Chi avrebbe mai detto che un ex attaccante dal carattere un po' scorbutico, almeno con i comunicatori ufficiali, i giornalisti, un ex attaccante di razza come Marco Negri, si svelasse poi piacevole affabulatore di storie, aneddoti, partite e quant'altro ha caratterizzato la sua parabola sportiva? Una parabola che, visto il personaggio, non poteva essere - diciamo così - banale. Negri non ha forse raccolto la fama e la gloria che avrebbe meritato (non per colpa sua), ma è stato senza dubbio un centravanti da ricordare. Là dove ha giocato, ha lasciato un segno indelebile.
Marco Negri, anni 44, ha scritto un'interessante autobiografia (con Daniele Benvenuti) da poco edita da "Luglio editore", che s'intitola "Marco Negri, più di un numero sulla maglia". Il sommario è esemplificativo: "Viaggio di una vita tra gol e dolori, colpi di testa e riflessioni". Viaggio pare pleonastico, ma è un lapsus freudiano visto che Negri è stato un vero bomber con la valigia. Terni, Perugia, Bologna, Vicenza, Cosenza, Livorno e il culmine a Glasgow, in Scozia, con la maglia dei Rangers. Tante squadre per via di un carattere anticonformista, non allineato, cocciuto e coerente con sè stesso. Perché se andate a sentire la maggior parte dei tifosi che lo hanno visto all'opera, uno come lui lo avrebbero tenuto stretto, non spedito in giro come un pacco postale.
Scrive Negri che mai nella sua vita precedente avrebbe pensato di scrivere un'autobiografia. Lo ha fatto, dopo la telefonata di un giornalista scozzese, uno dei tanti non trattati (Marco calciatore non maltrattava i media: semplicemente... non li trattava) nei beati anni del pallone. L'amico scottish gli ha raccontato di mille aneddoti che ancora rendono Negri, agli occhi del club scozzese più importante (insieme ai "cugini" del Celtic) un asso indecifrabile. I molti perché che ne accompagnano la storia personale, hanno indotto Marco, uomo di buone letture coltivate fin dai tempi della carriera, a raccontare di sè. A chiarire. Non tutto, però, perché un velo di mistero bisogna pure lasciarlo. E poi c'è anche il piacere di raccontare al figlio Christian, chi è suo padre e cosa ha fatto.
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70 pagine di gradevole lettura (18 euro), il libro gode della prefazione del tecnico Alberto Zaccheroni, che lo ha avuto a Cosenza; di Gennaro Gattuso, che conobbe a Perugia e ritrovò in Scozia e di Marco Materazzi, più di un compagno di squadra ai tempi del Grifone. Una storia che ha il pregio della sincerità, Negri non si fa sconti, che ripercorre i momenti lieti e quelli di un calvario fisico con tante tappe(la maledetta partita a squash con Porrini, quel bloody wednesday), il ricordo di prestigiosi compagni di squadra come Paul Gascoigne ("il più forte con cui abbia mai giocato"), Daniel Prodan o Ron de Boer; quello di tifosi prestigiosi, come uno Sean Connery che si presentò nell'ambulatorio fisioterapico dei Rangers per sapere di persona come stesse l'attaccante capace di segnare 33 gol in una sola stagione con la maglia dei Gers, quando si meritò l'appellativo di Moody (bisbetico o bizzarro).
Ora, concludendo, c'è da chiedersi se Marco Negri abbia intenzione di rubare la scena a chi scrive per professione. La risposta consolante. No. La passionaccia per il pallone applicata a un cervello che funziona bene, porta il triestino di Milano (che intanto studia a Coverciano) a lanciare una proposta. "Mi voglio proporre come allenatore specifico degli attaccanti, una figura che non compare tra quelle che fanno parte di un equipe tecnica" dice.
"Sono convinto che si possa lavorare con metodo, attraverso esercitazioni specifiche, per dare agli attaccanti i movimenti da compiere negli ultimi e decisivi metri di campo. Perché è vero che fare gol è un istinto, ci vuole "il fiuto", però il talento si può affinare, allenare. Nutrire il cervello in allenamento non guasta. Non si può promettere gol a valnga ma si può preparare l'attaccante a fare, in quei momenti così decisivi, la cosa giusta, la scelta che va fatta. Sono pronto a essere messo alla prova, per qualsiasi club". Ecco lanciata la nuova sfida di Marco Negri, che - da "moody" - oggi si è fatto "equable": un centravanti dal gol facile quanto la sua scrittura.