La storia

Il Venezuela sogna il mondiale
E' l'eredità di Chavez

La squadra sudamericana è in piena corsa per conquistare per la prima volta la qualificazione alla fase finale della Coppa del Mondo. Lo sviluppo del calcio voluto dall'ex presidente amico di Maradona
di ENRICO SISTI

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I "vinotinto" sognano il loro primo mondiale. E pensare sino a quarant'anni fa il Venezuela non sapeva giocare a pallone. La conferma numerica del più assoluto imbarazzo culturale e tecnico si concretizzò il 10 agosto del 1975: la poderosa Argentina, nel poderoso e per l'occasione persino eccessivo Monumental di Buenos Aires, schiacciò i parenti sudamericani con un agghiacciante 11-0, consigliando implicitamente loro di continuare a dedicarsi allo sport che gli riusciva meglio, il baseball. Il Venezuela ha superato uno scalino forse decisivo per la conquista della qualificazione a Brasile '14 superando una rivale importante come la Colombia, la sontuosa Colombia di Falcao, Martinez, Valencia, Armero, Zuniga, Cuadrado, Perea, la Colombia allenata dall'ex ct argentino Pekerman: 1-0 con rete di Rondon (quello che gioca nel Rubin Kazan e che ha segnato una doppietta all'Inter in Europa League). Venezuela attualmente al quarto posto nella classifica del girone sudamericano (passano le prime quattro, la quinta al play-off) a pari merito col Cile che nello stesso momento ha battuto a sorpresa 2-0 l'Uruguay spento di Cavani e Suarez.

Mancano, per i ragazzi di Farias, ancora cinque partite per toccare il cielo del mondiale con un dito: tre in casa (Uruguay, Perù, Paraguay), due fuori (Bolivia, Cile). La storia recente dei "vinotinto", chiamati così per il color vinaccia della maglietta, è legata a doppio filo con l'entusiasmo di Hugo Chavez, che molto fece per lo sport, moltissimo per il calcio, incluso il continuo rimandare tutto alla figura simbolo di Diego Armando Maradona, suo amicissimo, tante volte ospite in Venezuela, tante volte fotografato con lui. Chavez ottenne l'assegnazione della Copa America del 2007. Riuscì a investire 186 milioni di dollari per realizzare stadi (ne costruì tre dal nulla e ne riqualificò sei), infrastrutture e lanciare la manifestazione. Il colosso alimentare Empresas Polar e la principale compagnia telefonica del paese, la Cantv (Compañia Anonima Nacional Telefonos de Venezuela) gli offrirono sostegno economico per coprire parte delle spese. Chavez partì dalla base. Dette soldi alle scuole calcio, pagò insegnanti, qualcuno venne dal Brasile, qualcuno addirittura dagli Stati Uniti. Gli investimenti hanno portato a una crescita immediata del business nel campionato nazionale. La serie A è passato da 10 a 18 squadre. In quella Copa America il Venezuela si fermò ai quarti, ma fu come averla vinta (non era mai successo prima).

Così, per logica esponenziale conseguenza la squadra è salita, ma salita è dire poco, al 129° posto (dov'era prima dell'avvento di Chavez, quindi nel 1999) al 45° posto del ranking Fifa. Non ci sono star. Non è una Colombia. Neppure un Cile. Neppure ha mai avuto, come il Paraguay, un giocatore di classe mondiale come Roque Santa Cruz (il romanista Piris conta ancora poco...). I suoi Balotelli sono Salomon Rondon (come detto del Rubin Kazan), Thomas Rincon (Amburgo), Fernando Amorebieta (di origini basche e infatti gioca nell'Athletic Bilbao) e Luis Manuel Seijas (Standard Liegi). E', per il valore dei suoi calciatori, più simile alla Bolivia: "Ma è cambiato il modo di pensare e di affrontare gli avversaria e la nostra stessa storia", ammette il ct Farias, che fra suoi annovera anche il 22enne Rolf Feltscher, agli ordini di Donadoni nel Parma. Prossima partita a giugno: dovrà salire oltre i 3000 metri di La Paz per sfidare la Bolivia. Intanto la fiducia aumenta. La certezza di essere qualcosa di diverso è arrivata l'11 ottobre di due anni fa: battendo l'Argentina 1-0 a Puerto La Cruz i "vinotinto" hanno riscritto la storia, cancellando parte dell'umiliazione rimediata nel '75. Ora c'è soltanto da stare attenti, restando con i piedi, soprattutto i piedi, per terra, a non voltare più pagina.