La storia

Messi fortuna del Barcellona o viceversa?
Senza la Masia sarebbe un 'qualunque Aguero'

Il giornalista Ramiro Martin espone in un libro una teoria per certi aspetti provocatoria. Il fuoriclasse dei blaugrana, genio del calcio mondiale, non sarebbe arrivato a questi livelli se l'accademia dei catalani non lo avesse formato in un certo modo, offrendogli crescite parallele, non solo in campo ma anche nella vita. Il problematico inserimento nella nazionale argentina ne sarebbe la prova
di ENRICO SISTI

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"E' se Messi dovesse molto, se non tutto, alla Masia?". Il libro del giornalista argentino Ramiro Martin "Messi: un genio en la escuela del futbol" è un omaggio al più grande calciatore di tutti i tempi condito da un dubbio provocatorio: "E' vero, Messi è stato la fortuna del Barcellona: ma non sarà per caso anche il contrario, ossia che Barcellona, con la sua fabbrica di giovani talenti, il centro di allenamento della Masia appunto, è stata la fortuna di Messi? Trapiantato a Barcellona come Messi, verrebbe da pensare che Messi e il Barcellona, per chiudere il triangolo, siano stati la fortuna di Martin, che in Spagna s'è trasferito proprio per seguire lo sviluppo della Pulce (allora anche quando aveva 12 anni sapevano che non era uno qualsiasi e Rexach lo sapeva di aver in mano un fenomeno quando di corsa stipulò il più insolito dei contratti per evitare che il papà di Leo cambiasse idea o ricevesse altre proposte: il contratto venne "vergato" su un tovagliolo...).

Tuttavia c'è qualcosa di sensato nell'ipotesi di Martin: non esiste la prova contraria ma si può almeno supporre che siano stati proprio i dodici anni trascorsi alla Masia ad aver trasformato Leo in Messi e che un'altra "accademia", argentina o spagnola, per quanto "allenata" ad allenare talenti, forse non sarebbe riuscita a costruire il giocatore con tanta pazienza e con la stessa crescente qualità di stimoli educativi provenienti dal settore tecnico e dai risultati ottenuti dallo scolaro più promettente, sino a ritrovarsi fra le mani il più autorevole aspirante alla perfezione che abbia mai calcato i campi di calcio da quando il calcio è diventato un sistema compiuto, fatto di regole, fischi, manuali, campionati, albi d'oro e tifosi che riempiono stadi dedicati.

"La differenza è che la Masia ha offerto a Leo crescite parallele: in campo e nella vita, pensiero e azione". Martin è convinto che altrove "Messi avrebbe incontrato maggiori difficoltà nello sganciarsi dalle sue abitudini pre-adolescenziali, che lo portavano quasi sempre a prendere un pallone e ad allontanarsi dal gruppo palleggiando: alla Masia ha imparato un linguaggio per il calcio e un linguaggio da utilizzare nel rapporto con gli altri". Nel libro si alternano cronache dettagliate di particolari episodi della vita di Leo alla Masia, interviste a persone a lui vicine. La Masia è stata un scuola ma anche un riparo. "Messi senza Barcellona potrebbe non essere lo stesso". Martin porta ad esempio il suo difficile inserimento, pur da campione conclamato, nel gruppo della nazionale argentina: "Soltanto da un anno è il leader riconosciuto e gioca come tale". Vero. E il merito, secondo Martin, va ascritto a Pep Guardiola, "è stato lui a affinare il vino nella barrique giusta, lui a distillare il talento assoluto da Messi perfezionando il suo inserimento nel modulo (con partenza iniziale da destra). L'effetto del diverso lavoro dei suoi diversi allenatori, secondo Martin, ha prodotto il risultato finale per cui adesso il presidente Rosell può affermare: "Lo trattiamo come gli altri, sapendo che è diverso da tutti".

Se Messi fosse rimasto in Argentina, si chiede in conclusione Martin, sarebbe diventato un Ortega qualsiasi? Forse no. Ma un Agüero forse sì. Un gran bel giocatore ma senza una vera e propria identità, senza alcuna possibilità di avviare un'epoca o di condizionare il destino di una squadra, o mostrare il più completo controllo della situazione tecnico-tattica di una partita. "Anche Maradona risentiva dei "bassi" del Barcellona e del Napoli e spesso non riusciva a rimediare da solo". Messi è persistenza, costanza, genio eternamente attivo, sa travolgere di bellezza il mondo, è riuscito a superare i 300 gol a 26 anni, in un calcio che va al doppio della velocità del calcio in cui giocava Maradona. Lui ha la luccicanza, lo "shining" e ha abbastanza consapevolezza e forza mentale per riprodurlo ogni volta. Per lui ogni partita è uguale all'altra. Sarà lui, alla fine, a renderle tutte diverse.

Martin ha ragione su un fatto. Messi possiede un istinto e dei piedi che non rientrano fra le materie di studio perché sono doni. Alle altre cose ha sicuramente provveduto la Masia con i suoi "piccoli tecnici dei piccoli", da Garcia a Benaiges e allo stesso Vilanova: La Masia gli ha migliorato la resistenza fisica e la curiosità nel vivere fuori dal campo, accresciuto la massa muscolare, perfezionato la visione di gioco e soprattutto, lo ha predisposto concettualmente a una sempre più tangibile e proficua partecipazione al gioco di squadra (pur restando la maggiore fonte di luce). La prova che Messi è "altro" (e a volte anche "altro da sé") è arrivata nel ritorno del quarto di finale contro il Psg: Leo era reduce da uno stiramento, è entrato nel secondo tempo e pur effettuando appena due accelerazioni ha terrorizzato, irrigidito e squagliato le certezze di un'intera squadra, peraltro non sprovveduta. Messi non è soltanto la luce accecante del Barcellona: è anche un po' la madre del Barcellona. Se i ragazzi si smarriscono, non capiscono un compito, litigano col compagno o sbagliano strada per tornare a casa, arriva la mamma, arriva Messi. E prima o poi tutti si abbracciano perché qualcuno ha segnato.