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Rugby, detenuti per il sociale
"Giù le mani dalle donne"

La Drola, squadra formata da carcerati che gioca nella serie C piemontese, è esempio di integrazione e voglia di riscatto. Sabato prossimo scenderà in campo nel carcere delle Vallette con una maglia di sensibilizzazione contro la violenza sulle donnedi MASSIMO CALANDRI
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TORINO - Sabato pomeriggio ore 15, la Drola di Torino contro il Tre Rose Rugby di Casale Monferrato, serie C regionale di rugby: i padroni di casa scenderanno in campo indossando una maglia con lo slogan "Giù le mani dalle donne", in accordo con lo Zonta Club di Torino. La Drola è una squadra di rugby composta da detenuti del carcere delle Vallette che partecipa ad un regolare campionato, quello di serie C piemontese. Drola in dialetto suona come "bizzarra", "buffa". C'è qualcosa di meravigliosamente strampalato e visionario in questo progetto nato dalla passione - per gli uomini, per lo sport - di Walter Rista, ex azzurro degli anni Sessanta, presidente della onlus Dietro le Sbarre, e di Pietro Buffa, direttore della casa circondariale Lorusso-Cotugno.

La storia comincia quasi tre anni fa con un match dimostrativo all'interno del penitenziario tra due club torinesi. I carcerati hanno apprezzato eccome, qualcuno ha chiesto: &quo…
TORINO - Sabato pomeriggio ore 15, la Drola di Torino contro il Tre Rose Rugby di Casale Monferrato, serie C regionale di rugby: i padroni di casa scenderanno in campo indossando una maglia con lo slogan "Giù le mani dalle donne", in accordo con lo Zonta Club di Torino. La Drola è una squadra di rugby composta da detenuti del carcere delle Vallette che partecipa ad un regolare campionato, quello di serie C piemontese. Drola in dialetto suona come "bizzarra", "buffa". C'è qualcosa di meravigliosamente strampalato e visionario in questo progetto nato dalla passione - per gli uomini, per lo sport - di Walter Rista, ex azzurro degli anni Sessanta, presidente della onlus Dietro le Sbarre, e di Pietro Buffa, direttore della casa circondariale Lorusso-Cotugno.

La storia comincia quasi tre anni fa con un match dimostrativo all'interno del penitenziario tra due club torinesi. I carcerati hanno apprezzato eccome, qualcuno ha chiesto: "Ma possiamo giocare anche noi?". Sì che si può. "Una vita dedicata al rugby mi ha insegnato il dovere e il piacere di fare qualcosa per gli altri", racconta Rista. Che ogni giorno varca i cancelli delle Vallette e allena i "suoi" ragazzi con l'aiuto del figlio Stefano e di don Andrea Bonsignori. Il primo si dedica ai tre-quarti, quelli veloci, mentre don Andrea - che la domenica, dopo la Messa, fa il pilone nel Moncalieri - forgia il pacchetto di mischia, quelli grossi che s'azzuffano per conquistare il pallone. "Perché il rugby è come il Vangelo", spiega. "C'è più gioia nel dare che nel ricevere. I cazzotti", e scoppia a ridere.

Tutto molto "drola", appunto. Ma la squadra non scherza mica. Ardouane, 34 anni, marocchino, fine pena 2015. Mediano di mischia. "Quando scendo in campo, è come essere libero. Finalmente". Daniel, 28, romeno, fine pena 2014, secondo centro. "Ti alleni mattina e pomeriggio: corsa, palestra. E almeno di giorno non pensi alla famiglia, non senti più male dentro. Poi la partita, gli avversari: che ti raccontano com'è la vita, fuori da qui". Shpend, 37, albanese, fine pena 2017, tallonatore: "A furia di placcaggi e di mischie impari a rispettare le regole e le persone. A non mollare mai".

Sono una quarantina di atleti: tunisini, colombiani, polacchi, moldavi, rumeni, albanesi, tre italiani. Alcuni giocavano già da uomini liberi, altri sono ex lottatori, pugili e pesisti che hanno superato un test psico-fisico e si sono messi a disposizione. Anche perché la squadra è distribuita in 9 celle di un solo padiglione e gode di un regime migliore, dieta compresa. Si gioca sempre e solo all'interno della prigione, dove c'è un bel campo circondato dalle mura di cinta. I lunghi pali delle porte sono fissati al terreno con grossi lucchetti per questioni di sicurezza (potrebbero essere utilizzati per evadere, dicono le guardie). L'arbitro identifica i giocatori dal numero di matricola e dalle impronte digitali. Il tradizionale terzo tempo non prevede birra, però l'ambiente è lo stesso di una qualsiasi partita di rugby.

Amicizia, risate, rispetto. "Ti senti un uomo migliore. E pensi che quando uscirai di qui, potrai fare qualcosa di buono", spiega Hamid, marocchino. Giosuè, pilone colombiano, è uno di quelli che partecipa ai corsi per diventare allenatore. "Useremo i permessi per uscire e andare ad insegnare il rugby nelle scuole". E il campionato? "Qui si rispettano le regole", spiega Alex, moldavo, 27 anni. Fine pena 2014. "Ma io non me ne vado fino a quando non vinco il campionato", giura. Secondo Nadia Biancato e Anna Maria Rambaudi, dello Zonta Club, "la partecipazione della squadra del carcere alla campagna contro la violenza sulle donne assume un particolare significato, tenuto conto del contesto in cui si svolgerà la partita e dal fatto che gli spettatori saranno composti in gran parte dalla popolazione carceraria".