La storia

Giamaica, tra doping e sospetti
Ora anche i big hanno paura

La positività del doppio oro olimpico, Veronica Campbell-Brown ha spinto anche il coach di Usain Bolt a chiedere una struttura di controllo, al momento inesistente, nel paese caraibico. Ma allargando l'orizzonte, va registrata la delusione del capo della Wada, John Fahey: "L'antidoping è troppo in ritardo, mancano i  fondi, è una lotta impari"
di ENRICO SISTI

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Trovano poche sostanze, sempre le stesse, ogni tanto. Di solito viene "beccato" chi commette un errore da dilettante (tipo Gatlin o Schwazer), chi non regge emotivamente al suo stesso inganno o chi esagera senza più ritegno infilandosi aghi nei piedi, credendosi al di là del bene e del male (Tim Montgomery). C'è anche chi come Al Capone viene arrestato per altri crimini (Marion Jones). Altrimenti, con la filosofia del "cocktail" imperante, piccole dosi di tutto, o con l'adozione di ritrovati sempre più sofisticati, troppo avanti per i fragili e superati macchinari del controllo, non c'è quasi più verso di star dietro agli imbrogli. La stragrande maggioranza dei praticanti dello sport mondiale, tutti quelli che passano controlli inefficaci o non passano alcuna frontiera ematica, dai grandi atleti ai competitori "master" dello sci, del ciclismo, dell'atletica e persino del nuoto, è ufficialmente pulito. Purtroppo, lo sanno tutti, non è la verità.

La vera crisi tuttavia non è dello sport: ma dell'antidoping. Quello che esiste non è sufficiente, non è mai stato sufficiente: "Il sistema vacilla", ammette John Fahey, il capo della Wada, l'Agenzia Mondiale Antidoping, "perché mancano i fondi". E' una lotta sempre più impari: "Come possiamo combattere se abbiamo a disposizione soltanto 28 milioni di dollari (da solo Radamel Falcao è costato al Monaco quasi il doppio, ndr...)?". Basta un esempio: un solo controllo ematico a un solo giocatore di tennis che rientri nei primi cinquanta del mondo, un solo controllo da effettuare nelle vicinanze di un grande torneo, costa mille euro. Battaglia economicamente persa in partenza. "Non è realistica una sfida così sbilanciata", prosegue sconsolato Fahey.

E nel disastro, nell'imbarazzo, nell'incompetenza e nella lassità dei meccanismi che dovrebbe inchiodare i colpevoli, prospera l'ipocrisia di chi pensa: hai preso Veronica Campbell-Brown, quindi funziona! "Se vogliamo proteggere la salute dei nostri giovani e, al tempo stesso, il sogno di chi pratica lo sport con correttezza, dovremo ridiscutere i finanziamenti del sistema, trovare nuove risorse, dirette o indirette". La prima idea che spunta è: facciamo finanziare l'antidoping dagli sponsor. Gli stessi che, direttamente o indirettamente, sono interessati alla spettacolarità di certe performance? Altri? Quali? Difficile. Fahey va a ruota libera certo non di farsi dei nemici: a novembre lascerà l'incarico dopo sei anni di fatiche non sempre riconosciute durante i quali non è stato possibile convincere uniformemente e stabilmente i paesi a legiferare contro l'uso e il possesso delle sostanze dopanti. Quali sport? Tutti, si presume, se è vero che il 27 marzo scorso, un po' a sorpresa, Françoise Lasne, direttrice del laboratorio antidoping di Chatenay-Malabry, vicino Parigi, ha ammesso che il rugby è fra le discipline più devastate dal doping. Se hanno squalificato persino dei bridgisti tutto può essere.

In Giamaica intanto, dopo che al test successivo al Jamaican Invitational del 4 maggio la Campbell-Brown, due ori olimpici, detentrice del titolo mondiale dei 200, è stata trovata positiva al Lasix, un farmaco che contiene il principio attivo del furosemide, diuretico "storicamente" considerato un "coprente" di altre sostanze (potrebbe essere incautamente usato anche per non prendere peso...), stanno "camminando su un campo minato". Lo ha ammesso addirittura Glen Mills, coach di Usain Bolt. Paura e bisogno di chiarezza. La storia insegna che la paura non è sempre un deterrente e che il bisogno di chiarezza non è benzina sufficiente. A volte la paura è solo cattiva consigliera. A volte la paura fa temere chi è pulito mentre chi non lo è viene soltanto spinto a cambiare tipologia di "enhancing". In Giamaica dicono: "Il caso di VCB (Veronica Campbell-Brown) ci ha riportato tutti alla realtà: siamo stupidamente orgogliosi nel credere che i dopati siano soltanto gli atleti americani". Ma Ben Johnson era giamaicano prima di diventare canadese. Steve Mullings prima di vincere l'oro con la 4x100 giamaicana a Berlino venne "beccato" nel 2004. Ci è ricascato e adesso è squalificato a vita. Giamaicani attenti. Sino a prova contraria, prima dei Mondiali di Berlino del 2009, Yohan Blake (non ancora esploso) finì nel cestello dei colpevoli insieme con Sherri Ann-Brooks, Marvin Anderson e Allodin Fothergill. A volte, e forse è anche peggio, il ritorno alla vittoria, sempre per restare in Giamaica, nasconde le malefatte e così facendo rivaluta quel po' di decenza dei controlli che ancora sopravvive all'evolversi dei prodotti illegali (dal "genetico" a ciò che incide sul sistema nervoso come la L-Dopa che viene comunemente somministrata ai malati di Parkinson): la stessa Shelley Ann Fraser-Pryce, doppio oro olimpico consecutivo nei 100 metri, venne fermata per sei mesi per aver assunto Oxycodone (un oppioide semi-sintentico).

Segno che non va soltanto chiesa a pregare, come lei dice. "Ma non è abbastanza", prosegue Mills, che forse più impaurito di Bolt invoca la nascita di un laboratorio antidoping in Giamaica che metta fine alle incertezze, ai miti, alle indiscrezioni, che faccia (al volo) da spartiacque fra chi imbroglia e chi no. "Abbiamo poche chance di protestare la nostra innocenza se mancano i mezzi". Tutti i test effettuati in Giamaica vengono portati in un laboratorio canadese, a Montreal. "La nazione che dà più velocisti al mondo "deve" avere il suo laboratorio antidoping". Poi ammette: "La verità è che purtroppo qualsiasi sostanza che assumono i miei atleti, anche un drink al bar, può essere contaminata". Proprio perché basta niente, il sospetto è che alla fine il "grosso" non sia più rintracciabile. Soprattutto alla luce della povertà delle risorse dell'antidoping rispetto agli investimenti che ingrandiscono la torta chimica del doping. "Troviamo insieme un modo: fare un laboratorio è come fare una pista".

Serve allo sport. Intanto i pesci piccoli, o le sostanze secondarie, finiscono nella rete. Solo loro e solo una tantum: come fosse una dimostrazione di pubblica efficienza. Ultima la quattrocentista Dominique Blake, giamaicana trapiantata negli Stati Uniti: livello medio, un staffettista e non più. E' incappata nella seconda violazione per essersi affidata alla metilesanamina, uno stimolante estratto dalla pianta del geranio. Sei anni. Ma chi è Dominique Blake? Appunto...