La storia

Date un campionato ad Abby,
disoccupata col Pallone d'Oro

Olimpionica, premiata con Messi: ma la Wambach non ha club. La lega femminile Usa fallita poco prima del trionfo a Londra. "Forse andrò in Giappone" di ENRICO SISTI

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Il 9 agosto a Wembley batte il Giappone 2-1 e conquista l'oro olimpico davanti a 80 mila persone, trascina gli Stati Uniti all'ennesimo trionfo internazionale, automaticamente diventa, insieme con le sue compagne (da Sally Morgan a Hope Solo, il portiere più bello del mondo, dalla Rampone alla Lloyd) l'ambasciatrice più credibile del calcio femminile. Lunedì scorso vince il Pallone d'Oro a Zurigo e se non l'avesse vinto lei sarebbe toccato alla sua amica e compagna d'avventure nell'area avversaria Sally Morgan. Tutto magnifico sembrerebbe. Sì, tutto magnifico se Abby Wambach, 32 anni, non fosse costretta a tornare a casa. Perché quando torna a casa, a Rochester, nel New Jersey, dov'è cresciuta sognando di emulare le gesta di Mia Hamm, dove al liceo (il Nostra Signora della Misericordia) decideva contro il parere di tutti di darsi al calcio anziché al basket, Abby è costretta a toccare con mano quello che non c'è, costretta a ricordarsi di quello che mesi di trasferte gloriose l'avevano illusa di poter dimenticare: che negli Stati Uniti non esiste un campionato di calcio femminile e che lei è una medaglia d'oro, un pallone d'oro e una formidabile bomber (152 gol in 198 presenza con la nazionale) disoccupata.

È come se Messi e Iniesta non avessero un club, non sapessero dove allenarsi, vagassero così, senza una meta, a simboleggiare uno sport che in realtà praticano solo nei ritagli di tempo. Abby si appoggia ancora al MagicJack, progetto che il magnate Dan Borislow ha allestito nel 2011 fra le ricchezze naturali, le barche e i circoli di Boca Raton, in Florida. Ormai però non si gioca più. Il MagicJack esiste ancora, ma ormai è solo un espediente per scattare qualche fotografia durante inutili allenamenti. Il pallone s'è fermato. Le emozioni pure.

Paradossi: nel mondo il calcio femminile è soprattutto Usa, negli Usa non vogliono saperne. La Wusa, la Women's United Association Soccer, la prima "league" femminile statunitense, aprì la sua breve stagione nel febbraio del 2000 sulla scia del titolo mondiale conquistato dalla nazionale americana di Mia Hamm ma si spense già nel settembre del 2003, infiacchita, come ingiallita dai problemi finanziari che in poco tempo vanificarono gli sforzi iniziali di alcuni filantropi (in tutto 30 milioni di dollari). Nessun tifo, niente su cui potersi radicare.

La Wps, la Women's Professional Soccer, fa finta di niente e nel 2009 (ci giocava anche Marta...) ritenta la scalata alla montagna fatta di nulla: la fantasia tiene sino a maggio del 2012. Pochi giorni prima della finale di Wembley tre delle squadre della "league" si offrono di prodigarsi per raccogliere altre adesioni e fondare un nuovo sodalizio di franchigie. Ma sono trascorsi sei mesi e ancora non s'è visto né deciso nulla: "È un lavoro complicato", ammette sconsolato Sunil Gulati, il presidente della federcalcio americana.

A settembre, durante una tournée celebrativa del titolo olimpico, Abby segnò un gol rocambolesco contro l'Australia (finì 6-2) e il pubblico di Denver si accalorò come se avesse assistito a un capolavoro di tecnica: "È questo il punto purtroppo", dice il ct campione olimpico Pia Sundhage, la svedese che da giovane giocò anche nella Lazio e che adesso è tornata a Stoccolma per allenare la nazionale del suo Paese, "per l'America il calcio è ancora un mistero. I rimpalli sono opere d'arte...". Sono feste popolari, sono concerti, sono luna-park. Ma non sono, fra le donne, vere e proprie partite di calcio. Per questo è difficile organizzare una manifestazione allargata.

"E a noi", riconosce Abby, "non resta che guardare ai campionati stranieri. Aspettiamo di vedere che succede, ma a fine gennaio prenderemo una decisione. Vorrei provare col Giappone". Le nemiche di Wembley l'accoglierebbero a braccia aperte.