La storia

Dal carcere e dalla violenza alla gloria
Hopkins resta campione a quasi 50 anni

La vittoria sul ring di Atlantic City contro il tedesco Murat rafforza ancora di più il record dello statunitense (classe 1965), il più vecchio campione nella storia della boxe. Il quadrato come redenzione per un uomo che prima di prendere la strada giusta ha vissuto fuori dalla legalità foto
di LUIGI PANELLA

2 minuti di lettura
Ha perfino cambiato alias. Da "The Executioner", il boia, ad "Alien" per sentirsi ancora più unico nello spietato mondo del pugilato. Perché Bernard Hopkins unico lo è decisamente, visto ogni volta che combatte - e vince - ritocca il suo record, quello di più anziano campione del mondo della storia del pugilato. Le note di My Way, che lo hanno spesso accompagnato nel tragitto della verità, quello che porta dagli spogliatoi al ring, sono di fatto la colonna sonora della sua esistenza. "Ho vissuto una vita piena, ho viaggiato su tutte le strade, l'ho fatto alla mia maniera". Parole della canzone scelte non a caso. Il 15 gennaio "The Executioner", o Alien che dir si voglia, compirà 49 anni. Nessuno, neanche George Foreman, uno che definire mito è quasi riduttivo, è riuscito a tanto. L'ultima 'vittima' di Hopkins, attualmente campione del mediomassimi, è stato Karo Murat, che sul ring di Atlantic City è stato rispedito al mittente, in Germania, in maniera brusca (vittoria ai punti, ma netta), nonostante i 18 anni di differenza nei confronti del campione.

HOPKINS BATTE MURAT

Incroci nella notte americana di storie complicate. Murat ad esempio, passaporto tedesco ma sangue iracheno, ha avuto una marcia di avvicinamento difficile anche alla trasferta negli Usa, che le autorità americane non volevano concedere (burocrazia, permesso di soggiorno). Robetta però a confronto con il cammino di Hopkins, un uomo che nella vita ha commesso sbagli, ma senza ricevere né la comprensione, né tantomeno i regali di nessuno. Lui sul ring continua a salirci alle porte dei 50 anni per recuperare il tempo perduto. In fondo, battagliare con un Murat qualunque - con tutto il rispetto - mentre altri cinquantenni vedono la circonferenza aumentata da cibo e permanenza illimitata sul divano, è poca cosa per uno che in gioventù si è beccato tre pugnalate in corpo, ha scelto di procurarsi da vivere facendo rapine ed è finito in carcere con una fedina penale lunga quanto un elenco del telefono.

Proprio in carcere, secondo un filo conduttore tipico di molti grandi della boxe, la folgorazione con il quadrato, ma anche la presa di coscienza che esistono strade alternative a quella della violenza. Passa professionista a 23 anni, il primo incontro addirittura lo perde. E' fortissimo, ma per arrivare alla prima sfida mondiale impiega 5 anni. Perde da Roy Jones - ci sta da uno molto forte -, e quando gli si ripresenta l'occasione pareggia con Segundo Mercado andando a sfidarlo nella tana ecuadoriana di Quito. Un verdetto dubbio che aumenta la sua rabbia e gli suggerisce di chiudere la pratica per ko nella rivincita. La corona dei medi è sua, e praticamente non la molla più per dieci anni. Tanto, ma non gli basta per essere amato dalla gente. Bada al sodo, il suo obbiettivo è vincere sul ring, quella sostanza figlia della voglia di riscatto va oltre la forma.

A rendersi simpatico non ci pensa proprio. Non rinuncia alla macabra salita sul ring, incappucciato e con le mani incrociate, neanche quando respinge l'assalto di Tito Trinidad nella prima riunione mondiale in Usa dopo il disastro dell'11 settembre. Forse è anche per questo che quando combatte contro Oscar De La Hoya, nell'organizzazione del quale entra successivamente a far parte, l'America perbenista gli tifa contro. Lui però non fa una piega e si vendica con un colpo ai fianchi che piega fisico e orgoglio del Golden Boy. Era il settembre del 2004. Successivamente Hopkins, salito di categoria, alterna parecchie vittorie a qualche sconfitta, non sempre chiara e decisamente contestata, come contro l'idolo gallese di origine sarda Calzaghe, faccia e storia più calzante per i media.

Sempre controcorrente. Si dice che la potenza sia l'ultima qualità che accompagna un pugile, invece lui negli ultimi nove anni non batte più nessuno prima del limite. Anche Murat, pur uscito un po' spaesato dal suo orticello della potente organizzazione tedesca, riporta a casa abbastanza intatta la mascella. Ma Hopkins quando appenderà guantoni al chiodo? Ancora non sembra deciso, al punto che si vocifera di una 'dieta' per rientrare nei medi e di un contemporaneo irrobustimento di Floyd Mayweather jr per salire di categoria: match a sensazione, tecnicamente improponibile per tanti motivi, ma non certo per la valanga di quattrini che ballerebbe, magari di nuovo sulle note di "My Way"...