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Il 'fischietto' secondo Palotai: "Il calcio va veloce, gli arbitri restano indietro"

L'ex direttore di gara ungherese, ora 78 anni (due finali di Coppa dei Campioni negli anni 70), ne ha per tutti: "Due anni per declassare Hansson, che non vide la mano di Henry? Incredibile. Tutti sbagliano, ma l'arroganza è inaccettabile. Oggi il migliore è Webb"di ENRICO SISTI
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QUANDO è uscito dall'Uefa, undici anni fa, avrebbe voluto avere sotto mano un fischietto: "Stavo vedendo troppi falli non puniti, troppa leggerezza nell'istruzione dei nuovi arbitri, poca differenza fra arbitri nazionali e internazionali". Lavorava nel dipartimento arbitrale dell'Uefa prima dei nuovi corsi, prima di Collina: "Pierluigi è stato grandissimo arbitro". Karoly Palotai ha 78 anni, vive a Gyor, estrema propaggine occidentale d'Ungheria, più vicino a Vienna che a Budapest. Coltiva pomodori. Una quindicina d'anni fa un pezzo di famiglia s'è trasferita in Oregon, a Roseburg, per produrre vino. Suo figlio, un omone più massiccio di lui, Bela, 50 anni, guida il taxi a Monaco di Baviera: "Mio padre sì che sapeva arbitrare, non come questi qua che stanno fermi in campo". Mentre si dirige per l'ennesima volta all'Allianz Arena, Bela dimostra di aver assorbito le convizioni tecniche di suo padre: "Ora gli ar…
QUANDO è uscito dall'Uefa, undici anni fa, avrebbe voluto avere sotto mano un fischietto: "Stavo vedendo troppi falli non puniti, troppa leggerezza nell'istruzione dei nuovi arbitri, poca differenza fra arbitri nazionali e internazionali". Lavorava nel dipartimento arbitrale dell'Uefa prima dei nuovi corsi, prima di Collina: "Pierluigi è stato grandissimo arbitro". Karoly Palotai ha 78 anni, vive a Gyor, estrema propaggine occidentale d'Ungheria, più vicino a Vienna che a Budapest. Coltiva pomodori. Una quindicina d'anni fa un pezzo di famiglia s'è trasferita in Oregon, a Roseburg, per produrre vino. Suo figlio, un omone più massiccio di lui, Bela, 50 anni, guida il taxi a Monaco di Baviera: "Mio padre sì che sapeva arbitrare, non come questi qua che stanno fermi in campo". Mentre si dirige per l'ennesima volta all'Allianz Arena, Bela dimostra di aver assorbito le convizioni tecniche di suo padre: "Ora gli arbitri", avrebbe detto mio padre, "non seguono più così da vicino il gioco, non corrono, non hanno passione".

Al telefono, Karoly ha una voce squillante, pare quasi un fischietto: "Qui fa un freddo cane, da voi?". A Monaco si sta bene. "Ci sono arbitri che se la passano liscia e non dovrebbero. Ormai nessuno se la sente più di giudicare in modo radicale". Un esempio? "Quello lì, lo svedese... ma sì, come si chiama accidenti...". Gli suggeriamo: Hansson forse? "Ecco, lui". Hansson non vide la mano di Henry contro l'Irlanda nello spareggio per il Sudafrica: "Non dovevano aspettare quasi due anni per declassarlo". Ne ha per tutti: "E meno male che Rosetti e Larrionda, dopo i loro sbagli in Sudafrica, si sono ritirati...". Gli sfondoni erano: per Rosetti un gol di Tevez in clamoroso fuorigioco contro il Messico, per l'uruguayano Larrionda il gol di Lampard, non visto, contro la Germania. "Capite, tutti sbagliano, ma è l'atteggiamento successivo quello che fa la differenza; l'arroganza fa l'uomo, l'autorevolezza distingue l'arbitro. E al calcio non servono arbitri arroganti". Gli ricordiamo una celebre ammissione di colpa di Concetto Lo Bello in tv per un fallo di Morini su Bigon in un Juventus-Milan del febbraio '72: "Ecco, questi sono i comportamenti giusti dopo una gaffe".

L'Ungheria che fischia si riassume in tre nomi, cronologicamente distribuiti in modo tale da costituire una salda sequenza storica, una vera e propria staffetta di giacchette nere: Palotai, Puhl, Kassai. "A volte noi andavamo in campo con la casacca stropicciata: ne avevamo una sola". Ma erano anni ruggenti: "Nella vita raramente spuntavano i supplementari: dovevi giocarti tutto, subito, di corsa, e nel miglior modo possibile". Palotai vede una spaccatura fra qualità del gioco e bravura di chi lo dirige: "Il calcio cambia in continuazione, con molta più lentezza avviene l'aggiornamento tecnico e fisico della classe arbitrale ed è per questo che non mi sono più trovato in sintonia con l'ambiente Uefa".

Quando arbitrò la finale Italia-Brasile a Pasadena nel '94, secondo Palotai, Sandor Puhl incarnava l'arbitro perfetto: "Ma sono casi rarissimi che in finale arrivino le due squadre migliori e l'arbitro migliore". Nessun dubbio su chi sia attualmente il più bravo: "Howard Webb (designato a dirigere l'andata della semifinale Champions Real-Bayern, ndr), ma per un certo periodo ho pensato che sarebbe potuto diventarlo Busacca (lo svizzero di origini siciliane ora è il capo del dipartimento abritrale della Fifa e, nei ritagli di tempo, fa il ristoratore a Monte Carasso, vicino Bellinzona, ndr)". Palotai non nasconde una specie di legame sentimentale con gli arbitri svizzeri: "Ai miei tempi coltivavamo il mito di Dienst". Ciò che può sembrare bizzarro è in realtà facilmente spiegabile: "Ci mostravano i casi più scottanti. Ci facevano studiare i momenti più difficili della storia dell'arbitraggio". Come quello che passò l'inglese Astor, direttore di gara "complice" e vittima del clima casalingo nella drammatica Italia-Cile dei Mondiali del '62, o quello in cui si ritrovò un'altra leggenda come lo spagnolo Ortiz de Mendibil: "Per tutta la vita Josè Maria si portò l'accusa di essere stato manipolato dal calcio italiano e soprattutto di aver favorito, nel ritorno della semifinale di Coppa dei Campioni del '65, l'Inter contro il Liverpool". Peirò disturba e ruba palla da dietro al portiere Lawrence: il suo gol viene convalidato.

Approfondire il lato umano, la fragilità di chi decide per migliorarne le prestazioni: "Eh sì, un po' era così: per noi arbitri degli anni Settanta/Ottanta l'almanacco degli errori era la storia principale, da studiare e mandare a memoria. Erano più importanti i momenti in cui certi colleghi sbagliavano, paradossalmente, di quelli in cui facevano la cosa giusta: le cose giuste sono invisibili". Quando a Gottfried Dienst sanno tutti cosa gli capitò. Nella finale Inghilterra-Germania, anche lui straziato dall'ambiente come Astor, in combutta con il segnalinee russo Bakhramov vide dentro il tiro di Hurst che s'era appena stampato sulla traversa: il primo gol fantasma del calcio in tv: "La verità è che ogni arbitro avrebbe voluto essere al posto di Dienst, a costo di commettere come lui un errore del genere!". Notorietà rovesciata: "Anche quella a modo suo paga. Macché, sto scherzando...!". Del resto anche a Palotai capitò di precipitare nell'inferno delle sviste clamorose. Il suo fu un inferno domestico, di dimensioni più ridotte: "Ma mi ha perseguitato comunque". In un Gyor-Ferencvaros concesse un gol inesistente. "Eravamo professionisti dentro, dilettanti fuori, ora se la tirano un po' tutti, sono tutte star". L'errore "ungherese" non gli impedì di fare carriera. Palotai ha diretto due finali di Coppa dei Campioni: Bayern Monaco-St. Etienne 1-0 del 1976, a Glasgow, e Liverpool-Real Madrid 1-0 del 1981, a Parigi. "Ma vi assicuro: è più difficile coltivare i pomodori!".