La storia

Eulace Peacock, l'uomo che battè
due volte Jesse Owens

Il 4 luglio del 1935, al Memorial Stadium dell'Università del Nebraska, una delle giornate di atletica più famose di sempre. Il velocista dimenticano inflisse una doppia sconfitta a quello che sarebbe stato l'eroe di Berlino '36, superandolo sia nei 100 metri che nel lungo
di ENRICO SISTI

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Per un giorno fu più veloce del più veloce e più lunghista del lunghista più grande. Nella sua ultima apparizione pubblica (un'intervista tv del 1984), il dimenticato Eulace Peacock ammise: "Nell'atletica non esiste risparmio perché il più delle volte non esiste guadagno. Tu lavori, ti ammazzi, sudi, corri, fatichi, migliori in allenamento e poi quando serve non porti a casa nulla. E' uno sport spietato". Parole senza tempo, valevano per quell'epoca, valgono per i campioni di adesso, velocisti, saltatori, lanciatori, maratoneti. Poi aggiunse: "Tuttavia credo che almeno una volta, nella mia vita di pista, sono stato fortunato, proprio nello sport in cui la fortuna non c'entra nulla: il giorno in cui sconfissi due volte Jesse Owens. Io ero al massimo, lui no. Anche questa è buona sorte".

80 anni fa, nell'agosto del 1934, Eulace Peacock aveva uguagliato il record del mondo dei 100 metri correndo in 10"3, record che apparteneva non ad uno ma a cinque suoi colleghi (i connazionali Tolan e Metcalfe, il tedesco Jonath e il canadese Williams, che fu il primo dei cinque a correre quel "crono"). Non si può dire che Eulace fosse dunque uno "scarso". Venti giorni dopo al gruppetto di ghepardi se ne aggiunse un sesto: l'olandeser Berger. Già si argomentava sui limiti umani, sull'invalicabile montagna della genetica: "Nessuno mai arriverà a correre in 10 secondi netti", scrivevano i giornali dopo aver ascoltato allenatori, ex atleti, come Lippincott, oro nel 100 a Stoccolma 1912, genitori più o meno esperti di ragazzi con buone prospettive. Quando apparve Owens quella montagna, misteriosamente, si abbassò. Owens strapazzò l'atletica. Restando ai 100 Owens sarebbe sceso di un decimo (10"2) dando però la sensazione di potersi spingersi anche oltre (ma non lo fece perché smise presto, si consumò anche presto).

Nel '35 ai Big Ten Championship aveva aperto una voragine nel pensiero comune: tre record del mondo battuti, uno eguagliato. Era già una star e da star, il 4 luglio del 1935, nel giorno dell'ennesima festa dell'indipendenza che a qualcuno pesava come una tinozza di panni sporchi sulla testa, si presentò al Memorial Stadium dell'Università del Nebraska per i campionati AAU (Amateur Athletics Union). Era un ideale e un idolo. Faceva un tale caldo che se ci fosse stata un'autorità sanitaria in grado di seguire un po' più da vicino una manifestazione sportiva la gara sarebbe stata sicuramente posticipata. Nonostante i 40 gradi c'erano 10 mila persone sugli spalti: facce bianche, cappelli bianchi, magliette, giacche, anche cravatte bianche, tre neri in pista per la gara dei 100 e uno soltanto in tribuna, Arthur Daley del New York Times. Scrisse: "E' la lista di partenti più forte di tutti i tempi".

Owens era tuttavia l'attrazione assoluta. Owens era il vincitore del cuore. Owens aveva vinto prima di partire. Ma non andò così. "Si supponeva che la sfida fosse fra Owens e Metcalfe", si lesse poi sul London Time. Si supponeva. In prima corsia c'era Foy Draper, primatista del mondo delle 100 yards, George "Longlegs" Anderson in seconda, uno da 10"4, uno che somigliava a Francis Scott Fizgerald come una goccia d'acqua può somigliare a un'altra, in terza Metcalfe, in quarta Owens, in quinta Peacock, primatista del mondo ma non considerato, come Metcalfe, un velocista costante. Owens poteva effettivamente temere Metcalfe, non Peacock che due settimane prima aveva superato senza problemi ai campionati nazionali di college disputati a San Diego: dopo la gara Owens si era permesso un po' di "junk food" ed era andato a ballare. Come poteva la pista di Lincoln cambiare quel verdetto? Impossibile. No. Possibile. Alla partenza erano tutti tesi. Almeno i quattro più forti sembravano le quattro corde di un violino pregiato. Non c'erano blocchi. Per partire si scavava con le mani nella cenere della pista sino ad ottenere una buca con una parete perpendicolare alla pista e una leggermente inclinata con la pasta terrosa sufficientemente compatta per consentire ai chiodi di fare presa. Partendo con i piedi sotto terra occorreva più forza esplosiva per reagire e alzarsi allo sparo e più forza elastica per portare alto il bacino e mantenercelo per 100 metri.

A modo suo fu una gara leggendaria. Divenne altrettanto leggendario lo starter, Johnny McHugh. Il pubblico fece "ooooohhh!" quando McHugh dichiarò una falsa partenza. Non sapevano i tifosi che McHugh dovette chiamarne altre dieci! Undici false partenze perché a quei tempi non esisteva la squalifica, non c'erano tempi tv o regole spietate da rispettare. All'undicesima falsa McHugh aveva finito i colpi, o meglio gliene restava uno solo, quindi c'era un problema serio, così si avvicinò agli atleti e disse: "Ragazzi o partiamo tutti insieme o andiamo a casa o la gara diventa una buffonata perché vi faccio partire al battito delle mani". Intimoriti, partirono al dodicesimo sparo. Ai 60 Metcalfe era davanti a Owens, mollò un po' perché era convinto di avercela fatta, la coda del suo occhio destro non percepì Peacock, che vinse di una spalla. Il tempo fu clamoroso: 10"2. Sarebbe stato nuovo record del mondo se non si fosse scoperto che il vento non lo rendeva omologabile. Metcalfe secondo, Owens terzo.

Peacock all'arrivo chiese: "Ma che ho vinto io?". Owens non si scompose. Sapeva che si sarebbe rifatto nel lungo. Ci contava. Ci contavano gli spettatori. Ma non era giornata. Owens saltò 7,92. Peacock 8,01. Era la prima gara di salto in lungo in cui un atleta non vinceva con 7,92 (26 piedi). E sarebbe successo ancora soltanto 25 anni dopo, nel 1960. Quello che fece Owens a Berlino ha cancellato quel 4 luglio del '35 e oscurato Eulace Peacock. Ma quella sera a Lincoln Owens non andò a ballare.