Mario Fossati, grande firma del giornalismo sportivo italiano e di "Repubblica", compie 90 anni. Una tesi dell'Università di Genova ne ripercorre la formidabile carriera e la biografia, partendo dall'infanzia e dall'esperienza di reduce dalla campagna di Russia, dove caddero novantamila soldati italiani: anche lui era stato dato per disperso, con tanto di certificato recapitato alla famiglia. Scampato all'ecatombe, si sarebbe cimentato con la catarsi della tragedia: lo sport come allegoria della rinascita del Paese. Fossati ha scritto, da massimo esperto e finissimo analista, di ciclismo, di ippica e di calcio, ma anche di automobilismo, di atletica, di alpinismo, di pugilato, di Olimpiadi e di Mondiali. Cronista e biografo lucidissimo - da Coppi a Varenne, dal calcio di Meazza a quello del terzo millennio - e fraterno amico di Gianni Brera, rappresenta la memoria storica dello sport e del giornalismo sportivo. Ha infatti incrociato nelle sue tre lunghe esperienze di lavoro vissute in successione - "La Gazzetta dello Sport" dal '45 al '56, "Il Giorno" dal '56 all'82, "Repubblica" dall'82 al 2008 - altrettanti momenti cruciali nella storia del giornalismo italiano, sportivo e non. Pubblichiamo di seguito un estratto della sua biografia giovanile, dalla tesi universitaria di cui sopra: è l'omaggio di "Repubblica" a una delle sue firme storiche.
Mario Fossati nasce a Monza il 29 settembre 1922, nel pieno dell'ascesa di Benito Mussolini al potere, a meno di un mese dalla marcia su Roma. La circostanza non è affatto irrilevante per la famiglia Fossati, dichiaratamente antifascista. Il padre di Mario, Luigi, è infatti un noto sindacalista cattolico, del gruppo di Achille Grandi, il leader che sarà deputato del Partito Popolare dal '19 al '26 e della Dc nell'Assemblea Costituente, presidente delle Acli nel '44 e artefice dell'unità sindacale col comunista Giuseppe Di Vittorio e col socialista Bruno Buozzi. La madre Anna è una maestra di origine marchigiana: è nata a Fossombrone, si è trasferita a Monza nel 1904 al seguito di suo padre Achille, ispettore scolastico, e in Brianza ha poi conosciuto e sposato Luigi, mettendo al mondo sei figli, due femmine e quattro maschi. Di Luigi e Anna, Mario è il terzogenito e dell'infanzia ricorda l'estrema povertà: "Mio padre era un sindacalista cattolico, però con visioni che superavano la Chiesa. Con Achille Grandi parlavano già di unità sindacale. Poi è venuto il fascismo, lui era contro ed è stata la fine. Mia mamma, quando ha sposato papà, ha lasciato il lavoro di maestra: ha messo al mondo una numerosa prole, quando non era ancora di moda, ossia quando il fascismo non pagava le nascite. Tutte le volte che c'era qualcosa che migliorava le cose sindacalmente, noi non c'eravamo mai. Era una vita durissima". L'ironia - il sindacalista che non riesce a garantire alla propria famiglia i pochi soldi salvaguardati dallo Stato - stempera la serietà della situazione. Sotto il fascismo la coerenza è un lusso che si paga a caro prezzo: al padre viene anche ritirato il passaporto. La vicenda influenza inevitabilmente il ragazzino Mario, educandolo al rigore, al senso di giustizia e alle battaglie per i diritti: da adulto trasferirà questi principi alla professione giornalistica, sia con la dedizione al mestiere sia con l'attività nel comitato di redazione del "Giorno". Le idee della corrente di Achille Grandi, che frequenta casa Fossati, sono progressiste. "Papà credeva nell'unità sindacale tra cattolici, comunisti e socialisti. Una volta Grandi ne parlò con un pezzo grosso del clero guardi che di Renzi Tramaglino, che è un imbecille, nel mio sindacato non ce n'è nemmeno uno. Sarebbe ora che la smettesse di citare Renzo Tramaglino" ". Il fatalismo del cattolico in attesa della provvida sventura, così come lo dipinge Manzoni nei "Promessi Sposi" disegnando la figura di Renzo, non si attaglia dunque alla piccola borghesia e al proletariato di quella Lombardia dell'era fascista. "I miei compagni più poveri, all'ispettore scolastico che chiedeva loro quale fosse la materia che li entusiasmasse, rispondevano: la refezione. La povertà era tale che anche il lusso e i vizi dei ricchi costituivano uno spettacolo. Eravamo poveri poveri. Il deposito delle locomotive di Milano-Greco era divenuto per me una meta domenicale" ".
L'INCONTRO CON LO SPORT - Ma i bambini di Monza hanno un privilegio: il parco recintato da mura più grande d'Europa. E' il luogo dell'incontro di Fossati con lo sport: un incontro fatale, visto che se ne innamora subito, senza peraltro immaginare che sarebbe diventato il suo pane. Tra le piante sono stati ricavati il celebre circuito automobilistico (1922) e il campo da golf (1928). La parte più importante, nelle esplorazioni sportive all'interno del parco, spetta però all'ippica: nel 1922 era stato costruito il galoppatoio di Mirabello, poi caduto in disuso e smantellato negli anni Novanta. "Essendo povero, da ragazzo le mie vacanze le passavo al parco, dove c'era un grande allevamento di cavalli, con grandissimi campioni che facevano gli stalloni. Non avevamo divertimenti, allora, e io andavo sempre là con un mio amico, il cui padre era uno scudiere. I cavalli o ti piacciono subito e sei folgorato sulla strada di Damasco oppure niente. A me sono piaciuti e ho cominciato a seguirli da vicino".
L'innamoramento per il calcio avviene altrove: all'Arena di Milano, lo stadio napoleonico che ospita le partite casalinghe dell'Inter e le riunioni di atletica leggera, altra passione giovanile del futuro giornalista. E' papà Luigi a portarlo a vedere per la prima volta l'Ambrosiana, come il regime aveva preteso di ribattezzare l'Internazionale. "Quando c'erano le grandi partite, andavamo a Milano soprattutto a vedere l'Inter. Il Milan era a San Siro e con i mezzi di allora il viaggio era lungo, mentre il tram arrivava da Monza a Porta Venezia e da lì si proseguiva a piedi fino all'Arena" ".
All'Arena Fossati scopre anche l'atletica e anche in questo caso s'imbatte, da spettatore, in uno sportivo del quale diventerà amico. Nel '37 assiste alla vittoria di Ottavio Missoni, prodigioso sedicenne, che sui 400 piani batte lo statunitense Robinson, il primatista mondiale degli 800, e con 48"8 realizza un tempo da record. "Ero appassionato di atletica leggera, perché a Milano era una cosa importante, c'erano atleti buoni: Ottavio Missoni, Luigi Beccali. Missoni era stato preso da Alberti, un grande dirigente, e portato a correre all'Arena. Era in sesta corsia, la più brutta, e ha battuto l'americano primatista del mondo. Dopo, quando è tornato dalla guerra, dalla battaglia di El Alamein e da quattro anni di prigionia, è arrivato sesto in finale alle Olimpiadi di Londra del '48, sui 400 ostacoli. Ma in guerra aveva lasciato molto".
LA CAMPAGNA DI RUSSIA - Fossati è un reduce dalla campagna di Russia, una tra le più grandi stragi della storia bellica italiana. "La guerra è una cosa spaventosa, da non dimenticare mai, anche se per fortuna gli italiani di oggi non l'hanno mai vissuta. Lo sa bene chi, come me, è uscito vivo da lì. Eravamo in quattordici di quella leva lì, tra gli amici partiti dall'Osteria Robbiati di Monza, e sono tornato solo io: pensavano che fossi morto venti volte. Dalla sacca del Don sono uscito, a piedi, nell'aprile del '43. Allora ero forte, andavo in montagna e poi ho avuto una fortuna grande come una casa. Nella sacca si moriva, a quaranta gradi sottozero. Si camminava giorno e notte, mangiando semi di girasole o quello che trovavi, non so come ho fatto. Se mi fosse capitato anche solo a 25-26 anni, sarei morto. Un bel giorno ci hanno mandato a spidocchiarci in Italia, con l'ordine di non parlare troppo". Il ventunenne Mario è costretto a darsi alla macchia. "Cercavo di non farmi vedere. Era brutto vivere così, ma me ne fregavo. Siccome ero venuto fuori da uno sbaraglio, mi sembrava di vivere comunque meglio. Dovevamo avere paura di tutti".
L'oasi di Fossati è ancora una volta l'ippica, come nell'infanzia: l'ippodromo di San Siro: "Venni a sapere che Tesio, il più grande allevatore italiano, aveva difeso l'ippica. Era stato capace di mettere i tedeschi sul chi va là. "State attenti, lasciate stare l'ippodromo, perché vuol dire lavoro". Così loro a un certo momento proteggevano l'ippica, i repubblichini no. Io avevo saputo da un caporale di scuderia che nelle riunioni non avrebbero fatto retate. Allora San Siro galoppo diventò un raduno di antifascisti alla macchia: ce n'erano anche un po' troppi".
L'AMICIZIA CON BRERA - La Liberazione, per il reduce dalla strage di Russia, coincide col primo lavoro, che sarà subito quello di tutta la vita: il giornalista sportivo. E il lavoro coincide con la più grande amicizia, anche questa "per sempre". Fino alla sua scomparsa in un incidente stradale, il 19 dicembre 1992, Gianni Brera sarà il punto di riferimento di Mario Fossati nella professione, mentre nella quotidianità, al di là degli apparenti ruoli suggeriti dai caratteri agli antipodi - Gianni l'estroverso capitano, Mario il taciturno gregario - i due s'integreranno alla perfezione. E proprio quello che tra i due sembra il più vulnerabile sarà in realtà l'unico al quale il più celebre giornalista sportivo italiano si sentirà di mostrare senza timore le proprie debolezze.
Brera incontra per la prima volta alla "Gazzetta dello Sport" uno spaurito Fossati, ancora scombussolato dalla ritirata di Russia. Mario rievoca così il proprio esordio giornalistico. "La "Gazzetta" cercava un corrispondente da Monza. Un tale, che prima di andare militare mi aveva fatto fare dei pezzi di alpinismo sui monzesi, si ricordò e li fece vedere a Roghi, il direttore". Iniziano le collaborazioni sulla serie C: "Io la seguivo da appassionato già nel '38-'39, quando nell'Alfa Romeo di Milano giocava Valentino Mazzola. Chi lavorava negli stabilimenti ausiliari lo mettevano in Marina e così lui poi finì al Venezia, venduto dall'Alfa Romeo: faceva il marinaio e quindi è andato a Venezia, dove si è rivelato. Ma io allora avevo sedici anni, non pensavo neppure alla carriera giornalistica". Per lui lavora, ancora una volta, il fato. "Il dopoguerra era l'epoca di Coppi, Bartali e Magni, che abitava a Monza, a cento metri da me. Così sono finito a occuparmi di ciclismo: la "Gazzetta" seguiva le corse dilettanti, che erano importanti, e io i pezzi li facevo bene".
Gianni Brera, all'epoca, è già molto affermato: rivela presto capacità di lettura socio-politiche, che vanno ben oltre l'evento sportivo. La strana coppia lega immediatamente, in virtù della comune provenienza povera. "Io facevo la fame veramente. Mangiavo in una latteria a Milano, lo stipendio era quello che era, in "Gazzetta". Tornavo a casa con l'ultimo tram per Monza all'una e dieci o alle due, andavo a dormire alle tre e poi tornavo lì in redazione, in via Galilei. Avevamo legato subito, perché Brera mangiava alla mensa, aveva capito chi fossi, aveva visto che non avevo un ghello in tasca. La mensa della "Gazzetta" era gestita da Antonio Redaelli, un tipografo amicissimo suo e come lui tifoso del Genoa. Gianni era sposato con la Rina Gramegna, abitava in una casa che gli aveva dato il Cln come partigiano, in via Catalani, alla periferia di Milano. Ci trovavamo al mattino, io ormai arrivavo in bici, e andavamo in "Gazzetta" insieme".
Nel '49 Brera diventa direttore, in coabitazione con Giuseppe Ambrosini, e decide di spedire Fossati sulle orme di Coppi, durante la stagione invernale del ciclismo, nei velodromi del nord Europa: dovrà respirarne l'aria, anche senza scrivere, a patto che al ritorno sia il più competente giornalista d'Italia nelle specialità della pista, che in quel momento spopolano. Così sarà, col corredo dell'amicizia del Campionissimo.
Mario Fossati nasce a Monza il 29 settembre 1922, nel pieno dell'ascesa di Benito Mussolini al potere, a meno di un mese dalla marcia su Roma. La circostanza non è affatto irrilevante per la famiglia Fossati, dichiaratamente antifascista. Il padre di Mario, Luigi, è infatti un noto sindacalista cattolico, del gruppo di Achille Grandi, il leader che sarà deputato del Partito Popolare dal '19 al '26 e della Dc nell'Assemblea Costituente, presidente delle Acli nel '44 e artefice dell'unità sindacale col comunista Giuseppe Di Vittorio e col socialista Bruno Buozzi. La madre Anna è una maestra di origine marchigiana: è nata a Fossombrone, si è trasferita a Monza nel 1904 al seguito di suo padre Achille, ispettore scolastico, e in Brianza ha poi conosciuto e sposato Luigi, mettendo al mondo sei figli, due femmine e quattro maschi. Di Luigi e Anna, Mario è il terzogenito e dell'infanzia ricorda l'estrema povertà: "Mio padre era un sindacalista cattolico, però con visioni che superavano la Chiesa. Con Achille Grandi parlavano già di unità sindacale. Poi è venuto il fascismo, lui era contro ed è stata la fine. Mia mamma, quando ha sposato papà, ha lasciato il lavoro di maestra: ha messo al mondo una numerosa prole, quando non era ancora di moda, ossia quando il fascismo non pagava le nascite. Tutte le volte che c'era qualcosa che migliorava le cose sindacalmente, noi non c'eravamo mai. Era una vita durissima". L'ironia - il sindacalista che non riesce a garantire alla propria famiglia i pochi soldi salvaguardati dallo Stato - stempera la serietà della situazione. Sotto il fascismo la coerenza è un lusso che si paga a caro prezzo: al padre viene anche ritirato il passaporto. La vicenda influenza inevitabilmente il ragazzino Mario, educandolo al rigore, al senso di giustizia e alle battaglie per i diritti: da adulto trasferirà questi principi alla professione giornalistica, sia con la dedizione al mestiere sia con l'attività nel comitato di redazione del "Giorno". Le idee della corrente di Achille Grandi, che frequenta casa Fossati, sono progressiste. "Papà credeva nell'unità sindacale tra cattolici, comunisti e socialisti. Una volta Grandi ne parlò con un pezzo grosso del clero guardi che di Renzi Tramaglino, che è un imbecille, nel mio sindacato non ce n'è nemmeno uno. Sarebbe ora che la smettesse di citare Renzo Tramaglino" ". Il fatalismo del cattolico in attesa della provvida sventura, così come lo dipinge Manzoni nei "Promessi Sposi" disegnando la figura di Renzo, non si attaglia dunque alla piccola borghesia e al proletariato di quella Lombardia dell'era fascista. "I miei compagni più poveri, all'ispettore scolastico che chiedeva loro quale fosse la materia che li entusiasmasse, rispondevano: la refezione. La povertà era tale che anche il lusso e i vizi dei ricchi costituivano uno spettacolo. Eravamo poveri poveri. Il deposito delle locomotive di Milano-Greco era divenuto per me una meta domenicale" ".
L'INCONTRO CON LO SPORT - Ma i bambini di Monza hanno un privilegio: il parco recintato da mura più grande d'Europa. E' il luogo dell'incontro di Fossati con lo sport: un incontro fatale, visto che se ne innamora subito, senza peraltro immaginare che sarebbe diventato il suo pane. Tra le piante sono stati ricavati il celebre circuito automobilistico (1922) e il campo da golf (1928). La parte più importante, nelle esplorazioni sportive all'interno del parco, spetta però all'ippica: nel 1922 era stato costruito il galoppatoio di Mirabello, poi caduto in disuso e smantellato negli anni Novanta. "Essendo povero, da ragazzo le mie vacanze le passavo al parco, dove c'era un grande allevamento di cavalli, con grandissimi campioni che facevano gli stalloni. Non avevamo divertimenti, allora, e io andavo sempre là con un mio amico, il cui padre era uno scudiere. I cavalli o ti piacciono subito e sei folgorato sulla strada di Damasco oppure niente. A me sono piaciuti e ho cominciato a seguirli da vicino".
L'innamoramento per il calcio avviene altrove: all'Arena di Milano, lo stadio napoleonico che ospita le partite casalinghe dell'Inter e le riunioni di atletica leggera, altra passione giovanile del futuro giornalista. E' papà Luigi a portarlo a vedere per la prima volta l'Ambrosiana, come il regime aveva preteso di ribattezzare l'Internazionale. "Quando c'erano le grandi partite, andavamo a Milano soprattutto a vedere l'Inter. Il Milan era a San Siro e con i mezzi di allora il viaggio era lungo, mentre il tram arrivava da Monza a Porta Venezia e da lì si proseguiva a piedi fino all'Arena" ".
All'Arena Fossati scopre anche l'atletica e anche in questo caso s'imbatte, da spettatore, in uno sportivo del quale diventerà amico. Nel '37 assiste alla vittoria di Ottavio Missoni, prodigioso sedicenne, che sui 400 piani batte lo statunitense Robinson, il primatista mondiale degli 800, e con 48"8 realizza un tempo da record. "Ero appassionato di atletica leggera, perché a Milano era una cosa importante, c'erano atleti buoni: Ottavio Missoni, Luigi Beccali. Missoni era stato preso da Alberti, un grande dirigente, e portato a correre all'Arena. Era in sesta corsia, la più brutta, e ha battuto l'americano primatista del mondo. Dopo, quando è tornato dalla guerra, dalla battaglia di El Alamein e da quattro anni di prigionia, è arrivato sesto in finale alle Olimpiadi di Londra del '48, sui 400 ostacoli. Ma in guerra aveva lasciato molto".
LA CAMPAGNA DI RUSSIA - Fossati è un reduce dalla campagna di Russia, una tra le più grandi stragi della storia bellica italiana. "La guerra è una cosa spaventosa, da non dimenticare mai, anche se per fortuna gli italiani di oggi non l'hanno mai vissuta. Lo sa bene chi, come me, è uscito vivo da lì. Eravamo in quattordici di quella leva lì, tra gli amici partiti dall'Osteria Robbiati di Monza, e sono tornato solo io: pensavano che fossi morto venti volte. Dalla sacca del Don sono uscito, a piedi, nell'aprile del '43. Allora ero forte, andavo in montagna e poi ho avuto una fortuna grande come una casa. Nella sacca si moriva, a quaranta gradi sottozero. Si camminava giorno e notte, mangiando semi di girasole o quello che trovavi, non so come ho fatto. Se mi fosse capitato anche solo a 25-26 anni, sarei morto. Un bel giorno ci hanno mandato a spidocchiarci in Italia, con l'ordine di non parlare troppo". Il ventunenne Mario è costretto a darsi alla macchia. "Cercavo di non farmi vedere. Era brutto vivere così, ma me ne fregavo. Siccome ero venuto fuori da uno sbaraglio, mi sembrava di vivere comunque meglio. Dovevamo avere paura di tutti".
L'oasi di Fossati è ancora una volta l'ippica, come nell'infanzia: l'ippodromo di San Siro: "Venni a sapere che Tesio, il più grande allevatore italiano, aveva difeso l'ippica. Era stato capace di mettere i tedeschi sul chi va là. "State attenti, lasciate stare l'ippodromo, perché vuol dire lavoro". Così loro a un certo momento proteggevano l'ippica, i repubblichini no. Io avevo saputo da un caporale di scuderia che nelle riunioni non avrebbero fatto retate. Allora San Siro galoppo diventò un raduno di antifascisti alla macchia: ce n'erano anche un po' troppi".
L'AMICIZIA CON BRERA - La Liberazione, per il reduce dalla strage di Russia, coincide col primo lavoro, che sarà subito quello di tutta la vita: il giornalista sportivo. E il lavoro coincide con la più grande amicizia, anche questa "per sempre". Fino alla sua scomparsa in un incidente stradale, il 19 dicembre 1992, Gianni Brera sarà il punto di riferimento di Mario Fossati nella professione, mentre nella quotidianità, al di là degli apparenti ruoli suggeriti dai caratteri agli antipodi - Gianni l'estroverso capitano, Mario il taciturno gregario - i due s'integreranno alla perfezione. E proprio quello che tra i due sembra il più vulnerabile sarà in realtà l'unico al quale il più celebre giornalista sportivo italiano si sentirà di mostrare senza timore le proprie debolezze.
Brera incontra per la prima volta alla "Gazzetta dello Sport" uno spaurito Fossati, ancora scombussolato dalla ritirata di Russia. Mario rievoca così il proprio esordio giornalistico. "La "Gazzetta" cercava un corrispondente da Monza. Un tale, che prima di andare militare mi aveva fatto fare dei pezzi di alpinismo sui monzesi, si ricordò e li fece vedere a Roghi, il direttore". Iniziano le collaborazioni sulla serie C: "Io la seguivo da appassionato già nel '38-'39, quando nell'Alfa Romeo di Milano giocava Valentino Mazzola. Chi lavorava negli stabilimenti ausiliari lo mettevano in Marina e così lui poi finì al Venezia, venduto dall'Alfa Romeo: faceva il marinaio e quindi è andato a Venezia, dove si è rivelato. Ma io allora avevo sedici anni, non pensavo neppure alla carriera giornalistica". Per lui lavora, ancora una volta, il fato. "Il dopoguerra era l'epoca di Coppi, Bartali e Magni, che abitava a Monza, a cento metri da me. Così sono finito a occuparmi di ciclismo: la "Gazzetta" seguiva le corse dilettanti, che erano importanti, e io i pezzi li facevo bene".
Gianni Brera, all'epoca, è già molto affermato: rivela presto capacità di lettura socio-politiche, che vanno ben oltre l'evento sportivo. La strana coppia lega immediatamente, in virtù della comune provenienza povera. "Io facevo la fame veramente. Mangiavo in una latteria a Milano, lo stipendio era quello che era, in "Gazzetta". Tornavo a casa con l'ultimo tram per Monza all'una e dieci o alle due, andavo a dormire alle tre e poi tornavo lì in redazione, in via Galilei. Avevamo legato subito, perché Brera mangiava alla mensa, aveva capito chi fossi, aveva visto che non avevo un ghello in tasca. La mensa della "Gazzetta" era gestita da Antonio Redaelli, un tipografo amicissimo suo e come lui tifoso del Genoa. Gianni era sposato con la Rina Gramegna, abitava in una casa che gli aveva dato il Cln come partigiano, in via Catalani, alla periferia di Milano. Ci trovavamo al mattino, io ormai arrivavo in bici, e andavamo in "Gazzetta" insieme".
Nel '49 Brera diventa direttore, in coabitazione con Giuseppe Ambrosini, e decide di spedire Fossati sulle orme di Coppi, durante la stagione invernale del ciclismo, nei velodromi del nord Europa: dovrà respirarne l'aria, anche senza scrivere, a patto che al ritorno sia il più competente giornalista d'Italia nelle specialità della pista, che in quel momento spopolano. Così sarà, col corredo dell'amicizia del Campionissimo.