La storia

Versi, musica, nostalgia e gol
Liverpool sogna nel segno di Gerrard

E' l'unico grande giocatore del calcio internazionale ancora a secco di titoli con il suo club, ma per Steve G e i Reds sembra arrivata la grande occasione. E una intera città si identifica in lui, non solo come giocatore, ma come esempio di vita
di ENRICO SISTI

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Da diciassette anni Steven Gerrard, campione assoluto, è una fonte d'ispirazione, calcistica e musicale. E non soltanto nella sua città, dalla quale non si è mai allontanato. Nel 2004 era arrivata l'offerta del Chelsea dell'appena arrivato Mourinho (23 milioni di euro): "Non ce l'ho fatta". Nel 2009 un'altra sirena (il Real Madrid): "Non ci ho nemmeno pensato". La sponda "red" di Liverpool intona per lui: "Steve Gerrard, Gerrard/He'll pass the ball 40 yards/ He's big and he's fucking hard/Steve Gerrard Gerrard". Nell'altra strofa questa canzone che la Kop, la curva di Anfield, una delle strutture umane e architettoniche più celebri ed emozionanti del calcio di tutti i tempi (andare ad Anfield è una di quelle esperienze senza ritorno) gli ha dedicato sulle note di Que sera sera, si ascolta: "He's better than Frank Lampard/he's scouse (gli "scouses" sono i tifosi del Liverpool, ndr) and he's fucking hard/Steve Gerrard Gerrard". Ma siccome a Liverpool calcio e musica passano per un cuore solo, la gente cresce mescolando versi e gol, stadio e concerti, e ci invecchia insieme, ce n'è anche una con il tema reso celebre dal Cacciatore di Cimino (Cant' take my eyes), dove per Stevie G si canta: "You just too good to be blue (in riferimento all'Everton)/can't take the ball off of you/You've got a heavenly touch/you pass like Souness or Rush". E non potevano mancare i Beatles. Con in sottofondo Let it be ecco che il pubblico si scioglie: "When we find ourselves in time of troubles/Stevie G runs past me/playing game with wisdom Steve G... ". E pazienza se Paul McCartney tifa Everton da quando era un pischello di Allerton (il quartiere di Penny Lane gran parte del quale ora restaurato dall'ex-Liverpool Robbie Fowler).

Ieri, al termine di Liverpool-City, questo fenomeno che compirà 34 anni il 30 giugno prossimo, l'inimitabile Steven Gerrard che non sa invecchiare, si è messo a piangere come un bambino, per invecchiare ancora più tardi, se possibile. Davanti alla telecamera che inevitabilmente lo andava a cercare, lui più di chiunque altro, tra braccia che si appendevano al collo, sorrisi, mani fra i capelli, Steve ha fatto il possibile per nascondere le lacrime: un lontano decoro da gentleman (in fondo è baronetto dal 2006), o forse la fascia di capitano, o chissà quale altro blocco o limite, gli suggerivano di non apparire troppo commosso. Tentativo vano. Durante l'intervista a caldo aveva gli occhi "reds" e bagnati, ancora se li stropicciava con l'avambraccio sudato: "Non abbiamo ancora vinto, ma adesso è vero che è tutto in mano nostra". Non credeva di poterlo dire davvero. I giorni belli sembravano andati per sempre. Dopo tanti infortuni, operazioni, dopo almeno un paio di spaventi importanti, per la paura di non tornare quello di prima, ecco che improvvisamente si apre una porta ("ma non era una parete senza porte quella lì?". Mancano soltanto quattro partite (di cui però una ad Anfield col Chelsea) per coronare una carriera perfetta. Se il Liverpool le vince tutte è campione d'Inghilterra. Anno dopo anno la fiducia nel domani, nell'imprevedibilità del calcio, si stava spegnendo come una candela. Per Gerrard il sogno di vincere la Premier era diventato uno di quei sogni dei sonni leggeri, sapete come sono certi sogni, fragili, inconsistenti. Gli bastava un colpo di tosse di Rooney (anche lui "liverpuldiano" di Croxeth) per svegliarsi di soprassalto e prendere contatto con la realtà, e la realtà diceva Henry, Van Nistelrooy, Ronaldo, Rooney, Lampard. Non lui. Più vinceva Rooney (cresciuto nell'Everton e "bluenote" per nascita, quindi tifoso dell'Everton), più Gerrard sentiva che non ce l'avrebbe mai fatta. Pensava alla famiglia, faceva figli (ne ha tre). Ma il calcio, il Liverpool, che dolce dannazione! Non c'era riuscito quando erano forti a vincere la Premier, non c'era riuscito nemmeno quando erano più forti. E allora quando?

Nel 2007, nel ritiro di La Manga, vicino ad Alicante, il Liverpool di Benitez stava preparando la finale di Champions contro il Milan. Per il Milan era la rivincita di quella persa (da che sembrava stravinta) a Istanbul due anni prima, per il Liverpool sarebbe stata la conferma di un'evoluzione tecnico-tattica straordinaria: nel 4-0 al Real Madrid, doppiette di Torres e Gerrard, di due anni dopo, si vide uno dei "calci" più belli degli ultimi vent'anni. Quattro giorni prima della partita, alla fine un allenamento piuttosto leggero iniziato con un tuffo in mare collettivo (soltanto Dudek, eroe di Istanbul ma ormai secondo di Pepe Reina, si rifiutò: non sapeva nuotare) Gerrard disse: "Voglio rivincere la Champions? Certo. Ma se mi chiedete di fare a cambio con una Premier accetto". Il Liverpool di Benitez non la vinse mai. Non ci arrivò neppure così vicino come avrebbe meritato. Gerrard è uno delle poche star del calcio moderno a non aver mai vinto un campionato. "Ad un certo punto ho pensato che sarebbe stato meglio puntare altri obiettivi: per esempio la salute". In Inghilterra dicono che la FaCup conti più della Premier (Gerrard di FaCup ne ha vinte due): "Si equivalgono: ma non così vero che conti di più", ammette Gerrard, "vincere la Premier è vincere contro tutti".

Adesso il traguardo è nuovamente vicino. Come forse mai. Il sogno di Gerrard si può toccare con le mani, tante mani, migliaia di mani i cui proprietari, vivono, vanno allo stadio, dormono indossando la maglietta rossa di una squadra che non vince la Premier da troppo tempo: dal 1990. "Ma nessuno si deve montare la testa, nessuno deve mollare un centimetro". Ieri a fine partita, ricacciate in malo modo le lacrime nei loro canali di competenza, ha chiamato tutti i suoi compagni a "huddle". Dal capannello usciva una sola voce: la sua. "Possiamo farcela, restiamo noi stessi". E intanto pensava a come e cosa la vita risponde: proprio nel giorno dei 25 anni dalla tragedia dello stadio di Hillsborough, il Liverpool rivedeva la luce, una strana luce, un cammino (fatto di quattro partite) di pura luce. Steven pensa a suo cugino, Jon-Paul, che morì anche lui in quello stadio, ora Jon-Paul Gilhooley è il più giovane nome sulla lapide che ricorda le vittime di quel drammatico pomeriggio a Sheffield. "Aveva un anno più di me. Eravamo come fratelli". Poi alza lo sguardo verso il cielo che improvvisamente si oscura. Un faccione sorridente gli sta facendo ombra: "Dai Steve, ora comincia il bello". E' il suo allenatore Brendan Rogers, quello che può trasformare il sogno di Stevie in realtà. "Con Brendan si può fare". La stessa cosa dice Rogers: "Con Stevie si può fare". Specie se accanto ci sono Suarez, Sturridge, Sterling, Coutinho. Rogers ha deciso di farlo giocare stabilmente davanti alla difesa, anche per allungargli la carriera. Steve ha imparato a difendere meglio senza dimenticare come si attacca, come si segna, come si calciano le punizioni. Fra grandi, non c'è dubbio, quanto potranno averci messo per capirsi? Massimo dieci secondi.