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Mister Peters, tanti assist per la mente
Il Liverpool vince anche grazie a lui

E' il "brain coach" della capolista, "Si segna con la testa ma soprattutto si vince con la testa" è il suo motto. Ha contribuito anche alle fortune britanniche del ciclismo alle olimpiadi, e ora Hodgson lo ingaggia per i mondialidi ENRICO SISTI
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Se un giorno gli dedicassero un film, considerato il suo aspetto da perfetto maggiordomo dell'Ottocento, potrebbero chiedere una mano ad Anthony Hopkins e James Ivory. Steve Peters, 60 anni, è un signore che non ama apparire ma la sua mano è tutt'altro che invisibile e ormai si può dire che nello sport britannico Peters conta come un asso di briscola. Solo che lui non piglia tutto ma fa pigliare tutto a chi ascolta i suoi consigli. Un generoso, colto, scientifico uomo assist che vive nell'ombra e dispensa consigli, scioglie nodi, carica la mente. Peters è un medico ma nasce come matematico, per otto anni insegna numeri all'Università di Stirling. Ma pagina dopo pagina i libri gli indicano ben altra direzione: la psichiatria.

Si avvicina a Minkowski, evita Lacan, adora le derive orientali di Jung, non trova sempre utile certa volgarizzazione del pensiero, alla Hillman, preferisce non spettacolarizzare i suoi interventi più mirati. Per rappresen…
Se un giorno gli dedicassero un film, considerato il suo aspetto da perfetto maggiordomo dell'Ottocento, potrebbero chiedere una mano ad Anthony Hopkins e James Ivory. Steve Peters, 60 anni, è un signore che non ama apparire ma la sua mano è tutt'altro che invisibile e ormai si può dire che nello sport britannico Peters conta come un asso di briscola. Solo che lui non piglia tutto ma fa pigliare tutto a chi ascolta i suoi consigli. Un generoso, colto, scientifico uomo assist che vive nell'ombra e dispensa consigli, scioglie nodi, carica la mente. Peters è un medico ma nasce come matematico, per otto anni insegna numeri all'Università di Stirling. Ma pagina dopo pagina i libri gli indicano ben altra direzione: la psichiatria.

Si avvicina a Minkowski, evita Lacan, adora le derive orientali di Jung, non trova sempre utile certa volgarizzazione del pensiero, alla Hillman, preferisce non spettacolarizzare i suoi interventi più mirati. Per rappresentarlo e distinguerlo i giornali britannici hanno coniato l'espressione: "From chimps to champs". Il cavallo di battaglia degli studi di Peters sulla ricaptazione dell'aggressività finalizzata allo sport di alto livello, sulla gestione mentale che precede e convive con certi traguardi della vita di ognuno di noi, ma in particolare della vita degli sportivi, è uno scimpanzè, un "chimp". A maggio uscirà anche in Italia, per Sperling & Kupfer, il suo volume guida: "Il paradosso dello scimpanzé". Non dichiarate, Peters porta al collo tutte le medaglie olimpiche vinte dal ciclismo britannico a Londra 2012. "Erano tutti consapevoli del fatto che le Olimpiadi li stavano terrorizzando: ma non sapevano come combattere questa paura e soprattutto come utilizzarla per vincere". Peters venne chiamato dopo Atene 2004 (era già consulente del Team Sky) per far scomparire questi fantasmi dalle ruote di Hoy. Poi se ne sarebbero serviti anche Wiggins e la Pendleton, con i fantasmi improvvisamente moltiplicati per l'evidente difficoltà del gestire la pressione in una manifestazione casalinga, "col pubblico pronto ad amare ma anche a pretendere". Victoria ha detto: "Steve è stata la persona più importante per la mia carriera".


Dopo Londra 2012 Peters viene segnalato da Steve Gerrard a Brendan Rogers: "Prendilo". E' diventato il dodicesimo uomo dei Reds. Da quasi due anni (con qualche pausa per sostenere psicologicamente il campione di biliardo Ronnie O'Sullivan) svolge ad Anfield (ma soprattutto al centro di allenamento del Liverpool di Melwood) le sue mansione di "head coach", che vuol dire soprattutto "brain coach": "Si segna con la testa ma soprattutto si vince con la testa". Il suo "groundbreaking mind model" ha attecchito. Dietro le quinte ha aiutato Suarez a uscire dagli angoscianti episodi di cui si rese protagonista: l'insulto razzista a Evra e il morso a Ivanovic. E' stato lui a gestire il "dopo" riportando l'uruguayano ad un livello di normalità ("è un ragazzo emotivo, non facciamo che adesso ogni cosa che fa lo bolliamo come mostro". Se Suarez ha imparato a rinfoderare la pistola delle sue bizze, Gerrard ha scoperto di saper essere più forte degli infortuni, Sterling si è reso conto di potersi comportare da persona adulta, esprimendo una classe e un'esperienza che l'anagrafe in teoria non gli riconosce, nonostante abbia soltanto 19 anni, Sturridge ha imparato a sorridere, Skrtel a sentirsi a casa (era lo slovacco con più saudade al mondo...), Coutinho ha rimosso la sua esperienza interista, dalla quale era uscito sentendosi una nullità, Flanagan e Henderson si sono trasformati in due leoni per Hogdson.

E i risultati, dopo un anno di assestamento di gruppo sono sotto gli occhi di tutti: il Liverpool sta per tornare a vincere il campionato dopo 24 anni, quando l'arbitro fischia i ragazzi aggrediscono l'avversario, ma senza emotività, ed è qui la perfetta applicazione del "paradosso dello scimpanzé". Potenza e controllo, "brain and brawn", cervello e muscoli, ma senza la confusione del lato oscuro delle tante personalità in campo, liberate dalle loro fragilità individuali. Nella mente del Liverpool, come professa del resto anche Garcia, c'è soltanto il presente. Ed è un presente costruito con passione e senza foga. "Siamo qui per vincere ma non siamo i più forti". Questo è invece il paradosso di Rogers. Disse un giorno: "Siamo i chihuahua della Premier". Piccoli, rossi, costati poco. Ma grandissimi. Adesso Peters deve mettere la firma sul proprio lavoro, la psyco-ciliegina sulla torta della Kop: aiutare questi "chihuahua" a gestire le tre partite in cui il Liverpool ha in mano il proprio destino. Gerrard è l'altoparlante di Peters: "We go, again!", è il suo motto. Hogdson l'ha capito che di Peters è meglio non privarsi: se lo porterà in Brasile. L'Italia è avvertita.