La storia

Il Davide dello sport pulito
Trenta anni contro il Golia doping

Sandro Donati, ex dirigente Coni ed ex allenatore ora consulente della Wada, racconta in un libro, un diario minuzioso e preciso, fatti e personaggi della lotta alla farmacia proibita che ha distrutto ogni credibilità dello sport. Una cronaca che mette a nudo tutte le responsabilità, anche del sistema mediatico
di EUGENIO CAPODACQUA

3 minuti di lettura
Un diario personale minuzioso e preciso. Che inchioda inesorabilmente alle proprie responsabilità un'intera generazione di atleti, tecnici, dirigenti sportivi. Una storia, quella del doping nello sport nostrano "vissuta in prima persona", come dice lo stesso autore, quel Sandro Donati, che è stato, a partire dai primissimi anni 80 il primo grande combattente sul fronte della farmacia proibita che ha distrutto negli ultimi 30 anni ogni credibilità dello sport. Specie quello di vertice. E nel tempo è divenuto la memoria storica di tutto o quasi quello di grave in questo campo che è successo nel Bel Paese.

Don Ciotti: "Dobbiamo dire grazie a Donati"

"Lo sport del doping" (sottotitolo: "Chi lo subisce e chi lo combatte", Le staffette, edizioni Gruppo Abele pgg.300) è un libro importante. Un paradigma, quello dell'ex dirigente Coni, ex allenatore e oggi consulente della Wada, l'agenzia mondiale antidoping, nonché validissimo collaboratore dell'associazione "Libera" di Don Ciotti, perché nessuno più di lui che ha vissuto direttamente le vicende che racconta con meticolosità ragioneristica può fotografare quella triste realtà. Fatta da dirigenti senza scrupoli capaci di ogni compromesso per aggrapparsi alla poltrona, da tecnici e medici cinici e senza scrupoli, da atleti deboli e spesso conniventi, da media quanto meno superficiali. Un libro che è la "summa" di quanto di brutto è stato fatto in ambito sportivo nell'ultimo trentennio e che illustra in modo esemplare come, al pari dei famigerati paesi dell'est in Italia ci sia stato per un certo, lunghissimo, periodo, un vero e proprio "doping di Stato". La figura centrale di questo racconto, che ha la forza del diario scarno e senza fronzoli, ma che coinvolge nel crescendo di  efferatezze che illustra, è quella del professor Francesco Conconi, al centro di un'indagine penale conclusasi con la prescrizione per scadenza dei termini, ma le cui motivazioni sono un feroce atto di accusa contro l'intero sistema sportivo. 

Si va dalle ricerche sul dosaggio degli anabolizzanti per gli azzurri di alto livello, fatte con la complicità delle strutture Coni, alle trasfusioni vietate, agli anni dell'epo, l'ormone che ha cambiato il volto di gran parte dello sport nostrano e mondiale. Anni in cui l'ente di stato finanziava un controllo antidoping di facciata e poi ugualmente foraggiava le pratiche dopanti più vergognose e pericolose per la salute degli atleti. E poi i casi Farragiana, il salto truccato di Evangelisti, i rapporti con Nebiolo (ex numero uno dell'atletica, deceduto nel 1999 ) e il potere sportivo: Carraro, Pescante, il segretario Pagnozzi, favoritissimo per la prossima elezione a presidente del Coni. Fino ai giorni nostri con Armstrong e compagnia. Atleti che si piegano alla volontà di dirigenti e tecnici scellerati; altri che si oppongono finché possono.

Una cronaca incalzante che mette a nudo anche le grandi responsabilità del sistema mediatico, fermo ad atteggiamenti celebrativi che ancora oggi condizionano molte scelte su giornali e tv; sordo e cieco di fronte a segnali, allarmi e denunce. Anche se all'autore nella foga del racconto e nella rabbia dell'uomo solo contro tutti, sfugge come alla fine proprio dal sistema mediatico è passata - sia pure fra mille difficoltà e contraddizioni - quell'informazione che ha fatto esplodere scandali e alla fine sgretolare il muro dell'ipocrisia.

E' la storia di un Davide dello sport pulito che si batte contro un Golia dello sport che si è negli anni trasformato in business, danaro, affari. Perdendo tutte le valenze e i valori originari. Anzi, mettendosi dietro un velo ipocrita di valori costantemente contraddetti da comportamenti ambigui e diseducativi.

In cui di fronte al risultato da raggiungere ad ogni costo non c'è umanità che tenga. Una storia che non risparmia nessuno, neppure quegli ambienti della magistratura (il famigerato "porto delle nebbie" della Procura di Roma),  che troppo a lungo ha fatto da oscura spalla ad un governo sportivo che per giustificare il vortice di miliardi degli anni d'oro del Totocalcio, non ha esitato a ricorrere ai mezzi più bassi e vili.

Una storia che rivela momento terribili di solitudine. Come quando Donati scopre che contro di lui il Coni schiera gli avvocati più famosi. Ma poi perde. E alla fine vince lui. Non perché il doping e l'imbroglio sia finito e sconfitto, ma perché se adesso c'è un minimo di coscienza e di scetticismo di fronte a tanti "eroi" dello sport fasulli e dirigenti "specchiati", lo si deve anche alle battaglie fatte da Donati e da pochi altri come lui. Battaglie che lanciano il seme dell'impegno, anche quando il confronto è impari e le forze in campo sbilanciatissime. "Nel mio impegno di tanti anni sulla problematica del doping e in altre strettamente attinenti - scrive Donati -  ho avuto spesso l'opportunità di scoprire e toccare il re nudo, per cui nella mia mente non ci sono più potenti al di sopra di tutto e di tutti, ma comuni mortali - ambiziosi e spregiudicati quanto si vuole - ma resi forti da catene di potere: partiti politici, logge massoniche che si arrogano il diritto di fissare gli obbiettivi della collettività, tante altre associazioni finalizzate allo scambio di favori. All'interno di una catena del genere anche individui comuni possono apparire dei giganti...".