprio ragazzino venga trattato come un futuro campione. Che spesso solo i loro occhi riescono a vedere, perché magari quel ragazzo un campione non lo sarà, ma ha tutto il diritto comunque di giocare al pallone per divertirsi, per fare sport, per imparare non solo le date delle guerre puniche e il teorema di Pitagora ma anche il rispetto delle regole con la pratica, per maturare nella maniera più giusta e tranquilla. Per giocare a pallone e basta.
A doversi allenare dunque non sono solo i ragazzi ma soprattutto i genitori. Ricordarglielo con un cartello ben visibile significa parlar chiaro e forte a chi da questo orecchio proprio non ci vuole sentire. E’ come ricordare a chi gioca che non si può protestare e soprattutto mandare a quel paese l’arbitro. Pena l’ammonizione o l’espulsione.
Sulla prima pagina del Tirreno di Livorno, giornale a me molto caro, campeggia un articolo su una società di Ponzano, vicino Empoli, che ad inizio stagione ha affisso all’ingresso un grande cartellone di un metro e mezzo per un mezzo. “Chi pensa di avere un figlio “campione” è pregato di portarlo in altre società”. E i dirigenti ci sono sono fatti anche una foto sotto. Come a dire, da oggi questo è legge, e chi la pensa diversamente aria.
Non è un tema sconosciuto, anzi, ma ricordarlo a inizio stagione può servire a molto. Il cartellone di Ponzano è un monito serio dedicato a tutti quei genitori che fanno pressioni, che si lamentano, che protestano durante le partite perché il ragazzo non è stato convocato, è in panchina, viene rimproverato o sostituito, che spingono insomma perché il proprio ragazzino venga trattato come un futuro campione. Che spesso solo i loro occhi riescono a vedere, perché magari quel ragazzo un campione non lo sarà, ma ha tutto il diritto comunque di giocare al pallone per divertirsi, per fare sport, per imparare non solo le date delle guerre puniche e il teorema di Pitagora ma anche il rispetto delle regole con la pratica, per maturare nella maniera più giusta e tranquilla. Per giocare a pallone e basta.
A doversi allenare dunque non sono solo i ragazzi ma soprattutto i genitori. Ricordarglielo con un cartello ben visibile significa parlar chiaro e forte a chi da questo orecchio proprio non ci vuole sentire. E’ come ricordare a chi gioca che non si può protestare e soprattutto mandare a quel paese l’arbitro. Pena l’ammonizione o l’espulsione.