ALBA - Ivan pedala più adesso di prima, più adesso di quando vinceva il Giro d'Italia. Pedala dalla mattina alla sera con la sua valigetta e il suo campionario. Da tempo non è più un ciclista, un campione, non è più Ivan Gotti maglia rosa nel '97 e nel '99 ma è il signor Gotti, rappresentante di merendine e ovetti di cioccolata per la Ferrero. Succede: tutti, prima o poi, scendono di sella. Ma Ivan Gotti scese a forza, dopo una brutta storia di doping e una lunga squalifica. E dovette inventarsi una nuova vita. Lo aiutò, in questo passaggio da Ivan Gotti al signor Gotti, un uomo che si chiamava Pietro Ferrero e amava il ciclismo. Lo amava al punto da morire in bicicletta, drammaticamente, per una crisi cardiaca. Pietro era amico di Ivan: "L'unica persona che mi abbia davvero aiutato". L'imprenditore, sponsor tra l'altro del Giro d'Italia, aveva seguito e compreso le difficoltà del corridore, e gli aveva chiesto di diventare una specie di "personal trainer"; poi, gli aveva offerto anche un lavoro. Ivan, personaggio introverso e per certi versi indecifrabile, rispose di sì.
In questi tempi di ciclismo smascherato, dopo l'ambigua confessione mediatica (ma solo a metà, e forse neppure) di Lance Armstrong, chissà cosa pensa uno come Ivan Gotti: lui, per lo meno, è caduto quasi subito, senza menzogne e senza santificazioni (era, del resto, assai meno coperto e importante del texano: e quando si è soli, quando non si è così potenti, si cade più in fretta). Ma quel che pensa, se lo tiene per sé: "Meglio lasciar perdere". La vicenda sportiva di Ivan, con il precipizio finale, come spesso accade si portò dietro pesanti conseguenze anche nella vita privata: "Abitavo a Montecarlo con mia moglie, poi ci siamo separati, così sono tornato al mio paese". Cioè San Pellegrino, in Val Brembana, anche se il quartier generale è Alba, il paese degli ovetti.
La giornata di Ivan, anzi del signor Gotti, comincia presto, alle sei di mattina, ed è piena di chilometri e appuntamenti. "Penso al futuro, mi occupo di centri commerciali e grande distribuzione". Un mestiere normale, provando a normalizzare l'intera esistenza, una di quelle vite sconvolte dallo sport sporco, dal male assoluto del doping. Nel caso di Ivan, c'è stato pure il dramma umano rappresentato dalla morte improvvisa di Pietro Ferrero, Pietro e basta, non un "padrone" ma un amico di quelli che non gli voltarono le spalle.
Adesso, però, Ivan sembra più solo. Il passato sportivo appare sempre più lontano, compreso il ricordo dei cinque giorni in maglia gialla al Tour del '95, quello della prima vittoria al Giro (1997, gran duello con Pavel Tonkov sulle rampe di Cervinia e del Mortirolo, e nella cronometro di Cavalese), ma soprattutto la seconda vittoria rosa nel '99: quando Marco Pantani era primo in classifica e inattaccabile, ma venne fermato a Madonna di Campiglio per colpa di quell'ematocrito alle stelle. L'inizio della fine del Pirata, e a ben guardare l'inizio di una parabola solo in apparenza luminosa anche per Gotti. Il brusco ritorno alla realtà, l'umiliazione della squalifica e la fine dei sogni hanno fortemente inciso il carattere di questo ex corridore, che al suo apparire sulle scene sembrava troppo gracile per poter puntare alle grandi vittorie: un metro e 73 per 56 chili. Era uno scalatore molto forte già tra i dilettanti, e dopo qualche anno di professionismo riuscì a potenziare il suo motore, purtroppo anche grazie alla chimica.
Oggi, Ivan è un uomo che cerca la sua strada e prova a scacciare i fantasmi. Sempre più chiuso, preferisce non ricordare quelle brutte storie. In un'intervista di qualche tempo fa, a proposito del doping disse: "C'è stato un accanimento nei confronti dei ciclisti, è stato gettato troppo fango sulla nostra categoria: in materia di farmaci c'è molta disinformazione". Dopo la squalifica, solo Pietro Ferrero ha cercato Ivan, per il resto lui è stato scaricato, anzi rimosso. Ora la salita continua, molto più dura del Mortirolo.
In questi tempi di ciclismo smascherato, dopo l'ambigua confessione mediatica (ma solo a metà, e forse neppure) di Lance Armstrong, chissà cosa pensa uno come Ivan Gotti: lui, per lo meno, è caduto quasi subito, senza menzogne e senza santificazioni (era, del resto, assai meno coperto e importante del texano: e quando si è soli, quando non si è così potenti, si cade più in fretta). Ma quel che pensa, se lo tiene per sé: "Meglio lasciar perdere". La vicenda sportiva di Ivan, con il precipizio finale, come spesso accade si portò dietro pesanti conseguenze anche nella vita privata: "Abitavo a Montecarlo con mia moglie, poi ci siamo separati, così sono tornato al mio paese". Cioè San Pellegrino, in Val Brembana, anche se il quartier generale è Alba, il paese degli ovetti.
La giornata di Ivan, anzi del signor Gotti, comincia presto, alle sei di mattina, ed è piena di chilometri e appuntamenti. "Penso al futuro, mi occupo di centri commerciali e grande distribuzione". Un mestiere normale, provando a normalizzare l'intera esistenza, una di quelle vite sconvolte dallo sport sporco, dal male assoluto del doping. Nel caso di Ivan, c'è stato pure il dramma umano rappresentato dalla morte improvvisa di Pietro Ferrero, Pietro e basta, non un "padrone" ma un amico di quelli che non gli voltarono le spalle.
Adesso, però, Ivan sembra più solo. Il passato sportivo appare sempre più lontano, compreso il ricordo dei cinque giorni in maglia gialla al Tour del '95, quello della prima vittoria al Giro (1997, gran duello con Pavel Tonkov sulle rampe di Cervinia e del Mortirolo, e nella cronometro di Cavalese), ma soprattutto la seconda vittoria rosa nel '99: quando Marco Pantani era primo in classifica e inattaccabile, ma venne fermato a Madonna di Campiglio per colpa di quell'ematocrito alle stelle. L'inizio della fine del Pirata, e a ben guardare l'inizio di una parabola solo in apparenza luminosa anche per Gotti. Il brusco ritorno alla realtà, l'umiliazione della squalifica e la fine dei sogni hanno fortemente inciso il carattere di questo ex corridore, che al suo apparire sulle scene sembrava troppo gracile per poter puntare alle grandi vittorie: un metro e 73 per 56 chili. Era uno scalatore molto forte già tra i dilettanti, e dopo qualche anno di professionismo riuscì a potenziare il suo motore, purtroppo anche grazie alla chimica.
Oggi, Ivan è un uomo che cerca la sua strada e prova a scacciare i fantasmi. Sempre più chiuso, preferisce non ricordare quelle brutte storie. In un'intervista di qualche tempo fa, a proposito del doping disse: "C'è stato un accanimento nei confronti dei ciclisti, è stato gettato troppo fango sulla nostra categoria: in materia di farmaci c'è molta disinformazione". Dopo la squalifica, solo Pietro Ferrero ha cercato Ivan, per il resto lui è stato scaricato, anzi rimosso. Ora la salita continua, molto più dura del Mortirolo.