La storia

Abidal dalla malattia al sogno mondiale
"Non ho più paura, l'importante è crederci"

Il difensore francese ha ricevuto il premio Facchetti. Ora vuole andare in Brasile con i Bleus o vincere la Ligue 1 con l'ambizioso Monaco, ma intanto racconta la sua storia (è riuscito a battere un tumore al fegato): "Ho imparato a combattere, il mio sogno è per la gente di tutto il mondo"
di STEFANO SCACCHI

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MILANO - Il Mondiale da conquistare con la Francia attraverso lo spareggio contro l'Ucraina in programma tra pochi giorni. Oppure lo scudetto della Ligue 1 con il rampante Monaco di Ranieri. Potrebbero essere questi i sogni di Eric Abidal, 34 anni, capitano della formazione del Principato con quasi quindici anni di carriera ad alto livello in curriculum. Se non fosse che ormai il difensore transalpino non è più un giocatore come gli altri. Ma è diventato un simbolo planetario della lotta contro la malattia, da quando è riuscito a battere un tumore al fegato dopo due operazioni e 42 giorni in ospedale quando giocava nel Barcellona.

Adesso Abidal gira l'Europa con una forza speciale alle spalle, circondato dall'ammirazione della gente nei confronti di chi riesce a regalare speranza a milioni di persone. E anche le sue parole sono figlie di questa ispirazione che trasforma un atleta in un esempio globale: "Il mio sogno adesso è per la gente di tutto il mondo. Desidero che le persone possano stare bene e godere di buona salute. Io non ho paura, nella vita è importante crederci quando tutto sembra finito. Anche a pochi secondi dal fischio finale quando hai solo lo 0,1% di speranza di farcela. Ho imparato a combattere e lottare contro gli ostacoli e le prove della vita", ha detto oggi a Milano ricevendo il Premio Facchetti, intitolato alla memoria del grande Giacinto e consegnato dal figlio Gianfelice nella sala Buzzati della Rcs a Milano. Elegantissimo nel suo abito grigio e in perfetta forma, Abidal sorride sul palco insieme a Javier Zanetti, testimonial dell'Airc. Bedi Moratti confessa la sua ammirazione: "Mi piacerebbe molto averlo nella mia squadra".

Il difensore francese sembra un "nuovo Thuram", fortificato dalla vittoria nella battaglia più importante. "La cosa più bella di tutto questo affetto che sento intorno a me è aver capito che la gente non ti dimentica. Non conta se giochi o no. Le persone si ricordano comunque di te. E' stato fondamentale ricevere le lettere di migliaia di persone quando ero in ospedale. E' bellissimo sentirsi amati anche da chi non conosci.  E adesso ho una visione diversa del calcio. Mi diverto ancora di più. Ho capito che conta vincere ma anche condividere il piacere del gioco con più gente possibile: i compagni di squadra e i tifosi. Per me il calcio è sempre stata una grande famiglia. Adesso lo è ancora di più. Lo sport mi ha aiutato a superare questa prova". Un sostegno è arrivato dal Monaco e da Claudio Ranieri: "Non so quanti altri club avrebbero aperto le porte a chi si trovava nelle mie condizioni. Sarò sempre grato alla società e al mister che mi sta insegnando tantissimo".

Sul maxi-schermo scorrono le immagini del trionfo di Wembley quando è stato proprio Abidal a sollevare al cielo la Coppa Campioni vinta dal  Barcellona nel 2011 a pochi mesi dal primo intervento. Poco prima era stato proiettato il video con Giacinto Facchetti in azione da calciatore prima e dirigente poi. "Mi piacerebbe riuscire a diventare un uomo come lui", dice Abidal con modi misurati e sorriso gentile. "Chi vince mercoledì sera al Camp Nou tra Barcellona e Milan? E' chiaro, il Barça". E' con quella maglia che è cominciato la sua seconda vita, quella che sta continuando al Monaco anche se ormai Eric indossa colori senza confini.