ROMA - C'era una spilla sul petto di Antonio Conte, nel giorno della festa per il trentesimo scudetto della Juventus. E, sulla spilla, la faccia pulita di Carmelo Imbriani, l'ex calciatore del Napoli portato via da un male terribile a 37 anni, nel febbraio del 2013. Il tecnico bianconero è soltanto uno dei grandi del calcio che hanno deciso di fare da testimonial per "Imbriani non mollare", l'associazione benefica che i familiari di Carmelo hanno fondato per tenere viva la memoria e l'impegno del centrocampista e allenatore gentiluomo. Ha aderito anche Leo Messi, mettendo all'asta la sua maglia autografata, e lo stesso hanno fatto Ronaldo, Bale e Benzema da Madrid, inviando un pallone con le loro firme. Hanno messo a disposizione i propri cimeli Antonio Cassano, Ignazio Abate, Rodrigo Taddei, il brasiliano del Valencia Jonas. Hanno inviato le loro testimonianze Alex Del Piero e Fernando Llorente.
Lunedì sera, a Benevento, nel Primo Memorial "Carmelo Imbriani" in programma all'antistadio a lui intitolato, si ritroveranno tanti ex giocatori, amici e personaggi dello spettacolo in un quadrangolare per raccogliere fondi. Saranno devoluti anche all'associazione "Daniele Chianelli" di Perugia, che si occupa dell'assistenza ai malati di oncologia dell'ospedale "Silvestrini": lì Imbriani ha combattuto gli ultimi giorni della sua battaglia. In campo, fra gli altri, D'Ambrosio (Inter), Palladino e Molinaro (Parma), Mascara e Cutolo (Pescara), Bruno e Morrone (Latina), quattro vice allenatori di A (Pecchia del Napoli, Frustalupi dell'Inter, Bordin del Verona, Sullo del Toro), lo staff medico del Napoli con il dottor De Nicola, i comici di "Made in Sud".
Imbriani era un campione silenzioso, con uno stile garbato, sussurrato. Vujadin Boskov, che lo lanciò nel Napoli, lo celebrò in una massima: "Non ho bisogno di Inzaghi, ho Imbriani", quando gli azzurri cercavano il giovane Pippo, non ancora Super. Imbriani non divenne Inzaghi, giocò in tante squadre (Genoa, Foggia, Catanzaro, Benevento, Pistoiese, Casarano), poi si dedicò al settore giovanile. In campo, lo soprannominavano "Game Boy". Gli hanno dedicato un documentario ("Volevo essere Imbriani") e una canzone ("Il calciatore").
Aveva appena assunto la panchina del Benevento in Lega Pro (una salvezza in corsa, la conferma per la stagione successiva) quando in ritiro scoprì di avere la malattia di Hodgkin. Da lì, cominciò la sua ultima partita. E tutto il calcio, in modo trasversale, gli fece sentire la propria vicinanza: "Imbriani non mollare" divenne un grido capace di unire le curve, urlato dai giocatori di tutta la A, portato sulla pelle e mostrato a ogni esultanza, a ogni gol. Quel grido ora, attraverso l'operato di suo fratello Gianpaolo, vive nell'associazione che porta il suo nome. Diceva Carmelo: "Il calcio finisce, la vita resta e voglio sempre dare, come uomo, un ricordo importante".
Lunedì sera, a Benevento, nel Primo Memorial "Carmelo Imbriani" in programma all'antistadio a lui intitolato, si ritroveranno tanti ex giocatori, amici e personaggi dello spettacolo in un quadrangolare per raccogliere fondi. Saranno devoluti anche all'associazione "Daniele Chianelli" di Perugia, che si occupa dell'assistenza ai malati di oncologia dell'ospedale "Silvestrini": lì Imbriani ha combattuto gli ultimi giorni della sua battaglia. In campo, fra gli altri, D'Ambrosio (Inter), Palladino e Molinaro (Parma), Mascara e Cutolo (Pescara), Bruno e Morrone (Latina), quattro vice allenatori di A (Pecchia del Napoli, Frustalupi dell'Inter, Bordin del Verona, Sullo del Toro), lo staff medico del Napoli con il dottor De Nicola, i comici di "Made in Sud".
Imbriani era un campione silenzioso, con uno stile garbato, sussurrato. Vujadin Boskov, che lo lanciò nel Napoli, lo celebrò in una massima: "Non ho bisogno di Inzaghi, ho Imbriani", quando gli azzurri cercavano il giovane Pippo, non ancora Super. Imbriani non divenne Inzaghi, giocò in tante squadre (Genoa, Foggia, Catanzaro, Benevento, Pistoiese, Casarano), poi si dedicò al settore giovanile. In campo, lo soprannominavano "Game Boy". Gli hanno dedicato un documentario ("Volevo essere Imbriani") e una canzone ("Il calciatore").
Aveva appena assunto la panchina del Benevento in Lega Pro (una salvezza in corsa, la conferma per la stagione successiva) quando in ritiro scoprì di avere la malattia di Hodgkin. Da lì, cominciò la sua ultima partita. E tutto il calcio, in modo trasversale, gli fece sentire la propria vicinanza: "Imbriani non mollare" divenne un grido capace di unire le curve, urlato dai giocatori di tutta la A, portato sulla pelle e mostrato a ogni esultanza, a ogni gol. Quel grido ora, attraverso l'operato di suo fratello Gianpaolo, vive nell'associazione che porta il suo nome. Diceva Carmelo: "Il calcio finisce, la vita resta e voglio sempre dare, come uomo, un ricordo importante".