La storia

Mai più nudo e non solo azzurro
Bergamasco: "Mi riprenderò la nazionale"

Mirco, rinascita in provincia a Rovigo: "Adieu Parigi e calendari. Ero famoso, ma a Parigi tutto è grande e non fanno troppo caso a te. Qui la gente vive di rugby, ti coccola. Non c'è tanta differenza tra il nostro torneo e quello francese, mancano visibilità e soldi. Il rugby italiano non è solo l'azzurro"
di MASSIMO CALANDRI

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ROVIGO - Mirco Bergamasco è il più giovane dei due fratelloni dell'Italia ovale. Quello coi riccioli biondi e gli occhi celesti, il rugbista sex symbol - tra calendari e pubblicità di intimo - emigrato da ragazzino a Parigi e sposato con una bellissima scrittrice iraniana. Il campione che per dieci anni in maglia azzurra ha fatto mete e calciato punizioni. Ma un pomeriggio di dieci mesi fa a Firenze si è sbriciolato il ginocchio sinistro cercando di segnare all'Australia. Addio alla capitale francese e alla Nazionale, ai calendari e alle riviste patinate. Sei finito, gli dicevano. Invece no. L'operazione, la fisioterapia. Palestra e corsa, speranza e paura. Tutto da solo. A trent'anni Mirco ha ricominciato da Rovigo, in provincia. Un dilettante o poco più. Sabato scorso l'esordio contro i poliziotti delle Fiamme Oro, campionato d'Eccellenza. Una meta cocciuta, inseguendo un rimbalzo sghembo, tanti calci in mezzo ai pali. Diciassette punti, man of the match. E la convocazione del ct Brunel. Adesso è a Milano, di nuovo in raduno con il gruppo azzurro.

Stade de France o Battaglini, l'importante è giocare a rugby.

"Appunto. E non c'è mica tutta questa differenza, sapete? A furia di sentir dire che il livello del campionato italiano è basso, all'inizio quasi ci credevo anch'io. Invece ho trovato professionalità, talento, idee. Il problema è che manca la visibilità e quindi non ci sono soldi, così molti finiscono col perdere entusiasmo. Ma spero che la presenza mia e di altri campioni arrivati quest'anno possa suscitare interesse: venite a vederci, non ve ne pentirete. Il rugby italiano non è solo Nazionale e franchigie. Anzi".

Sette anni e due titoli allo Stade Français, poi tre stagioni al Racing. Tre mondiali, 89 caps, il record di mete per un azzurro in attività (17). E non è finita.

"Voglio riprendermi la Nazionale. Lavorando duro, partendo dal basso. Da un ambiente sano e vero: a Rovigo ho ritrovato quella passione che avevo conosciuto da ragazzino. Voglio divertirmi. E non accetterò più compromessi: avevo vent'anni quando mi hanno piazzato all'ala, ma io mi sono sempre sentito un centro. Solo che ho preferito mettermi a disposizione degli altri. Mi è mancata la cattiveria, l'egoismo per dire quello che volevo".

Una nuova carriera, una nuova vita.

"Io e mi moglie Ati vivevamo vicino ad Orly, adesso siamo in centro a Rovigo. Prima per lei c'erano tante opportunità dal punto di vista professionale, ma qui si trova molto bene: e abbiamo un progetto futuro nel campo della ristorazione. A Parigi ero famoso, però la città è così grande che alla fine non fanno troppo caso a te. A Rovigo invece la gente vive solo di rugby, hai gli occhi addosso dal mattino alla sera e tutti ti vogliono bene, ti coccolano. Mi piace".

Anche se da ragazzino giocava coi rivali del Petrarca Padova.

"Questa maglia prima di me l'ha indossata mio padre Arturo, mia madre è di qui, mia nonna Mafalda abita a cento metri dal Battaglini. Sarà una straordinaria avventura. All'inizio avevo qualche apprensione, ma nello spogliatoio mi hanno accolto benissimo. E in campo subito c'è stata un po' di paura. Però mi è bastato poco, per capire che non era cambiato nulla".

Di nuovo il rugby giocato, la maglia azzurra. A quando il solito calendario?

"A Rovigo ne hanno in programma uno. Di tipo 'tradizionale', non fatevi strane idee. Maglia e pantaloncini, quest'anno ci sarà una sorpresa. No, niente più nudo. Solo rugby, in Veneto fanno sul serio".