Pordoi, ore sette del mattino, si spera con il sole appena sorto e lo zig-zag dei tornanti che portano al passo - uno dei luoghi della storia del ciclismo - completamente ricoperto da un fiume multicolore: è l'immagine simbolo della Maratona delle Dolomiti, e ogni anno fa il giro del mondo. Migliaia di appassionati con le loro biciclette arrivati da tutti i continenti per attraversare, nell'ultima domenica di giugno, le valli e i passi delle montagne più belle. Per un giorno completamente chiuse alle auto, e dunque in un silenzio irreale anche per gli stessi valligiani. E' forse la "gran fondo" su due ruote più famosa. Decine di migliaia di giri di pedali in mezzo a uno scenario naturale che difficilmente conoscerai così bene se non l'hai conquistato metro per metro, con il silenzio sulle salite rotto solo dal rumore dei cambi delle bici che cercano di addolcirle e quello delle discese accompagnato dal fischio dei freni.
Una gara-non gara, su tre "famosi" percorsi che - con lunghezze (138, 106 e 55km) e difficoltà diverse - si snodano attraverso celebri passi alpini: Pordoi, Gardena, Sella, Campolongo e ancora Giau, Falzarego, Valparola. Saranno attraversati da oltre novemila ciclisti sulle decine di migliaia che hanno fatto richiesta. Anche in questa edizione i partecipanti italiani saranno attorno al 50 per cento. Gli altri arrivano da quasi 50 nazioni, anzitutto Germania, ma nessun continente è assente (ci sono ciclisti africani, asiatici, americani). Appassionati della bicicletta ai quali gli organizzatori chiedono di innamorarsi anche della natura, non solo di attraversarla.
E' il sogno con il quale, "intorno a un tavolo con vino e speck", nel 1987 un gruppo di amici innamorati delle loro bici e delle loro montagne coinvolse 166 cicloamatori. Poi ogni anno di più fino alla decisione di chiudere le valli dolomitiche per un giorno e lasciarle solo al brusio delle biciclette. "E non crediate che sia stato facile - racconta la bandiera di questa manifestazione, Michil Costa - metter d'accordo tre Provincie, due Regioni... Ma alla fine tutti hanno capito. Quello che noi vogliamo trasmettere è la capacità di farsi assorbire da quel che c'è intorno. E come, se non in bici o a piedi? E di farlo con dolcezza, non solo con passione. Noi amiamo questo sport e queste montagne e abbiamo l'obbligo di trasmettere questo amore a chi viene a trovarci, condividere la bellezza e arricchirci l'un l'altro". E il sogno ormai da anni si allarga a progetti umanitari, strutture realizzate per il Paesi in via di sviluppo con i ricavi di una settimana di manifestazioni che richiamano anche migliaia di turisti.
E' anche per questo che negli ultimi due, tre anni da lui e dai tanti che si impegnano nella Maratona è stato vissuta come un vero insulto la scoperta che persino in questo grande gioco sportivo alcuni siano riusciti a infilare il doping, tanto da costringerli a regole rigidissime (qui, come nelle altre gran fondo italiane) dai controlli fino alla esclusione preventiva di categorie troppo vicine al professionismo. Il grande male del ciclismo che non si ferma. Ma non ferma nemmeno Michil. Che ama ripetere spesso il suo mantra: "Il nostro non è solo un sogno, qualcosa accade. Il messaggio per tutti coloro che vengono qui è in una frase di Rudyard Kipling che più o meno dice: Qualcosa è nascosto dietro le montagne, vai... questa cosa aspetta te. Speriamo la cerchino in molti, domenica, pedalando".
Una gara-non gara, su tre "famosi" percorsi che - con lunghezze (138, 106 e 55km) e difficoltà diverse - si snodano attraverso celebri passi alpini: Pordoi, Gardena, Sella, Campolongo e ancora Giau, Falzarego, Valparola. Saranno attraversati da oltre novemila ciclisti sulle decine di migliaia che hanno fatto richiesta. Anche in questa edizione i partecipanti italiani saranno attorno al 50 per cento. Gli altri arrivano da quasi 50 nazioni, anzitutto Germania, ma nessun continente è assente (ci sono ciclisti africani, asiatici, americani). Appassionati della bicicletta ai quali gli organizzatori chiedono di innamorarsi anche della natura, non solo di attraversarla.
E' il sogno con il quale, "intorno a un tavolo con vino e speck", nel 1987 un gruppo di amici innamorati delle loro bici e delle loro montagne coinvolse 166 cicloamatori. Poi ogni anno di più fino alla decisione di chiudere le valli dolomitiche per un giorno e lasciarle solo al brusio delle biciclette. "E non crediate che sia stato facile - racconta la bandiera di questa manifestazione, Michil Costa - metter d'accordo tre Provincie, due Regioni... Ma alla fine tutti hanno capito. Quello che noi vogliamo trasmettere è la capacità di farsi assorbire da quel che c'è intorno. E come, se non in bici o a piedi? E di farlo con dolcezza, non solo con passione. Noi amiamo questo sport e queste montagne e abbiamo l'obbligo di trasmettere questo amore a chi viene a trovarci, condividere la bellezza e arricchirci l'un l'altro". E il sogno ormai da anni si allarga a progetti umanitari, strutture realizzate per il Paesi in via di sviluppo con i ricavi di una settimana di manifestazioni che richiamano anche migliaia di turisti.
E' anche per questo che negli ultimi due, tre anni da lui e dai tanti che si impegnano nella Maratona è stato vissuta come un vero insulto la scoperta che persino in questo grande gioco sportivo alcuni siano riusciti a infilare il doping, tanto da costringerli a regole rigidissime (qui, come nelle altre gran fondo italiane) dai controlli fino alla esclusione preventiva di categorie troppo vicine al professionismo. Il grande male del ciclismo che non si ferma. Ma non ferma nemmeno Michil. Che ama ripetere spesso il suo mantra: "Il nostro non è solo un sogno, qualcosa accade. Il messaggio per tutti coloro che vengono qui è in una frase di Rudyard Kipling che più o meno dice: Qualcosa è nascosto dietro le montagne, vai... questa cosa aspetta te. Speriamo la cerchino in molti, domenica, pedalando".