La storia

Soldini racconta l'impresa di Capo Horn
"Ma che rabbia per i migranti che muoiono"

Il velista italiano più famoso, a margine della presentazione del suo libro 'Sulla rotta dell'oro', parla della legge del mare che impone di salvare chi sta annegando e parla del dramma di chi cerca fortuna partendo dalle coste del Nord Africa: "Non è possibile nell'era moderna morire a poche miglia dalla costa"
di STEFANO SCACCHI

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MILANO - Cosa possono avere in comune i migranti che arrivano dalla sponda nord dell'Africa e il velista italiano più famoso al mondo? A unire i disperati che cercano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Sicilia e Giovanni Soldini è la cosa più elementare e antica: la legge del mare. Quella norma primordiale che impone, per umanità e rispetto della vita altrui, di salvare chi sta annegando prendendolo sulla propria imbarcazione e conducendolo a terra. Un principio, scolpito per secoli nel marmo delle coscienze di navigatori e marinai, che ora sembra improvvisamente scricchiolare davanti a discipline giuridiche sempre più restrittive. "Mi girano le scatole quando sento certe notizie. Non è possibile nell'era moderna morire a poche miglia dalla costa. E' un tema molto delicato che va affrontato", dice Soldini a margine della presentazione del suo libro Sulla rotta dell'oro, edito da Longanesi, all'Arena Civica di Milano.

E' il racconto del record conquistato a febbraio lungo la New York-San Francisco doppiando Capo Horn, insieme ad altri otto compagni di avventura sul monoscafo Maserati. Ma, durante l'incontro con i lettori nella Sala Appiani dell'Arena Civica, il 47enne velista milanese torna su un episodio del 2005 quando il suo catamarano si ribaltò in mezzo all'Atlantico al largo di Dakar. Lì iniziò un'odissea che non è nemmeno lontanamente paragonabile per drammaticità a quella di chi insegue lo sbarco a Lampedusa, ma nasce dalla stessa logica. Quella delle regole che, in diversi angoli del mondo, hanno reso più difficile far salire un naufrago a bordo per portarlo in salvo in un altro Paese. "Io e il mio compagno di navigazione - ricorda Soldini - siamo stati recuperati da una petroliera che dall'oceano davanti all'Africa ci ha portato a Houston negli Stati Uniti. Ma, come capita con questo genere di imbarcazioni, non è entrata in porto perché troppo grande. In quel caso sono navi più piccole che fanno la spola per scaricare il petrolio. Ma nessuno ci voleva portare a terra perché si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di far entrare uno straniero su suolo americano. E così abbiamo dovuto affittare un elicottero per uscire da questo impasse. Non è stato piacevole. Qualche anno fa non era così. C'erano meno ostacoli".

Per questo motivo, quando i viaggi di chi fugge dall'Africa finiscono in tragedia, Soldini reagisce con insofferenza. Il rispetto per l'uomo si accompagna a quello per l'ambiente. Il velista italiano segue questa stella polare quando tenta i suoi record in giro per il mondo. "Nei 47 giorni sulla Rotta dell'oro, grazie ai pannelli solari installati su Maserati, siamo riusciti a usare la metà del gasolio. E non ha senso consumare decine di bottiglie di plastica in mare. Si può desalinizzare l'acqua. Altrimenti restate a casa". Prossime tappe la regata da Città del Capo e Rio de Janeiro e il tentativo di battere il primato transatlantico da New York e Cap Lizard. E la Coppa America? "Ormai sono troppo vecchio. Però con questi nuovi trimarani è più divertente. E' stata un'innovazione positiva". Ci sono cose che possono cambiare e altre che devono restare uguali, come l'immutabile legge che impone di accompagnare un uomo in mezzo alle onde verso la terra ferma.