Lo sport è un mondo di imprese, risultati, grandi successi o terribili sconfitte sotto i riflettori. Ma è anche un mondo di storie, storie private, nascoste, sempre più affascinanti e coinvolgenti quanto più le gesta dei protagonisti si incrociano con la fatica e - a volte - la sofferenza. Dalla boxe al ciclismo. Alla corsa, appunto. E per la corsa con qualcosa di più: tutti corrono. Magari non per gareggiare, ma nella vita hanno comunque accelerato il ritmo della funzione più naturale - il camminare - fino trotterellare sulle gambe. Fino a voler provare a farlo per 42 chilometri e 195 metri. La distanza tramandata dal mito dell'antica Grecia, quella che separa dallo striscione del traguardo il sogno di milioni di persone che in tutto il mondo si allenano per migliaia di chilometri per provare a realizzarlo.
Quei chilometri - e lo racconta - li ha corsi anche l'autore di questo "Maratoneti" , un libro con tante storie di corridori - più o meno famosi, spesso inattesi - cresciuto negli ultimi tre anni con un passaparola tra appassionati e non, e che ora Baldini &Castoldi ristampa in edizione tascabile e in ebook. "Si corre perché dentro alla corsa c'è qualcosa", scrive Emanuela Audisio nella intensa prefazione del libro. E quel "qualcosa" Marco Patucchi cerca di spiegarlo raccontando storie.
Di gente famosa, che appunto non ti aspetti. Come quella del genio matematico Alan Turing, che da poche settimane ha ricevuto la riabilitazione ufficiale dalla sua Gran Bretagna che lo aveva onorato come eroe di guerra per poi decretarne la castrazione chimica e l'oblio per omosessualità: per tutta la vita la sua valvola di sfogo era correre. E correva forte, quel personaggio singolare con i pantaloni tenuti da uno spago: solo 10 minuti in più dell'allora record del mondo, con il gusto di aver battuto una volta anche il suo connazionale medaglia d'argento olimpica. E che dire di Charlie Chaplin, pronto a stupire il bel mondo hollywoodiano trasformando la sua famosa andatura ondeggiante in bella corsa, quella che lo aveva portato a sfiorare l'entrata nella nazionale inglese?
Passi di corsa spezzati quelli di Miguel Sanchez, giovane maratoneta argentino fatto sparire dalla dittatura che aveva forse capito che correre è libertà. La stessa che con coraggio ha rivendicato uno dei più grandi di sempre - Emile Zatopek, la locomotiva umana - davanti ai carri sovietici che invadevano la sua Praga: e l'eroe olimpico (insieme a sua moglie, regina del giavellotto) paga con vent'anni di stenti - prima in un lontano distretto minerario, poi spazzino - fino alla nuova Primavera. Passi di corsa per sopravvivere, quelli delle tante storie dei bambini degli altipiani africani divenuti ormai da anni i mitici, inarrivabili sovrani della maratona. Riscattati dalla povertà per aver incontrato un prete, un maestro o qualcuno capace di vedere nelle loro gambe magre uno strepitoso talento: pochi, troppo pochi tra i milioni destinati agli stenti.
Il più rappresentativo tra loro, l'indimenticabile Gebreselassie che ha stabilito il suo primo record da bambino correndo verso il villaggio più vicino alla ricerca di un medico per la madre moribonda, spiegava la sua strana andatura così: "Tengo il braccio sinistro abbassato perché dovevo portare i libri correndo decine di chilometri al giorno per andare a scuola, sono rimasto così".
Sembra oleografia, ma non è. Perché Gebre, in ogni occasione, non si è mai stancato di ripetere a chi voleva trasformarlo in un eroe del lieto fine: "La mia gente ha fame, la soluzione non è farla correre più veloce".
Sono solo alcune delle tante storie di gioia, sofferenza, coraggio e anche disperazione raccontate per evocare lo spirito di uno sport - e della sua gara principe - che l'oro olimpico Stefano Baldini prova a spiegare così: "qualunque sia il tuo livello, si parte tutti assieme sotto lo stesso striscione e si arriva allo stesso traguardo, percorrendo le stesse strade". C'è uno sport più democratico di questo?
Quei chilometri - e lo racconta - li ha corsi anche l'autore di questo "Maratoneti" , un libro con tante storie di corridori - più o meno famosi, spesso inattesi - cresciuto negli ultimi tre anni con un passaparola tra appassionati e non, e che ora Baldini &Castoldi ristampa in edizione tascabile e in ebook. "Si corre perché dentro alla corsa c'è qualcosa", scrive Emanuela Audisio nella intensa prefazione del libro. E quel "qualcosa" Marco Patucchi cerca di spiegarlo raccontando storie.
Di gente famosa, che appunto non ti aspetti. Come quella del genio matematico Alan Turing, che da poche settimane ha ricevuto la riabilitazione ufficiale dalla sua Gran Bretagna che lo aveva onorato come eroe di guerra per poi decretarne la castrazione chimica e l'oblio per omosessualità: per tutta la vita la sua valvola di sfogo era correre. E correva forte, quel personaggio singolare con i pantaloni tenuti da uno spago: solo 10 minuti in più dell'allora record del mondo, con il gusto di aver battuto una volta anche il suo connazionale medaglia d'argento olimpica. E che dire di Charlie Chaplin, pronto a stupire il bel mondo hollywoodiano trasformando la sua famosa andatura ondeggiante in bella corsa, quella che lo aveva portato a sfiorare l'entrata nella nazionale inglese?
Passi di corsa spezzati quelli di Miguel Sanchez, giovane maratoneta argentino fatto sparire dalla dittatura che aveva forse capito che correre è libertà. La stessa che con coraggio ha rivendicato uno dei più grandi di sempre - Emile Zatopek, la locomotiva umana - davanti ai carri sovietici che invadevano la sua Praga: e l'eroe olimpico (insieme a sua moglie, regina del giavellotto) paga con vent'anni di stenti - prima in un lontano distretto minerario, poi spazzino - fino alla nuova Primavera. Passi di corsa per sopravvivere, quelli delle tante storie dei bambini degli altipiani africani divenuti ormai da anni i mitici, inarrivabili sovrani della maratona. Riscattati dalla povertà per aver incontrato un prete, un maestro o qualcuno capace di vedere nelle loro gambe magre uno strepitoso talento: pochi, troppo pochi tra i milioni destinati agli stenti.
Il più rappresentativo tra loro, l'indimenticabile Gebreselassie che ha stabilito il suo primo record da bambino correndo verso il villaggio più vicino alla ricerca di un medico per la madre moribonda, spiegava la sua strana andatura così: "Tengo il braccio sinistro abbassato perché dovevo portare i libri correndo decine di chilometri al giorno per andare a scuola, sono rimasto così".
Sembra oleografia, ma non è. Perché Gebre, in ogni occasione, non si è mai stancato di ripetere a chi voleva trasformarlo in un eroe del lieto fine: "La mia gente ha fame, la soluzione non è farla correre più veloce".
Sono solo alcune delle tante storie di gioia, sofferenza, coraggio e anche disperazione raccontate per evocare lo spirito di uno sport - e della sua gara principe - che l'oro olimpico Stefano Baldini prova a spiegare così: "qualunque sia il tuo livello, si parte tutti assieme sotto lo stesso striscione e si arriva allo stesso traguardo, percorrendo le stesse strade". C'è uno sport più democratico di questo?